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Sauro BORELLI- Una dubbia giustizia (“In nome di mia figlia”, un film di Vincent Garenq)

 

 

Il mestiere del critico

 


UNA DUBBIA GIUSTIZIA

“In nome di mia figlia”, un film di Vincent Garenq

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Daniel Auteuil è uno di quegli attori “naturali”. Ovvero, per dirla in modo semplice, immediato: le sue prove interpretative non mostrano (quasi) mai che egli si atteggi, reciti in un modo o in un altro a seconda dei personaggi che è chiamato a incarnare.

Egli, in effetti, “è” semplicemente un particolare personaggio di volta in volta in campo come stesse vivendo una specifica vicenda: cioè senza nulla togliere o aggiungere all’idea che in un determinato contesto narrativo quello stesso personaggio “esige” oggettivamente di “essere” – e non di sembrare soltanto – la fisionomia psicologica oltre che esteriore di un tipo, di un individuo. Tutto ciò senza dare a vedere alcuna forzatura o intento didascalico.

Quest’impressione singolare e poco riscontrabile nella carriera di tanti altri attori pur bravi, ci è venuta guardando con crescente interesse la prova, certamente sapiente, che Auteuil dà nel film franco-tedesco di Vincent Garenq, In nome di mia figlia, una vicenda corrusca tra il noir e la voga giudiziaria desunta, con puntigliosa attitudine, da un caso drammatico accaduto e protrattosi – tra Francia e Germania – per l’intero trentennio, tra il 1982 e il 2012.

Una esperienza devastante vissuta realmente da André Bamberski (appunto reso sullo schermo da Auteuil) un professionista d’origine polacca naturalizzato francese incappato in fatti e misfatti apparentemente incredibili e invece innegabilmente verificatisi.

Vincent Garenq, già abile documentarista e autore in prima persona della commedia agro-ilare Baby love (2008), si è dunque cimentato con buona lena nell’intricata, trentennale ricerca di giustizia del menzionato André Bamberski, a suo tempo irretito e tradito dalla moglie Dany, oltretutto madre dei ragazzi Pierre e Kalinka.

Il colmo del disamore tra i due sopravviene in Marocco negli anni Settanta. In particolare in quell’epoca, la donna, attratta e poi risposata col tedesco Dieter Krombach, va a vivere in Germania, mentre i figli restano in Francia con il padre. Nell’82, Bamberski è colto di sorpresa dalla scomparsa improvvisa della figlia quattordicenne Kalinka, temporaneamente in Germania presso la madre.

Il genitore francese è subito colto da cattivi pensieri sulla presunta responsabilità per il funesto evento del nuovo marito dell’ex moglie, Krombach. E conseguentemente, ossessionato da questo pensiero, prodigherà tutto se stesso, la sua vita, il suo lavoro per costringere il rivale e supposto assassino alla resa dei conti.

In un primo momento, dopo prolungati tentativi di far condannare Krombach, Bamberski riesce nel suo intento, ma la blanda condanna con cui i giudici tedeschi puniscono il colpevole in questione induce l’irriducibile Bamberski a intensificare i suoi sforzi per una pena davvero esemplare. Cosa che, infine, avviene suscitando nell’ostinato persecutore una sorta di boriosa soddisfazione, non priva, desolatamente, di un trasporto quasi felice che trascende il dolore, la sua disperazione, per disporsi proprio come una cinica quanto assurda gratificazione.

È proprio qui che viene a saldarsi il discorso sulla particolare attitudine di Daniel Auteuil nel rendere appieno (anche oltre l’indisponente carattere del vendicativo Bamberski) la figura contraddittoria di un individuo che, provato da un lutto inconsolabile, non sa, non vuole placare la propria sete di rivalsa se non realizzando una prevaricazione bruta, totale.

Auteuil malgrado queste stimmate penose di Bamberski, dà al proprio personaggio una verità, una immediatezza drammatica efficace trascorrendo da una scena all’altra con la disinibita, incalzante successione di stati d’animo umanamente scontati, tanto da completare il quadro d’assieme di una parabola insieme occasionale e inesorabile. Come si diceva più sopra, Auteuil risulta qui esclusivamente “vero”, pur se Bamberski non desta in conclusione alcuna empatia né comprensione di sorta.

Va detto, peraltro, che la regia di Garenq si srotola un po’ troppo monocorde tanto da approdare a un esito che confina In nome di mia figlia in una prova certo dignitosa ma frenata nella dimensione di pura convenzionalità: l’assunto più che morale è moralistico.

Garenq, va ricordato, ha saputo fare di meglio nel recente passato con il citato Baby love (2008), articolata commedia di argomento omosessuale tesa a prospettare i casi tortuosi con un garbo e un’ironia sicuramente più suggestive dell’incolore In nome di mia figlia