Un monumento per Cangiullo (senza piccione sulla testa)

Un monumento per Cangiullo (senza piccione sulla testa)

@ Antonio Castronuovo, 13 luglio 2025

Domenico Cammarota, curatore e prefatore di questo volumetto (a palparlo sembra tale, a entrarci è una cattedrale), afferma in premessa che da tempo a Napoli è calato il sipario del silenzio su Cangiullo, e dire che aveva fatto eroicamente parte di una cultura “plebea” storicamente contrapposta a quella borghese dei Croce, Di Giacomo, Serao. E quando poi volle aderire al futurismo, fu subito accolto nella prima, smaltata pattuglia storica, collocandosi agiatamente nell’ala ludica, tra i giocosi e burleschi, assieme a un Palazzeschi, a un Depero. Eppure, Napoli non gli ha dedicato nemmeno una strada, come hanno fatto Roma e Livorno, dice il curatore. Vado a controllare sullo Stradario Nazionale se è vero, e concludo che lo è.

A Livorno ci morì nel 1977 e sulla casa della dipartita, al n. 2 di via Maggiore Luigi Corti, svetta una lapide che ricorda il fatto: «Qui in una casa amica il 22 luglio 1977 si spense il poeta futurista Francesco Cangiullo, napoletano innamorato di Livorno». Una lapide che tra le righe sembra dire più di ciò che dice: che cosa significa infatti «casa amica»? Non esistendo una buona biografia di Cangiullo, chiedo lumi al curatore e riporto le notizie che ne ho ottenuto.

Cangiullo abitava a Napoli nel quartiere Pignasecca e perse casa e carte in un bombardamento del 1943 (Cammarota lo narra ne La cassetta perduta di Cangiullo, Babbomorto 2021). In rotta con la famiglia – che non ne poteva più degli abbandoni, dei ripetuti tradimenti e dello scarso contributo dell’uomo all’economia della casa – si trasferì a Roma, da solo. La capitale gli ha poi dedicato una via con aiuola divisoria: dall’altra parte dell’erba corre parallela via Adolfo Ravà. A Roma Cangiullo visse isolato, ma oggi non più: poco oltre si allarga via Benedetto Croce, uomo col quale corsero scintille, che ancora rischiarano il quartiere Ardeatino come lucciole.

Nel 1956 giunse a Livorno e visse in un appartamentino messo a disposizione dalla proprietaria nel bellissimo Hotel Palazzo del lungomare di viale Italia: forse Cangiullo ripagava la signora con qualche “prestazione”. Dipingendo brutti quadretti d’ambiente e intessendo rapporti con poetastri locali, diventò pian piano una piccola celebrità, per cui dopo morto gli furono dedicati articoli, una mostra con catalogo, l’apposizione della suddetta targa e l’intitolazione d’una via. E adesso lo svelamento: la casa era “amica” perché vi abitava la pittrice sua ultima allieva (e forse qualcosa di più) Mena Joimo, che negli ultimi anni di vita lo curò amorevolmente e alla fine se lo portò dall’ospedale a casa (malgrado fosse sposata…), dove Francesco morì tra le sue braccia. Una bella storia, insomma, e Livorno – sia detto a voce alta – ha fatto la sua parte: mostra, lapide e strada.

Cangiullo e Mena Joimo

Latitante resta Napoli, città nativa, ma almeno adesso c’è questa bibliografia, con la quale Cammarota – tra i massimi studiosi di futurismo in Italia, collezionista e molto altro – ha compiuto un atto di giustizia e di amore verso un artista su cui, appunto, non esiste ancora una decente biografia. Ma una bibliografia, un prodotto come questo, può essere gradevole da compulsare? Sì, può esserlo, perché sopperisce alla biografia che manca.
Titolo per titolo (e sono 1485) si sbozzano i tratti di un uomo che ha scritto, tanto, e che da genuino partenopeo cominciò con Povero core mio, apparsa sul «Mattino» il 7 settembre 1902, ma di cui non aveva fatto i versi bensì la musica. Ai suoi inizi ci sta insomma la musica, anche se nelle settimane successive si riprese e di una composizione fece sia la musica e sia i versi: Core d’ ’o core mio… Già scende la lacrima sentimentale, che presto s’asciuga in un nodo filologico: al n. 11 appare la canzone (versi e musica di Cangiullo) ’A cammurestella, che al n. 12 diventa ’A cammurristella.

Non farmi soffrire, Cangiullo, dimmi subito perché la stessa ragazzina – prepotente come una piccola camorrista – è cantata sotto due titoli diversi!
Naturalmente, sono inezie: entrati in questo monumento ci imbattiamo presto nei grandi libri di Cangiullo, quelli della sua epoca d’oro: Piedigrotta (1916), Caffèconcerto (1919), Poesia pentagrammata (1923), opere di grande bellezza grafica e novità espressiva. E giacché ci siamo, vale dedicarsi anche a Le serate futuriste (1930, ma anche 1961, seconda edizione meglio rintracciabile): bel libro di memorie, «romanzo storico vissuto» dice ancora il titolo; un volume che ho sempre tenuto – non so perché – a fianco di Primo Conti, La gola del merlo.
E per non accantonare le cose di rilievo non DI ma SU Cangiullo, questo bel lavoro di Cammarota si colloca adesso tra i contributi fondamentali, assieme a lavori nodali come quello di Luciano Caruso, Francesco Cangiullo e il futurismo a Napoli (Spes-Salimbeni, 1979); come l’Epistolario Cangiullo-Marinetti (Vallecchi, 1989) e come, ancora di Cammarota, I funerali del filosofo passatista (Galliera, 2023).
Se dunque a Napoli manca una via Cangiullo, un grande napoletano come Cammarota, almeno, gli ha dedicato un monumento. Di carta, è vero, forse un po’ meno duraturo di quelli in pietra ma con un grosso vantaggio: non avrà mai un piccione sulla testa.

Domenico Cammarota, Bibliografia ragionata di Francesco Cangiullo (1902-2024), Macerata, Biblohaus, 2025.