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Sauro BORELLI- Nella giungla della vita (“El abrazo de la serpiente”, un film di Ciro Guerra)


Il mestiere del critico

 


NELLA GIUNGLA DELLA VITA

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“El abrazo de la serpiente”, regista del colombiano Ciro Guerra

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Werner Herzog, noto avventuriero, scorridore di luoghi e storie eccentrici, è altresì un cineasta che dei propri sogni, delle sue ossessioni ha fatto la traccia narrativa dei suoi film, in genere avulsi da alcuna convenzionale consolazione. Tra i tanti racconti arrischiati in quelle stesse pellicole, va certamente messo in debito rilievo Fitzcarraldo vertiginosa immersione negli incubi, nelle voglie matte dell’eroe eponimo incarnato con maniacale passione da Klaus Kinski. Ora un autore colombiano già accreditato di tre lungometraggi, Ciro Guerra, e approdato a Cannes 2016 nella Quinzaine des Réalisateurs col suo nuovo El abrazo de la serpiente viene a ricalcare le tracce melmose di quel datato lavoro herzogiano frammischiando vicende plurime di sbrindellati personaggi divaganti tra impervie foreste amazzoniche e smodati sentimenti.

Già il titolo, El abrazo de la serpiente, richiama il senso di una perlustrazione tra presenze selvagge dislocate negli scorci più desolati del mondo primitivo degli indios – Karamakate e Manduca sono i soli sopravvissuti ai margini della civiltà – e nelle enclaves di raccoglitori di gomma, di fanatici cultori di riti cruenti, di anime perse nel gran mare della vita. E come già nel citato Fitzcarraldo, Ciro Guerra tira in campo episodi e suoni – avvertibile l’eco della musica nella foresta della prolungata, intensa scena del grammofono nel colmo del silenzio della giungla – a commento dei casi estremi di relitti umani sperduti tra reiterate sconfitte esistenziali e velleitari tentativi di redenzione.

Tali sono, in effetti, in epoche diverse gli esploratori, il tedesco Theodor e l’inglese Richard, che ognuno per proprio conto e a distanza di anni vivono l’incongruo faccia a faccia col selvaggio sciamano Karamakate (e del suo allievo Manduca) vanamente determinati a risolvere i loro personali problemi (l’uno alla ricerca di un medicamento miracoloso; l’altro in caccia di una rara pianta allucinogena).

Tutto ciò però si mischia, si confonde, anche attraverso una intersecazione dei piani narrativi contrastanti, in una evocazione sempre ai limiti del surreale. Ovvero, un’avventura, sembrerebbe, costantemente sull’orlo della dissoluzione pura e semplice: ogni gesto, qualsiasi evento più o meno decisivo pencola in una zona indefinita ove ogni certezza naufraga, si sfalda in una polverizzazione totale. A nulla vale che qualcuno, in un sussulto di ragionevolezza, arrivi a costatare ambiguamente: “Non è una storia, è un sogno.

Il fiume è figlio dell’anaconda”. Dove, appunto, storia, sogno, fiume, anaconda risultano in concreto soltanto il percorso accidentato, azzardatissimo di ogni esistenza attraverso gli agguati, le trappole di un impenetrabile, ostile, giungla. Forse l’autore Ciro Guerra coltiva idee non proprio ottimistiche sul destino umano. È un fatto, comunque, che nel suo film tale appaia l’incontestabile messaggio.