La scelta del male. “La terra dell’abbastanza” di Damiano e Fabio D’Innocenzo

La scelta del male. “La terra dell’abbastanza” di Damiano e Fabio D’Innocenzo

 

Nel quartiere periferico romano di Ponte di Nona si vive male e, a volte, si muore anche peggio. È appunto ciò che hanno scelto di indagare due esordienti poco meno che trentenni – Damiano e Fabio D’Innocenzo – ripercorrendo passo passo la personale vicenda di due giovani disadattati incastrati, anche loro malgrado, in una cruenta avventura destinata ad aprire una prospettiva criminale e una discesa inarrestabile nel vortice del male, del delitto come unica via d’uscita da un’esistenza sprecata.

Va detto prioritariamente che questo stesso esordio, intitolato significativamente La terra dell’abbastanza si caratterizza in modo multiforme sia come tradizionale noir sia come un incrocio di sentimenti, di emozioni allo stato brado. Ovvero, una storia dipanata con arida normalità proprio attraverso fatti, fattacci di una situazione desolata e desolante. In breve, questo il racconto: Mirko e Manolo, poco più che adolescenti, incappano casualmente in un grave incidente d’auto nel quale, inconsapevoli, investono e uccidono un individuo qualsiasi. Soltanto, poco dopo, il padre di Mirko scopre che quello stesso uomo risulta essere in effetti un delinquente già braccato dai suoi ex complici per aver tradito la loro fiducia.

È a questo punto che, sobillati dal padre di Mirko, i due ragazzi tendono a sfruttare l’occasione per profittare del casuale incidente e far credere di essere i giustizieri della malcapitata vittima. E così, in modo agevole, lucrare quella loro accidentale circostanza. La situazione di giorno in giorno diventa una trappola infernale ove il delitto risulta l’unica risorsa di un benessere di cui loro medesimi non sanno capire né il senso né tantomeno alcun altro scopo.

Modulato con un linguaggio controllatissimo ma mai ostentato – un po’ come certe atmosfere dei più rigorosi toni espressivi pasoliniani – La terra dell’abbastanza procede senza sbalzi né colpi di scena troppo vistosi secondo una direttrice di marcia precisa. L’intento di fondo risulta così la realtà nuda e cruda ove il pur disorientato destino di Mirko e Manolo si inabissa nella profondità dell’insensatezza.

Già postisi in luce al Festival di Berlino, i fratelli D’Innocenzo danno prova evidente con questa loro “opera prima” La terra dell’abbastanza (mentre hanno già messo mano ad un secondo film Ex vedove) di una padronanza evocativa insieme oggettiva e originale che ben esprime una misura drammatica sapiente. Tutto ciò anche perché la sceneggiatura cui hanno laboriosamente faticato per lungo tempo si rivela qui un supporto magistrale quanto insolito di un apologo senza alcun alibi stilistico. Così come spiegano gli stessi D’Innocenzo: “Lo stile è determinato dalla storia introspettiva. Più ti avvicini con la camera e più leggi l’interiorità dei personaggi. Noi seguivamo gli occhi, le pupille”. E da quelli coglievamo l’inesorabilità del male.