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Sauro BORELLI- Dalla guerra all’amore (“Frantz”, un film di Frfançois Ozon)

 

Il mestiere del critico



DALLA GUERRA ALL’ AMORE

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“Frantz”, il nuovo film di François Ozon

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La Natura, si sa, non fa salti. Il cinema, sì. Nel 1932 Ernest Lubitsch, basandosi sul dramma L’homme que j’ai tué di Maurice Rostand, realizzò l’omonimo film imprimendo alla traccia narrativa un gusto per la perlustrazione dei guasti della guerra e, insieme, del possibile conforto dell’amore irriducibile. Ora, a oltre ottanta anni da quell’evento, il talentoso cineasta francese François Ozon ha posto mano al medesimo testo di Rostand cavandone il lungometraggio intitolato icasticamente Frantz, sorta di melodramma a ritroso sui casi incrociati della giovanissima Anna che, in un angolo isolato di terra tedesca, veglia, nel colmo del primo dopoguerra (proprio nel 1919), sulla tomba, peraltro vuota, dello scomparso fidanzato Frantz, presumibilmente ucciso in Francia nel corso del conflitto.

L’incipit di questo nuovo film di Ozon si mostra subito intensamente ricco di segnali visivi – il bianco e grigio dominante che si apre di quando in quando in calde coloriture – e di scorci ambientali ben caratterizzati – certe suggestioni figurative arieggianti sia al magistrale Heimat di Edgar Reitz, sia al capolavoro di Haneke Il nastro bianco – intessendo il racconto di personaggi, vicende tutti improntati da un mesto compianto per i morti, le sciagure della guerra e via via da un flebile anelito di speranza, di risorgente amore tra i sopravvissuti. In tale ambito, prendono gradatamente risalto e progressivo sviluppo le figure della dolente Anna, dei sempre risentiti genitori dello scomparso Frantz e di una piccola folla di personaggi di una comunità mediocre anch’essa sensibilmente oltraggiata dalla guerra e dai suoi strascichi.

È, nel vivo di questa realtà, che compare, abbastanza enigmaticamente, Adrien, un giovane francese che si professa subito amico dello sfortunato Frantz, pur essendo stato verosimilmente tra i francesi che, a suo tempo, gli hanno dato la morte. Tutto ciò non contribuisce certo a fugare la diffidenza dei tedeschi, in ispecie del padre, della madre dello stesso Frantz e persino della titubante Anna.

Ma poi la consuetudine quotidiana, i ricordi evocati, l’empatia naturale smussano perplessità e sospetti fino a generare tra la giovane Anna e il giovane venuto un sentimento d’affetto sorprendente. La guerra, le sue conseguenze agitano ancora i giorni, le esperienze della comunità tedesca ove l’azione si svolge e, giusto in simile contesto, con il ripristino di rapporti più rilassati si ripropongono persino certe ventate revansciste foriere di malaugurati avvenimenti del passato.

Quel che permane costante nella disamina sui mali della guerra, quanto sul conforto dell’amore si fonde, si confonde qui in una divagazione (anche lirica talvolta) sulle contrastanti correnti che governano il mondo, ogni privata esistenza. Mentre nel delinearsi dei personaggi principali prende corpo e senso una meditazione allarmata sulla caduca consistenza del vissuto. Anche se, contrariamente al film di Lubitsch, dove si adombra un qualche cenno sulla tendenziale, giovanile, omosessualità di Frantz e di Adrien, qui l’approdo ultimo è una tenera riconciliazione col passato e una relativa inquietudine su qualsiasi possibile futuro.

Frantz risulta così un incisivo, appassionato apologo sulla guerra e sull’amore, i pregiudizi e la probità, l’evidenza e la trasfigurazione che soltanto la salda mano di Ozon e la maestria di interpreti superlativi come Pierre Niney e Paula Beer (oltre a magistrali comprimari) rendono Frantz compiutamente efficace, del tutto convincente.