Una storia Giacobiana di vendetta pulp. ‘La tragedia del vendicatore’, regia di Declan Donnellan, alla Pergola di Firenze e, dal 23 gennaio al 3 febbraio, all’Argentina di Roma

Una storia Giacobiana di vendetta pulp. ‘La tragedia del vendicatore’, regia di Declan Donnellan, alla Pergola di Firenze e all’Argentina di Roma

FIRENZE – Personaggi stereotipati il cui carattere viene esasperato al massimo, scene ai limiti del nonsense con musica, balli ed esplosioni di violenza degne di un film d’exploitation, domande e battute sarcastiche rivolte al pubblico: non avete tra le mani un fumetto di Alan Moore, né state guardando una nuova trasposizione cinematografica di Deadpool, vi trovate invece davanti a “La tragedia del vendicatore”, pubblicata da Thomas Middleton nel lontano 1607, adattata in italiano da Stefano Massini e diretta da Declan Donnellan.

Il paragone con il mondo del fumetto è inevitabile: il protagonista è Vindice (Fausto Cabra), nome che richiama la sua natura di vendicatore, pronto a tutto pur di rivalersi della morte della propria amata, fatta uccidere dal duca (Massimiliano Speziani) perchè essa non voleva cedere alle avances di quest’ultimo. Vindice, in preda a una follia lucida degna del Joker di Heath Ledger si appresta a riscuotere il tributo di sangue che gli è dovuto. Travestito da Piato, uomo di malaffare, e con l’aiuto del fratello Ippolito (Raffaele Esposito) viene presentato al maggiore dei figli del duca, Lussurioso (Ivan Alovisio). Lussurioso chiede aiuto a Piato perchè desidera possedere Castizia (Marta Malvestiti), sorella di Vindice e Ippolito. Vindice è tentato di togliere di mezzo Lussurioso, tuttavia sceglie di attendere il momento propizio e intanto mettere alla prova la madre Graziana (Pia Lanciotti, che interpreta anche la duchessa) e la sorella ingannandole con il travestimento da Piato: mentre la vergine Castizia tiene fede al proprio nome e non cede, la madre, umile vedova, si fa accecare dalle promesse di prestigio e benessere economico e cerca di convincere la figlia ad accondiscendere alle richieste di Lussurioso.

Tornato al castello Piato parla con Lussurioso e lo spinge a correre nella stanza della duchessa dove a suo dire la duchessa sta consumando un rapporto adulterino con Spurio, figlio bastardo del duca (Errico Liguori). Lussurioso irrompe armato nelle camere padronali, trovando la duchessa a letto con il suo legittimo sposo. Il duca fa arrestare Lussurioso e decide di mettere alla prova Ambizioso (David Meden) e Supervacuo (Christian Di Filippo), i maggiori dei tre figli avuti con la nuova duchessa – il terzo (Alessandro Bandini) è stato arrestato all’inizio del dramma perchè reo confesso di stupro, sicuro comunque di ricevere la grazia dal padre – per verificare quanto possano essere infidi. I due si recano alle prigioni per far giustiziare immediatamente Lussurioso, non sapendo che il duca l’ha già fatto liberare. Quando i due chiedono alle guardie di passare per le armi il figlio del duca queste fraintendono l’ordine e uccidono il fratello minore. Intanto Piato è riuscito a ingraziarsi il duca che gli ha richiesto un incontro con una fanciulla in un luogo segreto, che risulterà essere lo stesso in cui la duchessa si incontra con Spurio per consumare l’adulterio.

La vendetta inizia a entrare nel vivo della sua fase più cruenta e oscura: Vindice/Piato appone su un manichino il cranio cosparso di veleno della sua defunta amata. Il duca viene bendato e spinto a baciare il teschio, quando se ne rende conto è troppo tardi: in una scena delirante, folle e fortissima la lingua gli viene tagliata, le palpebre recise e viene costretto a guardare il tradimento della moglie col figliastro – il tutto ripreso in modo surreale e perturbante con una videocamera che proietta le immagini direttamente sul fondale -, una scena gore che può rivaleggiare con quelle di Tarantino. Intanto Supervacuo e Ambizioso festeggiano di fronte a una scatola che credono contenere la testa di Lussurioso, ma quando questi si presenta di fronte a loro ringraziandoli per la scarcerazione, si accorgono dello scambio di persona. Lussurioso decide di liberarsi di Piato, assumendo lo stesso Vindice per uccidere quello che non sa essere in realtà l’alter ego di quest’ultimo.

Vindice e Ippolito preparano un piano per rendere pubblica la morte del duca: travestono il cadavere da Piato e lo accoltellano ripetutamente assieme a Lussurioso, così da far ricadere la colpa dell’omicidio del duca sul fantomatico Piato, che avrebbe approfittato dello scambio di vestiti per fuggire. I due fratelli si recano dalla madre e le svelano che l’hanno raggirata per scoprire se sarebbe stata pronta a prostituire la figlia in cambio di regalie, la donna crolla in lacrime e alla fine i due la perdonano, in vista di quanto dovranno fare. Anche Castizia raggira intanto la madre fingendo di aver accettato il suo ruolo da meretrice e mostrandosi pronta ad assecondare le richieste della donna, ma vedendola disperata getta la maschera e consola la genitrice. A corte intanto Lussurioso viene incoronato nuovo duca e come primo editto fa cacciare la matrigna, alla quale i due figli e Spurio voltano prontamente le spalle per rimanere vicini al seggio ducale, abbastanza vicini da poter colpire con il coltello appena se ne presenterà l’occasione. Ippolito e Vindice non perdono tempo e assassinano il nuovo duca, innescando un bagno di sangue per conquistare il trono, che sfocerà in un’allegra festa di morte.

Uno spettacolo di grande impatto sotto molti aspetti, anarchico e provocatorio, dai colori forti come forti sono i temi e netti i caratteri dei personaggi. Vindice più volte sferza il pubblico con domande che chiaramente non sono un mero soliloquio, ma che tirano direttamente in ballo lo spettatore: rispondere o no? La tematica del malcostume dilagante a corte è estremamente attualizzata: l’uso in scena della videocamera con finte interviste e vere menzogne, fino a un Lussurioso che ricorda a tutti durante l’incoronazione che l’importante è apparire. Persino la fisicità del conte (e qui non me ne voglia Massimiliano Speziani) richiama alla mente un personaggio politico estremamente prolifico nell’uso della comunicazione finito sotto i riflettori per vari scandali legati alla prostituzione (ma condannato in via definitiva per frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita, creazione di fondi neri).

I personaggi hanno nomi che fanno riferimento al proprio carattere, così da inquadrarli nella storia e renderli una sorta di caricatura di se stessi. Le uniche figure a mostrare un’evoluzione sono probabilmente solo madre e figlia: la seconda dimostrando una furbizia nel raggiro che non ci si aspetterebbe da una Castizia, la prima invece disegnata meravigliosamente da Pia Lanciotti come una donna semplice che attraversa le insidie corruzione per mezzo del sacro e del profano (Piato la raggira vestito da prete, dicendole che con il denaro che riceverà potrà fare del bene agli altri), fino al crollo finale e al pentimento che la porterà ad avere l’assoluzione da parte dei due figli.

Le scenografie emergono da un complicato sistema di porte scorrevoli che si aprono e si chiudono come ghigliottine separando le scene, mentre sul fondale vengono proiettate immagini che introducono il contesto. La musica, la coreografia e in generale la regia rendono la “Tragedia del vendicatore” uno spettacolo speziato, adatto agli amanti del genere pulp e a chi ama farsi sorprendere da qualcosa di diverso scoprendo comunque un autore contemporaneo del Bardo immortale.

Lo spettacolo si apre con un ballo degli attori, una storia di vendetta, di riscatto e rivoluzione non può che chiudersi allo stesso modo: come diceva Emma Goldman, “Se non posso ballare, non è la mia rivoluzione”.

 

LA TRAGEDIA DEL VENDICATORE
di Thomas Middleton
versione italiana Stefano Massini
con Ivan Alovisio, Alessandro Bandini, Marco Brinzi, Fausto Cabra, Martin Ilunga Chishimba, Christian Di Filippo, Raffaele Esposito, Ruggero Franceschini, Pia Lanciotti, Errico Liguori, Marta Malvestiti, David Meden, Massimiliano Speziani, Beatrice Vecchione
scene e costumi Nick Ormerod
luci Judith Greenwood, Claudio De Pace
musiche Gianluca Misiti
drammaturgia e regia Declan Donnellan
produzione Piccolo Teatro di Milano, ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione
foto di scena Masiar Pasquali