Rinaldo Caddeo e il suo ultimo editore

Rinaldo Caddeo e il suo ultimo editore

@ Antonio Castronuovo, 22 gennaio 2026

Singolare, sempre, il destino: sono stato l’ultimo editore di Rinaldo Caddeo, scrittore e aforista che ho stimato e con cui ho avuto un rapporto distante ma carico di cordialità e di sensibile condivisione, il che ha reso iniqua per me la sua scomparsa, quando l’ho appresa a metà gennaio di questo 2026; una scomparsa insomma ingiusta, intervenuta a togliere dal mio orizzonte una persona che esisteva più in spirito che in corporeità.
Era entrato nel mio spazio in quanto aforista che partecipava al premio “Torino in Sintesi”: da giurato l’avevo letto più di una volta, se ben ricordo, e tra me l’avevo giudicato abile. Nella comune collaborazione alla rivista «Script&Books» mi aveva poi dedicato attenzione ben due volte: nel maggio 2024 recensendo il mio Angelo Fortunato Formíggini da poco uscito presso Pendragon, e nel dicembre 2025 con un commento al Dizionario del grafomane pubblicato da Sellerio. In questo caso c’era stato un incontro preventivo: Caddeo era presente tra il pubblico della presentazione del libro al Centro Brera di Milano, in occasione di Book City, il 16 novembre precedente. A metà percorso, nel febbraio 2025, avevo accolto nella mia minuscola etichetta Babbomorto Editore, collocandola nella collana “Frantumi”, quella che è si può dire (con una certa sicurezza) la sua ultima raccolta aforistica: Le giornate e la notte di un pensionato.
Oggi suona profetica la citazione di Elias Canetti che Caddeo appose in esergo alla plaquette: «I giorni vengono distinti fra loro, ma la notte ha un unico nome». Proprio così: nei giorni della vita si profila la varietà, nella notte la piattezza, così come essa ha un solo nome. E piatta, arida, dotata di un solo oscuro nome è la morte. A quella plaquette apposi un preludio. Mi pare sia cosa buona ricordare l’uomo ripubblicando un testo che di lui tratta e che è circolato solo nel ridotto numero delle copie di quella pubblicazione:

Che un pensionato riesca a rimuginare – per un intero giorno, per una intera notte – fino a trat­teggiare forme brevi come quelle qui pubblicate è un feno­meno non dico soprannaturale, ma di certo sor­prendente. E rimarco l’espressione «forme brevi»: siamo qui nella vasta famiglia delle scritture concise, ma non spoglie, come prova a sufficienza la loro prospera fattura.
Non li chiamo insomma «aforismi», almeno nel senso classico del termine: formule che abbiano il sapore di un motto, che espongano un pre­cetto di vita o un’elegante ironia su certi co­stumi dell’umano contegno, briciole che con­tengano una pointe: ciò che ci attende alla fine di ognuna è sì una minima deviazione da quanto abbiamo letto all’inizio, ma non proprio una puntura, semmai una piccola festa dell’in­telligenza visionaria.
Eh sì, ora è meglio contornato il campo in cui ci sta portando l’autore: nel mezzo delle sue vi­sioni, di certe fantasie sognanti, di taluni fugaci rapimenti; certamente nell’area di alcune proie­zioni surreali, che però alludono a un reale con­creto: «Tra un tuono e l’altro, in fondo alle scale, ho sentito il silenzio».
Quanto al contenuto, mi chiedo dove collocare questi frammenti. Vorrei arrischiare di acco­glierli nella filiazione del pensiero negativo, ma mi freno. Nulla infatti di negativo, forse solo un cenno d’infelice desolazione, c’è in una rivela­zione come questa: «Mentre di cenere si occul­tano le guerre, le paci si scoprono di polvere».
E mi torna alla mente quanto scrisse una volta Tim Parks commentando alcuni aforismi di Mario Andrea Rigoni: che le forme brevi conse­guono l’antico progetto di «recuperare la nega­tività attraverso l’estetica», riescono a distillare anni di disillusione «in un istante di ebbrezza». No: nulla di negativo, piuttosto istanti estetici, di piccola vertigine; schegge di artificio che fun­zionano da rifugio luminoso fra le tenebre dell’oscurità montante.
Rifugi surreali: prove che mirano a salvare qualcosa, anche l’effimero, in un panorama di disintegrazione. E tutto formulato con uno stile assai originale, che fa emergere un sentore di pensiero gnostico: facciamo in modo che l’effi­mero sia bello, e funzioni infine come una sorta di salvezza.

«Rifugi surreali» i suoi frammenti… e allora doniamone alcuni, a ricordo infine dell’uomo e della sua scrittura che, ha detto qualcuno, «cattura ma non è catturabile»:

Scappano dalla finestra i ricordi. Li trattengo per i piedi ma loro si slacciano le scarpe e vo­lano via.

Ho passato la notte a fare i conti. All’alba i nu­meri si sono sbriciolati a terra.

Troppo tardi: il tempo è fuoriuscito da una crepa.