In otto parole
@Antonio Castronuovo, 28 aprile 2026
Matteo Marchesini pratica molti generi, anche quello asprigno dei minima moralia riferiti alla contemporaneità (come non essere asprigni quando si parla dei contemporanei?) e procura di ciò ottimo esempio nel recente Decennio del panottico, serie di schegge annotate tra 2015 e 2025, Diario pubblico lo chiama lui. Il titolo magnetizza subito l’attenzione su quel “panottico”, famoso carcere ideato a fine Settecento dall’utilitarista Jeremy Bentham, costruzione circolare con al centro una torre da cui il sorvegliante poteva controllare ogni detenuto senza essere visto, immagine architettonica che configura il controllo invisibile e totale del potere disciplinare e, per traslazione, l’attuale Grande Fratello Globale.

Il decennio del panottico allude dunque al doppio lustro appena terminato in cui l’umana comunità – pur provenendo da un secondo Novecento smanioso di svincolarsene – è stata più che mai assoggettata al dominio del “sistema”. Libro dunque di attualità, comunicazione, commento, condotto con stile – e stilo passato al temperino. C’è qui dentro, appunto, il “sistema”, la galera circolare, e c’è una concitata analisi aforistica inerente la sentinella occulta che tutti controlla; ma c’è soprattutto – e questo genera l’attrattiva del volumetto – una poliedrica osservazione dei carcerati che sbraitano verso chi addita loro la garitta della guardia. Se è cecità o stupidità, sia giudice il lettore.
Il diario funziona dall’incipit, dove si cuce la casacca di detenuti e di kapò: «Dicesi influencer il follower implicito dei suoi followers espliciti». A seguire, una prodigiosa nota dedicata ai social-media come luoghi in cui, per evitare errori e darsi una forma coerente, ci s’incatena a «un profilo identitario che non deve lasciare nemmeno una minima porzione di fianco scoperto», ed ecco la pletora di giustificazioni contenute nei “premesso che”. Alla fine, questa scrupolosa coerenza condanna alla sterilità, «perché dove non ci si sente liberi di fare errori, difficilmente s’impara o si inventa qualcosa di buono».
Che salubre ceffone: lo accetto e mi dispongo alla successiva legnata, la nota – sempre riferita ai social-media – della “nausea da saturazione”, cagione della diffusa «regressione agli impulsi indifferenziati della specie», fonte di soppressione delle distanze e al contempo della verità, per cui tutto ne esce falsificato: immagini, fotografie, esperienze.
C’è da farsi male a entrare in queste pagine, che vale “maneggiare con cura”: emettono linfa corrosiva che si sparge in rivoli inattesi. Annota Marchesini che «in Antonio Gramsci ci sono elementi di teoria della prassi politica che possono essere utilizzati dalla destra, in Giacomo Matteotti no». Non commento la proposizione avversativa, osservo solo che il movimento della Nuova Destra, vivace nei decenni finali del Novecento, fu gramsciano: comprese che per il controllo politico della società l’egemonia culturale aveva enorme valore. Ma dove cade la goccia acida nel frammento appena letto? Su Gramsci o sulla destra? Restare nel dubbio dona un piacevole retrogusto.
Ora, per essere rispettabile, una raccolta di forme brevi deve contenere almeno una frase che sia degnamente aforistica, o che addirittura abbia i caratteri individuati da Gesualdo Bufalino nel Malpensante: «Un aforisma benfatto sta tutto in otto parole», e se si contano i componenti del motto ci si accorge che lo disse, appunto, in otto parole. Si è poi scoperto che di otto parole son fatti centinaia di buoni aforismi, come se quel numero donasse armonia alla formula breve.
E guarda caso, proprio al centro del Panottico, s’inarcare una nota d’estetica fatta di otto parole: «Quasi tutti i fanatici di Beckett sono prolissi». Formula che offre un dono ulteriore: per essere buono, l’aforisma deve anche ostentare una finale trafittura, una deviazione semantica che lo conduce lontano dal proprio inizio, e qui l’aggettivo “prolissi” agisce in tal senso e cambia di colpo le carte in tavola. Proprio come accade in uno degli esempi più belli di aforisma in otto parole e con finale trafittura, una Nota azzurra di Carlo Dossi, la cui virgola di pausa prepara la costernante sorpresa: «La legge è uguale per tutti, gli straccioni».
È finita? No: di otto parole è anche la nota ultima del libro: «Salgado, ovvero: gli ultimi saranno i primi piani». Qui la puntura finale è una battuta, certo, ma esemplifica quel brio in cauda per cui è bene stare attenti a Marchesini: scrittore che causa gioie. E dolori.
Matteo Marchesini, Il decennio del panottico. Diario in pubblico 2015-2025, Napoli, Editoriale Scientifica, 2026.

