‘Copenaghen’: essere E non essere. I fisici di Michael Frayn alla Pergola di Firenze

‘Copenaghen’: essere E non essere. I fisici di Michael Frayn alla Pergola di Firenze

 

FIRENZE – Cascate di equazioni vorticano proiettate sulla scena fino a condensarsi cristallizzandosi in una zona fantasma separata dallo spazio e dal tempo, un ambiente cupo e indefinito a metà fra un’aula di fisica e un purgatorio personale. Tre spettri grigio vestiti si manifestano come i simulacri di Niels Bohr, sua moglie Margrethe e Werner Karl Heisenberg. I tre tentano di ricordare l’incontro avvenuto nel 1941 a Copenaghen in casa di Bohr, un incontro che potrebbe aver cambiato le sorti della seconda grande guerra e del mondo come lo conosciamo. Bohr e Heisenberg sono maestro e allievo, uniti da anni di amicizia e ricerche, entrambi coinvolti nella rivoluzione della fisica che partendo da Max Plank ha portato alla meccanica quantistica, ma Heisenberg è un tedesco a capo di un ramo del programma nucleare nazista, mentre Bohr è in parte ebreo e risiede con la moglie in una Danimarca occupata. Quale sarà stato il fulcro della discussione avvenuta a Copenaghen? Da qualche anno era stata scoperta la fissione nucleare, la possibilità di “spezzare” un atomo, producendo due atomi di altri elementi e un piccolo quantitativo di energia (sufficiente a spostare un granello di sabbia), una scoperta che, era chiaro a tutti, aveva in potenza qualcosa di ancora più incredibile, maestoso e terribile. Quindi sia Bohr che Heisenberg sapevano che era possibile liberare l’energia imbrigliata nel nucleo degli atomi, ma in che misura? Era possibile creare quella che poi diverrà la più terribile arma mai forgiata dall’umanità?

Quindi il fisico tedesco ha aggirato i controlli delle SS, dalle quali era già stato messo sotto torchio per la sua ammirazione per Einstein -inviso ai nazisti perchè ebreo- per andare a trovare il mentore, e arrivato da lui ha provato a sostenere una conversazione con Bohr, provocandone l’ira e chiudendo il dialogo. Ma cosa si saranno detti? Forse Heisenberg ha tentato Bohr, dopo avergli rivelato del programma nucleare nazista, per portarlo dalla sua parte garantendogli l’immunità? Voleva interpellare il maestro sull’etica dell’impiego dell’energia nucleare per la costruzione di una bomba? Voleva scongiurarne la costruzione da entrambe le parti, proponendo solo un uso pacifico di questa nuova straordinaria forma di energia? Nel dialogo, serrato, meccanico, perfetto come un’equazione fra Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice, che prestano i loro corpi ai tre personaggi, scorgiamo le persone, i loro dubbi, i loro rimorsi, le loro anime fragili in balìa di conoscenze a tratti troppo grandi per un essere umano: una conoscenza che potrebbe provenire dal mitico Necronomicon raccontato da H.P. Lovecraft, per la stranezza e il potere distruttivo che comporta.

Uomini comuni con il mondo sulle spalle, costretti a decisioni titaniche e dilaniati fra la famiglia, il dovere verso la nazione e la propria coscienza. Alla fine Heisenberg non costruirà mai la bomba per i nazisti: dirà che è irrealizzabile e si prodigherà nella costruzione di un reattore per la costruzione di energia. Se lo abbia fatto, come lui sostenne, per volontà di non consegnare l’arma ai nazisti, oppure se non riuscì in un calcolo relativamente banale per mancanza o per lapsus non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è che Bohr contribuì alla costruzione dell’innesco delle prime bombe A, che vennero sganciate su Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 Agosto 1945 dall’aviazione degli Stati Uniti; in un lampo di luce, la più forte mai vista sulla terra, la dimostrazione scintillante della ricerca scientifica e del genio degli esseri umani, persero la vita più di due centinaia di migliaia di persone, per massima parte civili. Uno scienziato che collaborò con i nazisti, Heisenberg, per uno scherzo del destino (o forse no) ha le mani più pulite di Bohr, che scelse di collaborare con gli alleati.

Una scena scarna, nera, con lavagne di ardesia e scritte nette in gesso bianco, abiti grigi, tre sedie. In una desolazione che richiama il limbo, Mauro Avogadro fa muovere i personaggi descritti da Michael Frayn. Un limbo concettuale, dove non è chiaro di chi sia la colpa e addirittura se esista una colpa, un limbo fatto da rimorsi e sensi di colpa, con la proiezione del fungo atomico che squarcia l’intera scena evocando scenari d’inferno. Senza dubbio uno spettacolo che colpisce e tocca nel profondo, aprendo una finestra su una pagina della storia tanto importante quanto poco conosciuta. Gli attori (mostri sacri di bravura eccezionale) scandiscono le battute rapidamente in un dialogo serrato, coinvolgente per quanto il testo stesso talvolta indugi in tecnicismi difficilmente comprensibili da uno spettatore totalmente digiuno di chimica e fisica.

Cosa sia avvenuto effettivamente nel giardino della casa di Bohr a Copenaghen non ci è dato conoscerlo, allo stesso modo in cui non si può conoscere contemporaneamente la posizione e la quantità di moto di una particella, come ci spiega Heisenber nel suo principio di inteterminazione; possiamo solo immaginare tutte le possibili configurazioni e darle tutte per vere e false in contemporanea, come il gatto di Schrödinger che è dato per vivo e morto contemporaneamente così in questa pièce Heisenberg e Bohr sono dati per eroi e carnefici allo stesso tempo, e se la storia è andata come è andata è solo per il principio di indeterminazione che è il cuore di tutte le cose.