Passioni ammalianti e mitici coltelli con “Malìa” di Luigi Capuana

Passioni ammalianti e mitici coltelli con “Malìa” di Luigi Capuana

CATANIA – Et voilà per la delizia degli appassionati la Sicilia dagli umori sanguigni, dove la passione brucia e uccide, devastando le coscienze, gli schemi tradizionali, le convenzioni, i legami di sangue, il buon senso. Una passione carnale colta nel suo manifestarsi, capace di scuotere il sistema di valori faticosamente costruito intorno alle eroine trasudanti eros, è la grande protagonista di “Malìa”, opera teatrale del primo Novecento, che porta la prestigiosa firma di Luigi Capuana. Originario di Mineo, paese dell’entroterra della Sicilia, considerato il padre del Verismo, condividendo con i suoi conterranei i crismi innovativi del linguaggio letterario spogliato da retorica e perbenismi, scrisse e sottopose questo dramma ai suoi amici scrittori, in primis al Verga e a De Roberto, ricevendone grande approvazione. La passione incestuosa di Jana ricorda certi tratti della Lupa, a detta dello stesso Verga, percorrendo la strada dello svelamento dell’universo femminile, un mondo nascosto e brulicante di sentimenti forti e fatali, indagato dalla sensibilità artistica di un uomo, teso a percorrere l’accidentata, ma affascinante strada della sperimentazione.

L’opera, che segnò l’esordio del grande attore catanese Giovanni Grasso, ha avuto riscontro anche nella versione cinematografica del ’46, diretta da Giuseppe Amato e interpretata da Gino Cervi e Virginia Balistrieri. Vi fu anche nel 1893 un melodramma omonimo su testo di Capuana musicato da Paolo Frontini.

La protagonista Jana, vive una segreta passione travolgente per il cognato Cola, struggendosene fino a cadere in un’abulia dai risvolti esoterici. Il parentado, in primis la zia Pina, impersonata con magistrale comicità e fulgida ironia da Guia Jelo, la credono vittima del malocchio. I risvolti tragici della vicenda dai toni tragicomici, riportano alla tradizione una storia esplosa nella modernità di uno sguardo lucido sulla sfera emotiva della psiche umana, spalancata senza pudori agli occhi dello spettatore, potentemente evocatrice della tragedia greca, spostata in Sicilia alla fine dell’Ottocento.

Tre brevi quadri tagliano la vicenda in uno spazio sobrio, reso uniforme dalla tonalità del grigio azzurro fin nelle suppellettili, dove i personaggi si muovono in una commistione di tradizione e innovazione, chiave che costituisce il fulcro della regia di Armando Pugliese, attento ad accostare elementi di forte caratterizzazione a elementi divergenti, come la bellezza nordica della protagonista, o l’uso del dialetto dalla pronuncia neutra, usato come una lingua, senza inflessioni e coloriture, in un contrasto cercato e stridente anticonvenzionale, che ci porta sul piano del lucido racconto verista, rivisitato dalla sensibilità contemporanea. La forza di un’opera ammaliante dal testo trainante come il suo titolo, “Malìa”, in questa edizione si avvale di una regia coerente, di una inerente interpretazione del ricco cast, in un ensemble che sfida il tempo, restituendo nell’impianto registico la freddezza dell’osservatore di destini, in tutta la sua implacabile crudezza.

Dura veritas, sed veritas.

MALIA

Di Luigi Capuana

Con Riccardo Maria Tarci, Roberta Rigano, Barbara Giordano, Giuseppe Schillaci, Marcello Montalto, Angelo Tosto, Plinio Milazzo, Puccio Castrogiovanni, Guia Jelo, Lorenza Denaro

Regia Armando Pugliese

Costumi e impianto scenico Dora Argento

Luci Sergio Noè

Al Teatro Brancati di Catania fino al 17 Marzo