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Sauro BORELLI- Un eroe suo malgrado (“Il medico di campagna”, un film di Thomas Lilti)


Il mestiere del critico

 


UN EROE SUO MALGRADO

Il medico di capagna

“Il medico di campagna”, un film di Thomas Lilti

 

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Negli anni Settanta il cinema francese si caratterizzava, nella sua produzione mediana, con storie, personaggi, vicende improntati da un approccio pragmatico che dava conto dei problemi, delle condizioni di una realtà inquieta, travagliata di determinati ambienti e di coloro li abitavano con qualche affanno e logoranti difficoltà. A tale attitudine narrativa si aggancia – sembrerebbe – Thomas Lilti, cineasta autore di tre lungometraggi (Ippocrate, Gli occhi bendati, Il medico di campagna) variamente incentrati su specifici scorci di situazioni critiche rapportate a una quotidianità desolata in luoghi, contesti più o meno degradati o, comunque, poco confortanti.

Ora, il terzo dei film di Lilti, appunto Il medico di campagna, è approdato fortunosamente sui nostri schermi e l’occasione risulta senz’altro positiva sia per l’oggettiva dignità formale cui il lungometraggio si ispira, sia per la complessa, attualissima disamina che sta alla base di un racconto ben strutturato, senza smarginature patetiche o con troppa enfasi. In effetti, Il medico di campagna prospetta uno stato delle cose del tutto normale, ma poco indagato dal cinema oggi più praticato.

Dunque, questo l’innesco del film in questione. Protagonista di spicco, nel caso particolare, è il maturo “medico di campagna” Jean-Pierre Werner che in un angolo defilato tra la Normandia e la Val d’Oise, svolge da oltre trent’anni la sua professione con dedizione totale, spesso prodigandosi, sette giorni su sette, fino all’estremo delle sue energie. Tanto che, un brutto giorno, scopre con angoscia di essere malato di un tumore al cervello. Cosa, ovviamente, che lo costringe – anche aldilà della sua residua volontà di lavorare a favore dei suoi derelitti assistiti – a invocare aiuto presso l’autorità sanitaria da cui dipende.

La soluzione del grave problema cui deve fare fronte viene affrontata ponendo al suo fianco una dottoressa (già esperta infermiera) angosciata, per parte sua, dalla sensazione di essere sottostimata (anche per scompensi d’ordine affettivo mai risolti) e in qualche misura in precario rapporto con lo sfortunato Werner (a sua volta già anni prima incappato nel fallimento del suo nucleo familiare). C’è in questo intrico di questioni personalissime e di incombenze patologiche un risvolto ampiamente sociale che sottende l’intiero racconto con accenti, illuminazioni fervidamente accorati.

Il tutto, in questo Medico di campagna, si compone quietamente con tenerezza e passione, in una sorta di compianto solidale sia per la dolorosa sorte del protagonista sia per i riflessi molteplici che riverberano sulla emarginata realtà di un mondo a parte, destinato da sempre a essere inascoltato e addirittura senza alcuna voce per dare sfogo alle proprie miserie contingenti.

È raro, nel panorama attuale di spettacoloni reboanti e volgari, che film come questo di Thomas Lilti trovi spazio e opportunità d’udienza, nel nostro Paese o altrove, ed è proprio doppiamente importante che Il medico di campagna abbia trovato occasione di risalto nella stagione in corso. Il merito oggettivo di questo buon film si dimostra non tanto, non solo nella sua moderata chiarezza, ma altresì nella sua originale semplicità morale. Non è poco.