Taccuini con sorpresa bibliofila
Nota su Leonetta Cecchi Pieraccini, Corso d’Italia 11, Sellerio 2026
@ Antonio Castronuovo, 3 febbraio 2026

Vorrei andare subito al nocciolo della questione, ma corre l’obbligo, prima, di dire qualcosa su questa superba seconda puntata dell’edizione completa dei taccuini di Leonetta Pieraccini, consorte di Emilio Cecchi, che Sellerio ha pubblicato in un corposo volume di mille pagine (non una di più, non una di meno). Vi sono accolte le note stilate dal 1930 al 1945, prosecuzione delle Agendine 1911-1929 pubblicate dieci anni fa, anche se quelle, pur coprendo un arco temporale maggiore, pesano la metà: è come se nel momento in cui i coniugi, già residenti a Roma, andarono a vivere nel 1924 in Corso d’Italia 11, la necessità di Leonetta di registrare il quotidiano si facesse incalzante.
Il contenuto è talmente ricco di fatti pubblici e domestici, di volti e costumi, di macchiette e mestizie da assurgere a forziere di notizie, ma anche a specchio privato dell’anima di quella buona borghesia che, nel 1930-1945, si trovò a vivere il quindicennio più aspro dell’era fascista, subendolo e diffidandone. Un volume di tale densità lo si può leggere in due modi: dall’inizio alla fine come un romanzo d’epoca, oppure affidandosi all’indice dei nomi e osservandone uno per volta tra i tanti che la famiglia Cecchi frequentò.
Ciò detto, chi inizia la lettura del volume deve passare da un pezzo posto dall’editore a mo’ d’introduzione, l’articolo Penna e calamaio che la Pieraccini diede al «Mondo» nel marzo del 1962: vi affiora una notizia bibliofila che mi ha colpito. Negli anni raffigurati da questi taccuini, Leo Longanesi l’aveva invitata a pubblicare su «Omnibus» qualche ricordo. Dopo una fase di ritrosia, Leonetta cedette e uscirono i primi ritratti, che una volta diventati schiera suscitarono l’idea di trarne un libro. Lei ci lavorò e mandò tutto a Longanesi che, stranamente, non reagì. Qualche tempo dopo, il dattiloscritto fu mostrato a Enrico Vallecchi, che lo accolse e lo pubblicò all’inizio del 1952 col titolo Visti da vicino, rigettando una diversa idea dell’autrice.
E qui il destino ci mise lo zampino: un libro dal medesimo titolo pubblicato l’anno prima da Elisabetta Cerruti con Garzanti, che scrisse alla Pieraccini: «Credo che la Cerruti non potrà rammaricarsi. Sino ad ora non ha notato la coincidenza. Qualora la noti non credo sia persona da rilevarla». E invece a giugno del 1952 ecco giungere la lettera di un avvocato che dichiarava lesi gli interessi della cliente Cerruti e annunciava una denuncia per plagio e similitudine grafica contro l’editore e l’autrice.
A nulla valsero le scuse: la causa fu avviata e la sentenza condannò Vallecchi e l’autrice a ritirare l’opera e a risarcire danni e spese: «Il buon Vallecchi si assumette generosamente tutte le responsabilità perché era lui che aveva voluto il mutamento del titolo, dopo che era stato annunciato con un altro. Credo che sia riuscito ugualmente a vendere l’edizione mascherandola con una sopracopertina dove il titolo era modificato in Amici visti da vicino».
Non mi sono mai imbattuto in Visti da vicino ricopertinato e re-intitolato da Vallecchi, e nemmeno ne trovo traccia nel catalogo SBN nazionale: se esiste è da spasimo. Personalmente ho un esemplare di quelli che avrebbero dovuto essere ritirati dal mercato, e da oggi lo tratterò come buon libro da collezione. Dietro il frontespizio porta la stampigliatura «Diritti riservati». Sorrido e ripongo la mia copia a scaffale, con mano di velluto.

