Sauro BORELLI – Esterno Notte. In nome della madre (“Fai bei sogni”, un film di Marco Bellocchio)

Con l’apertura imminente delle Arene Cinema nelle varie città italiane, ci sembra opportuno riproporre gli articoli sui film segnalati dai nostri migliori collaboratori nel corso della stagione 2016-17

 

Esterno Notte

 


IN NOME DELLA MADRE

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Fai bei sogni” di Marco Bellocchio

 

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In uno dei suoi film più aspri, polemicamente provocatori, Nel nome del padre (1972), Marco Bellocchio affronta, resoluto, il tema delle istituzioni repressive – quale ad esempio un collegio rinomato – per regolare i conti con personaggi animati da retrivo conformismo e ipocrite consuetudini. È un film duro, giocato azzardosamente tra razionalità e follia, giusto nell’intento di smantellare modelli di potere repressivo e clericale, che approda nell’insieme ad una perorazione ora naturalistica, ora specificamente espressiva di rara acutezza.

Ora, dopo tanti cimenti nei più vari settori di ardite speculazioni psicologiche (o finanche filosofiche), il cineasta piacentino sembra aver trovato nel libro di taglio autobiografico del noto giornalista Massimo Gramellini, dal titolo accattivante Fai bei sogni, l’input azzeccato per allestire – coi validi sceneggiatori Valia Santella e Edoardo Albinati – l’omonimo lungometraggio che trova interpreti di spicco Valerio Mastandrea, Roberto Helitzka, Berenice Bejo, Fabrizio Gifuni, ecc.

L’aspetto peculiare di questa nuova realizzazione risiede, almeno esteriormente, nel fatto che l’impronta più significativa della vicenda portante potrebbe, con qualche ragione, essere intitolata con la parafrasi di quel datato precedente, ovvero In nome della madre, sia perché la protagonista campeggiante (seppur fantasmatica) del film risulta appunto la dolente figura di una madre, sia perché in forza di tale presenza-assenza tutto il racconto, desunto con ampie e frammischiate licenze dal romanzo originario di Gramellini, riacquista forme e segni tutti imprevisti.

Detto ciò, non abbiamo che scalfito blandamente il fulcro di quella che è la traccia narrativa, tortuosa e ondivaga, di Fai bei sogni, poiché il reticolo tematico in cui è incardinato, si dispone come un alternarsi fittissimo di inserti “a ritroso” e di spostamenti progressivi di emergenze contingenti (i rapporti enigmatici all’interno di una famiglia inquieta), di soprassalti repentini, di un’affettività esasperata o semplicemente fuorviata, tanto da consolidarsi in un zigzagante dramma di volta in volta intravisto ma mai vissuto compiutamente.

La parte iniziale di Fai bei sogni si manifesta subito come un intrico di sentimenti radicali, ma mai palesati con logica consequenzialità. Ovvero, Massimo un uomo oggi oltre i trent’anni, ripensa e di nuovo soffre atrocemente il distacco traumatico dalla madre, scomparsa ambiguamente quando lui era ancora bambino. Di qui le intrusioni frequentissime nel passato (i giochi, le dolcezze domestici con la madre) e susseguenti “ritorni” al presente con Massimo ormai adulto, giornalista sportivo, poi inviato di guerra a Sarajevo. Tutto contrappuntato dal pensiero dominante del modo e del perché la madre è così reticentemente scomparsa.

C’è, in questo andirivieni, ora incalzante, ora rallentato da ossessive riflessioni, il proposito evidente di ispessire il racconto di tante, riconoscibili, nevrosi tipiche del cinema di Bellocchio (il parossistico indugio nei dettagli psicologici di ogni situazione, l’affollarsi di figure di contorno, quali l’ectoplasmatico Belfagor o i preti dai consigli consolatori) e di eventi tutti giustapposti come il personaggio del finanziere in disgrazia (Raul Gardini?) e le diverse donne solidali o maniacalmente infatuate del tormentato Massimo.

È un traguardo nuovo questo Fai bei sogni in cui Bellocchio si mostra, certo, rispettoso del libro cui si è ispirato, ma che rivela altresì il piglio tutto personale del cineasta dilatando, arricchendo la memoria afflitta, tormentata del giornalista Gramellini fino a trascendere il tutto in una raffigurazione insieme problematica, criticamente più incisiva della passione e fine di una madre vanamente idoleggiata dal non placato figlio. L’epilogo di questo prolungato percorso tra le offese patite dal giovane Massimo e lo spossato acquietarsi di ogni angoscioso pensiero risulta poi complessivamente pacato, pacificato. Quasi fosse una sublimazione tutta dovuta, appunto, “In nome della madre”.