Antonio Castronuovo Donna-oggetto
@Antonio Castronuovo, 23 luglio 2025
Quando L’oggetto amato – protagonista femminile della commediola in dieci scene scritta da Alfred Jarry – entra cantando è tutto un trillo in “ille”, che nella sua recente traduzione Dario Borso traspone almeno in una “olla”. E così la quartina «Sous la charmille / que l’aube mouille / perle son trille: / comme il gazouille!» si trasforma in «Sotto la pergola / che l’alba ammolla / come trilla / la sua ugola!». E qui sono stato colto dalla fregola della licenza poetica e avrei tanto voluto far rimare quell’«ammolla» con una pingue «ugòlla»: sarebbe stato un bislacco neologismo, ma che meraviglia, e poi: non siamo forse dentro un’operetta dello stravagante Jarry? e allora stravaganza sia e vibri l’ugòlla!
Ci troviamo nei primi anni del Novecento: Alfred Jarry (1873-1907), ha già segnato l’ultima decade dell’Ottocento con Guignol, il ciclo di Ubu e una Revue des pantins quand’ecco che, per l’estrema indigenza in cui cade causa la chiusura nel 1903 delle riviste cui collabora, s’impegna a comporre operette. A luglio scrive Le Moutardier du pape e a ottobre conclude la “pastorale in un atto” in versi rimati L’objet aimé, avviando la fase tarda della propria inventiva, quella “mirlitonesca” delle agitate marionette che calcano la sua opera dal 1903 al 1907 e che prova quanto Jarry fosse incline all’artificio letterario, al mero scorrere delle parole, meglio ancora se pensate nella deformazione “passatista” del mirliton, il nostro “flauto eunuco”, lo strumento membranofono che – distorcendo la voce come se provenisse da un fonografo – è perfetto per il guignol, il teatro delle marionette.
Forse dobbiamo immaginare traversata da quel timbro vocale la pastorale oggi finalmente a disposizione in italiano per gl’incurabili “jarrofili”, forse questi versi cantilenati dobbiamo immaginarli poggiati su un fondo musicale che assegnerebbe loro un senso più compiuto. Sta di fatto che, con uno sguardo all’invenzione della bande dessinée con cui Rodolphe Topffer aveva narrato nel 1837 le avventure del signor Vecchio-Legno (personaggio ripreso nella pastorale senza lineetta), Jarry ci consegna «una sagra scoppiettante di calembour, di assonanze incongrue, di elisioni iperboliche, di deformazioni e parossismi verbali dove la lingua, sul punto di disfarsi, si reinventa invece»; ci dona un’altra opera comica e assurda, tale da sfiorare la perfezione del mero flusso di parole sopra banali accadimenti e scene insensate, ciò che in fondo costituisce l’assolutezza del Teatro.
Questo per dire che nell’Oggetto amato ciò che succede sembra secondario, anche perché non succede nulla: l’Oggetto è desiderato dal signor Vecchiolegno, flirta col Rivale Fortunato (non sembra che gli si conceda), Vecchiolegno infilza il Rivale e alla fine, «rendendo più duratura una piccola avventura», convola con l’Oggetto a nozze, celebrate da un Sindaco che poco prima ha ricevuto da Vecchiolegno una bastonata (pardon, legnata). Un niente cantilenato come tiritera, una nenia cadenzata in cui la cosa che più colpisce è la violenza sulla donna considerata oggetto, amata sì, ma appunto “oggetto amato”: una violenza candida e schietta, come quella del re Ubu che massacra come niente fosse.
Non so se l’opera – come dichiara il curatore – precorra di un buon lasso di tempo le avanguardie letterarie del Novecento, so però che siamo indotti a sospettarlo. E so che al cospetto di queste riesumazioni il mio amore giovanile per Jarry, oggi sopito, ha un trasalimento, come se davvero il primo amore non si scordi mai. Si dice che nella vita ci s’imbatte spesso negli «ex» e ne scocca una scintilla. Qui, per la qualità filologica e storica della curatela, la scintilla c’è stata. Vedremo se sarà di nuovo amore.
Alfred Jarry, L’oggetto amato, Milano, La vita felice, 2025.

