LIBRI SOTTO L’ABETE: Dizionario del grafomane: un vocabolario ironico di letteratura mondiale

LIBRI SOTTO L’ABETE – NATALE 2025

Dizionario del grafomane: un vocabolario ironico di letteratura mondiale

@Rinaldo Caddeo, 15 dicembre 2025

Si può leggere dall’inizio alla fine, (così ho fatto io), come un romanzo.
Si può degustare a pezzettoni o a pezzettini, come una fetta di torta con le sue briciole.
Si può assaporare, prelevando a casaccio un po’ qua e un po’ là, una voce per volta. Ogni voce è una storia a parte, a se stante. L’organizzazione dell’opera è rigorosamente alfabetica come per un Vocabolario. A ogni lemma è dedicata in media una pagina, a volte un po’ di più, a volte un po’ di meno, di lettura intrigante, mai pedantemente enciclopedica o erudita, anche se di opera erudita ed enciclopedica si tratta.

Insomma, che cosa è Dizionario del grafomane? Di che cosa tratta questo strano libro di Antonio Castronuovo?
Tutti sappiamo che cosa sia un dizionario, ma un grafomane: chi è?
Ricorriamo a un Dizionario vero e proprio: Devoto – Oli, edizione Le Monnier del 2002: «Persona affetta da grafomania». E grafomania? «Mania di scrivere di tutto e su tutto e senza posa».

In questa vastità, si ritaglia l’Oceano della scrittura letteraria, con annessi e connessi. Di questo mare Castronuovo offre una perlustrazione sui quattro punti cardinali, in superficie e in profondità. Si tratta di navigazioni avventurose, che scelgono rotte e porti, non di una summa fotografica di copertine o di quarti di copertina.

Riparto dalla mia esperienza: per me è stato come leggere un romanzo. Un giallo o un romanzo d’amore, anzi, un poema epico cavalleresco, tipo Orlando furioso, che ha come eroi gli scrittori, come campo di battaglia la scrittura e dove in ogni storia ci si perde come in una stanza di Ariosto. Non ci sono limiti di spazio e di tempo. Si va dall’Italia al Giappone, da Murakami a Enheduanna (2300 a.C), da Camilleri a Ovidio, da Varrone a Tolstoj, passando per L’Europa e le Americhe, attraverso Balzac, Sartre, Capote, Churchill, Mann, Pontiggia, Zola e molti altri, (centinaia), noti e sconosciuti.
Non c’è soltanto una quantità di titoli, rivelazioni, racconti picareschi, numero di copie, copie senza numero, vizi e virtù, riti di passaggio, pratiche di sostegno, regole e sregolatezze, sirene e ciclopi, zampe di gallina, paradossi, picchi, depressioni, angosce… vertiginosa.

C’è un ordine in questo caos. È lo stile di Castronuovo: la postura, il contegno, il linguaggio. Senza sbavature, con rigore e levità, ci sono tutte le informazioni necessarie per capire. Alla fine di ogni voce, di ogni storia, non manca mai la pointe antifrastica, sottile, penetrante, tale da provocare, non tanto lo sghignazzo, quanto un sorriso. Un sorriso che viene dal cuore, ma intriso, in differenti gradi, di ironica allegria, di amabile amarezza, di rassegnata e/o partecipe meraviglia, come in Catalepsi, sulle malattie dei letterati dal ‘700 ai giorni nostri o in Subappalto l’aneddoto stupefacente su Alexandre Dumas.

A volte, però, non ho potuto fare a meno di ridere a crepapelle, davanti a un Marinetti che in Bozze in trimotore, corregge imperturbabile le bozze in un «finimondo di schiaffi bastonate nella folla impazzita che voleva bruciare impresario poeti passatisti e futuristi» o per il caso di Bernardo De Dominici, in Falsario, autore di Le Vite de’ pittori, scultori, ed architetti napoletani. L’opera, in tre ponderosi volumi, sulla carriera di decine di artisti napoletani, viene pubblicata tra il 1742 e il 1743. Con tanto di ristampe, a risarcimento delle lacune del Vasari, giudicate particolarmente punitive nei riguardi di Napoli e dintorni, viene accolta con alte lodi. Peccato che il De Dominici, (sbugiardato nei successivi secoli, tirato per le orecchie perfino da Benedetto Croce), ci prenda un tale gusto che va a finire che s’inventa nomi e biografie come quelli di Mastro Formicola, Pippo Tesauro, Mastro Stefanone, Andrea Ciccione, Buono dei Buoni…

Insomma, stranezze, drammi, narrazioni, capovolgimenti, sfide, imprevisti, tanto inverosimili quanto reali, sono messi a servizio di una sapida e guizzante curiosità. C’è un gusto speciale per le metafore che riguardano la scrittura stessa, come in Faccenda callosa, a proposito di John Steinbeck, (che scrive sei ore al giorno con così tante matite da procurarsi un doloroso callo al dito medio e da dover ricorrere a un temperino elettrico): per lui le parole scritte non sono indelebili ma si diffondono come tintura nell’acqua a colorare ogni cosa attorno a loro. Per Aragon (Oceanografo) scrivere equivale a tuffarsi nell’acqua delle frasi per generare ciò che lo scrittore ignora. Per Proust (Originalità) l’originalità, situata a un distanza millimetrica da ciò che è stato già scritto da altri, è il battito d’ala di una farfalla.

L’esercizio della scrittura può essere una terapia o un tormento o entrambe le cose, ma in Gavetta, Castronuovo, per la prima volta senza citare nessun altro, ci dice seriamente la sua: la scrittura è fatta di perseveranza e raccoglimento. L’ispirazione è una lusinga, una nube indefinita, molto distante dalla scrivania dello scrittore.

Antonio Castronuovo, Dizionario del grafomane, Sellerio, 2025