«Che strano»

@ Francesca Nepori, 5 dicembre 2025

Il ventre della letteratura è gravato dalla narrativa, che lo rende obeso, ma essendo un contenitore capiente, riesce ad accogliere tanti altri generi, anche quelli mal classificabili. E meno male: una letteratura fatta solo di romanzi sarebbe soporifera e molesta. Esiste un angolino anche per i libri di frammenti e spigolature, per le divagazioni erudite ma semplici. Come le 250 prose brevi che costituiscono il Dizionario del grafomane, ultima pubblicazione di Castronuovo: un teatrino di quadretti su persone che hanno scritto troppo, un libro fatto per chi ama perdersi nei retroscena della scrittura e seguirne sia la disciplina e sia il delirio, un lemmario di metodi e ispirazioni, un’operetta magnetica che si colloca agli antipodi della forme strutturate. Un libro adatto insomma a quei pochi che non leggono romanzi (lo dicano piano: si rischia la gogna). Il Dizionario serve a chi non sa che Lope de Vega e Simenon scrissero entrambi 400 opere; che Varrone e Asimov sono congiunti dal fatto di aver redatto 500 libri ciascuno; che John Creasy pubblicò 620 romanzi, Barbara Cartland 730 e Kathleen Lindsay 900; che Lauran Paine è autore di 1000 romanzi, Ryoki Inoue di 1300 e Corin Tellado di 4000, redatti al ritmo di uno alla settimana.
Certo, per scrivere tanto sono necessari dei rituali, bisogna attenersi a norme abitudinarie, serve rinchiudersi in certe specifiche atmosfere, le famose torri d’avorio degli scrittori. Esistono ad esempio tempi necessari: svegliarsi presto la mattina e lavorare per 4-5 ore, rispettando pause predefinite. In alcuni casi si sono formati ampi gruppi di produzione simil-industriale, come per il lavoro a cottimo che Alexandre Dumas padre somministrava a una trentina di “scrittori-ombra”, il che gli permise di pubblicare 257 romanzi, 25 drammi e 150 libri di storia e di viaggi. Esistono anche tattiche strutturali, come le 250 parole ogni 15 minuti che Trollope s’imponeva di scrivere; per parte sua, Arbasino portò i Fratelli d’Italia dalle 530 pagine della prima edizione alle 660 della seconda e alle 1370 della terza. Sono infine necessari gli stimolanti psichici, e qui si spalanca la cateratta dei fumatori, dei bevitori di masse enormi di caffè (le 50 tazze quotidiane di Balzac) e di alcolici, dei dipendenti dalle sostanze euforizzanti: oppio, assenzio o amfetamina (il Corydrane di Sartre…).
Insomma, la grafomania è certamente un tormento per il “grande malato dell’universo”, l’uomo, che esagera anche quando pratica l’attività più alta che ci sia: il lavoro dell’intelletto. Non a caso Paul Léautaud affermava che «un uomo sano e dallo spirito sano non scrive, nemmeno penserebbe mai di scrivere». Ecco, il Dizionario del grafomane è una sorta di bestiario, un catalogo di piccoli mostri dallo spirito insano. Come tale è di ardua schedatura: chi ne volesse una copia, dovrà cercarlo in libreria nello scaffale delle curiosità, delle calligrafie variopinte, dei testi che oscillano tra glosse e brandelli, quelle cose ibride che non si sa come chiamare: né saggi, né confessioni, né nulla. Quelli di cui si dice «che strano». E questa, in fondo, è la loro pregiata qualità.

Antonio Castronuovo, Dizionario del grafomane, Palermo, Sellerio, 2025