Il paradigma leopardiano ne “Il Deserto dei Tartari” di Buzzati, a confronto con “Il Castello” di Kafka

Il paradigma leopardiano ne Il Deserto dei Tartari di Buzzati, a confronto con Il Castello di Kafka

@Rinaldo Caddeo, 23 agosto 2025

Esergo: «mia madre mi ha fatto amare fin da bambino Leopardi, per il quale suo fratello le aveva instillato una grande venerazione.» (Dino Buzzati, Un autoritratto, dialoghi con Yves Panafieu, Mondadori, Milano 1973, pag.23).
«In questo senso do ragione al Leopardi quando insiste sulla meraviglia. Poesia c’è quando uno sta dicendo una cosa e ad un tratto ti fa balenare un’altra cosa, completamente diversa e profonda e dolorosa, che è scaturita dalla prima senza che si possa sapere come ne è venuta fuori. Questo è il mistero della poesia.» (Dino Buzzati, Ibidem, pag.190).

Non sa dove si trovi, né quanta strada ci sia per raggiungerla, né come possa essere. Fin dall’inizio de Il Deserto dei Tartari, la Fortezza Bastiani, dove il protagonista, Giovanni Drogo, deve recarsi per prendervi servizio come tenente, è un arcano. Un campo magnetico tanto potente quanto ambiguo, elusivo, disturbante.
I suoi confini, come per Il Castello di Kafka, sono enigmatici, ubiquitari. L’amico Vescovi che lo accompagna per un breve tratto di strada, mostrandogli una costruzione in cima a un colle vicino, gli dice: «È già un pezzo della Fortezza, una ridotta avanzata.» (Dino Buzzati, Il Deserto dei Tartari, Mondadori Milano, 2021, pag.11).

In quale terra del mappamondo ci troviamo, in che epoca? Entrambi i romanzi sono reticenti. Non forniscono mai coordinate spazio-temporali precise.

Drogo, rassicurato, saluta Vescovi e continua da solo il suo cammino a cavallo. Si avvicina a quella costruzione che l’amico aveva indicato quale avamposto della Fortezza. Chiede a un carrettiere una conferma. Il carrettiere cade dalle nuvole, dichiara che da queste parti non ci sono fortezze. Il protagonista è sconcertato. Dov’è la Fortezza? Di chi fidarsi? Una sottile inquietudine lo invade. Drogo si affretta, vorrebbe arrivare in giornata ma la strada è sempre più ripida. Il paesaggio, dominato da picchi montuosi e spogli, è sempre più erto, desolato. Arrivano le ombre della sera. Per un po’ si arrestano, per non scoraggiarlo. Sembra trapelare una sorta di pietas nei riguardi del giovane inesperto da parte delle forze oscure che presidiano i confini. Poi lo avviluppano e la vera Fortezza appare lassù, una striscia giallastra, a una lontananza incalcolabile, in cima alle rupi. Oh, quanto è lontana ancora! È la prima apparizione.

L’Unheimlich del Castello è tenebroso: «Era tarda sera quando K. arrivò. Il paese era affondato nella neve. La collina non si vedeva, nebbia e tenebre la nascondevano, e non il più fioco raggio di luce indicava il grande Castello. K. si fermò a lungo sul ponte di legno che conduceva dalla strada maestra al villaggio, e guardò su nel vuoto apparente.» (Franz Kafka, Il Castello, Mondadori Milano, 1979). Nebbia, vuoto e tenebre. È l’inizio: calmo, misterioso, implosivo.

Giunto alla sua meta il giorno successivo, la Fortezza, né bella né pittoresca, bagnata dalla luce meridiana, con le sue sentinelle che vi camminano come automi, immersa in una solitudine immensa, appare a Drogo una muraglia nuda e cruda, tanto squallida quanto carica di mistero: «E dietro che cosa c’era? Di là di quell’inospitale edificio, di là dei merli, delle casematte, delle polveriere, che chiudevano la vista, quale mondo si apriva?» (Ibidem, pag.23).

Alla fine del terzo capitolo il tenente Morel conduce Drogo sul ciglio delle mura a guardare il deserto. Un silenzio sterminato accoglie i due osservatori. Drogo è ipnotizzato dalla vista del deserto da cui non riesce a staccare lo sguardo. Che cosa c’è in fondo, chiede Drogo. Ci sono quasi sempre le nebbie, risponde Morel. E dietro la nebbia? Possibile che nessuno non abbia mai visto niente? Sì, in certe rare giornate terse, qualcuno ha visto delle torri bianche ovvero un vulcano ovvero delle foreste. Niente di certo. Le nebbie hanno riavvolto il tutto.
Drogo è incantato: «Echi profondissimi dell’animo suo si erano ridestati e lui non li sapeva capire.» (Ibidem, pag.32).

Prima il muro della Fortezza, poi le nebbie del deserto, interrompono lo sguardo e impediscono di vedere e di capire. A questo punto scattano immaginazione e desiderio che colmano le lacune e ricostruiscono gli scenari del mondo aldilà del mondo. È il paradigma de L’Infinito di Leopardi con il suo lessico: il silenzio, il vuoto, una solitudine immensa, echi profondissimi. È il vocabolario della poetica del vago e dell’indeterminato. Sono la situazione e le parole che esprimono la tensione fondamentale della temperie emotiva e intellettuale e tracciano l’orizzonte degli eventi del romanzo.
Il deserto dei tartari è uno spazio dilatato, potenzialmente illimitato, popolato di inganni, miraggi acustici e visivi. Spesso la prima interpretazione di quello che capita è erronea. Dietro l’apparenza, sotto, si nasconde qualcosa d’altro. Così anche succede ne Il Castello di Kafka.
La differenza con Kafka è che in Buzzati c’è Leopardi, la sua poetica che imprime ai confini angusti del quotidiano il fascino dell’illimitato, con una lingua che risale a Petrarca anche per il tema di sottofondo, il leit-motiv della fuga del tempo. Sono le parole dell’attesa del grande evento. Un’attesa che dura una vita. In Kafka lo streben, l’anelito attivo della ricerca, sprofonda nel labirinto straniante del Castello. In Buzzati l’attesa del nemico, della prova fatale con la morte, tortuosa, spesso ascensionale, è ineludibile. Risale una china complicata, dolorosa, a volte paradossale. Termina nell’ultimo capitolo con una vittoria morale del protagonista che sorride alla morte, accettandola.