“L’arte di rendersi infelici” di Domenico Castaldo e LabPerm al Teatro Gobetti di Torino

“L’arte di rendersi infelici” di Domenico Castaldo e LabPerm al Teatro Gobetti di Torino

@ Cristina Dalla Corte, 12 aprile 2024

In un caldissimo sabato d’aprile il Teatro Gobetti accoglie una replica aggiuntiva del nuovo spettacolo di LabPerm, andato esaurito da mesi.
Le motivazioni ad una risposta di pubblico così entusiastica sono tante: tra le principali la bravura di Domenico Castaldo e i suoi attori che si dedicano alla formazione, lavorando sulle potenzialità creative degli esseri umani.
La sede di questo collettivo straordinario è San Pietro in Vincoli (a Torino) con la L.U.P.A., Libera Università della Persona in Armonia, dove propongono differenti percorsi di teatro sociale nel senso più ampio e armonico del termine: voce, canto, lettura ad alta voce, azione e corpo.
Domenico Castaldo, leader del gruppo, si diploma al TST di Torino con Luca Ronconi e si forma e lavora presso il Workcenter di Grotowsky e Richards; fonda nel 1997 il Laboratorio Permanente di ricerca sull’Arte e dell’Attore, il LabPerm.
L’Arte di rendersi Infelici prende spunto da un saggio dello psicologo Paul Watzlawich, che descrive l’insensatezza di alcuni pensieri e comportamenti autodistruttivi che si ripetono, autoalimentando dolori, risentimenti, rabbia e una dose infinita di paranoia.
Questo perverso meccanismo spiraliforme non può che ricordarci l’Inferno dantesco, con un susseguirsi di gironi di dannazione eterna, che rendono la nostra esistenza un passaggio infelice sulla terra. Watzlawich si diploma con una tesi su Dostoevskij e prosegue gli studi a Zurigo all’Istituto C. G. Jung; nel 1967 pubblica una pietra miliare della psicologia mondiale, Pragmatica della comunicazione umana, il cui concetto fondante è: il comportamento patologico non esiste nell’individuo isolato, è soltanto un’interazione patologica tra individui, spesso attraverso la comunicazione.
I quattro interpreti, partendo dall’assunto che all‘essere umano piace soffrire, ci offrono esempi scenici esilaranti, spesso tratti da scene familiari.
La scena, nuda e semplice, ha come cornice tre coppie di led arcuati, quasi una grande gabbia toracica, che racchiude e fa respirare l’azione. Al centro un portaogetti in metallo, appendiabito dei vari cambi scenici, che avvengono a vista, e tanti piccoli strumenti musicali come un gong, un triangolo, una campanella, che accompagnano la scansione temporale e sonora dell’opera.
I dialoghi, fitti e fluidi, mostrano il crescendo della fase paranoica, che nasce da una situazione banale, e che invece di trovare declinazioni pacifiche diventa tormento ossessivo e infine tragedia.
L’abilità dei performers è la leggerezza e l’ironia con cui si guarda all’umano, senza condanna né giudizio, con sguardo compassionevole. La fluidità della scena è realizzata attraverso un moto continuo e perfettamente incarnata nei personaggi.
I ruoli caratterizzanti, sono interpretati da Domenico Castaldo: istrionico guitto, nonno napoletano, uomo della Padania, con toni, colori e timbri della voce sempre diversi. Anche nelle canzoni in cui interpreta voci graffianti e roche o semplici suoni di batteria o uccellini, ci regala uno spettacolo sonoro. La voce limpida di Lucrezia Bodinizzo, che in versione acustica con base vocale del gruppo interpreta una rivisitazione al femminile della Ballata dell’amore cieco di De Andrè, lascia senza fiato.
Completano l’armonia Marta Laneri, che interpreta la voce narrante della storia, con un look vintage, capelli raccolti in un garbato chignon con occhialini da maestrina saccente e Zi Long Ying che attraversa duttile e leggero un arcobaleno di personaggi. I quattro performers si muovono in una geografia spaziale organizzata e continua con la precisione e il ritmo incalzante della commedia dell‘arte. Nessun tempo morto, ogni azione scorre, ogni particolare trova il suo posto armonicamente, conducendo il pubblico ilare e divertito di girone in girone a riconoscere l’attaccamento al dolore.
Ciò che emerge è che siamo affezionati a questo ruolo distruttivo, esiste un segreto desiderio di autoumiliazione; ce lo ricordano gli ultimi due monologhi di Castaldo con le parole di Dostoevskji tratte da Il sogno di un uomo ridicolo e Memorie dal sottosuolo.
Nel secondo romanzo, del 1864, un’opera fondamentale di Dostoevskji, egli individua un sottosuolo dell’anima che darà vita ai personaggi di tutte le opere seguenti. Nel Sogno di un uomo ridicolo, del 1887, la contestazione etico-politica della felicità sulla terra è fatta in nome della vera natura dell’uomo, distruttore ed egoista, che si rammarica di contaminare ogni forma di vita: come una peste, io li infettai tutti. In questo racconto breve, il sottosuolo dell’anima però è sondabile e percepibile attraverso la fase onirica, il sogno è lo specchio della consapevolezza.
La parabola di Dostoevskji è ama il prossimo tuo come te stesso, ma rovesciata ama te stesso come ameresti gli altri.
Difficile trattare questi temi senza cadere nella retorica, mantenendo ritmo, fluidità e qualità dell’azione, ma LabPerm e Domenico Castaldo sono riusciti a trovare un’alchimia rara e potente per ascoltare le fragilità umane e condurci nel sottosuolo della nostra vulnerabilità.

 

L’ARTE DI RENDERSI INFELICI

liberamente ispirato a Istruzioni per rendersi infelici di Paul Watzlawick
drammaturgia e direzione Domenico Castaldo
con gli attori del LabPerm Lucrezia Bodinizzo, Domenico Castaldo,
Marta Laneri, Zi Long Ying
light designer Davide Rigodanza
sound engineer Massimiliano Bressan
scene, musiche e costumi LabPerm
LabPerm di Domenico Castaldo
Compagni di Viaggio

Al Teatro Gobetti di Torino dal 2 al 7 aprile