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Sauro BORELLI- Il potere infranto del silenzio (“Le confessioni”, un film di Roberto Andò)

 

Il mestiere del critico



IL POTERE INFRANTO DEL SILENZIO

Le confessioni

“Le confessioni”, il nuovo film di Roberto Andò

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Il sesto film di Roberto Andò, Le confessioni (sceneggiatura dello stesso Andò e di Angelo Pasquini), si prospetta fin dall’inizio con una rarefatta, elegante ambientazione. In un grande albergo di lusso tedesco, a Heilingendamm, sul Baltico, si sono dati convegno economisti e politici di rango precettati dall’onnipotente Daniel Roché (Daniel Auteuil) determinato a condurre a compimento una manovra finanziaria massiccia che propizierà, in modo subdolo e segreto, il collasso rovinoso di una intera nazione e, di riflesso, l’emarginazione economica e sociale del popolo di quel medesimo Paese. Il tutto intriso di un persistente influsso dell’originaria attitudine di Leonardo Sciascia nell’affrontare le storie più sordide della realtà.

Non è una ambientazione scelta a caso: quello stesso albergo è stato, infatti, recentemente la dislocazione di importanti incontri internazionali basati, in generale, su questioni e problemi politici di gravi congiunture del drammatico divenire della nostra contemporaneità. Così, a Heilingendamm, vengono a ritrovarsi, oltre al menzionato Roché, il ministro italiano (Pier Francesco Favino), l’economista canadese (Marie Josee Croize) ed altri esponenti finanziari: il tedesco (Richard Sammel), il giapponese (Toyo Igawa), il russo (Aleksei Guskov), l’americano (John Keogh) e l’inglese (Andy De La Tour).

Tra costoro vengono altresì invitati, incongruamente, il monaco certosino Roberto Salus (Toni Servillo) e la scrittrice americana di libri per bambini Claire Seth (Connie Nielsen): il loro ruolo risulta comunque dirimente allorché la vicenda di confessioni volge misteriosamente verso il tragico pur se in epigrafe nell’incipit del film suona alquanto sarcastica e comunque quasi ammonitrice la poesia in vernacolo napoletano di Ferdinando Russo che così recita: “Quanno ncielo n’angiulillo nun fa chello c’ha da fà, ‘o Signore int’a na cella scura ‘o fanzerrà (Quando in cielo un angioletto non fa ciò che deve fare, il Signore lo fa rinchiudere in una cella oscura)”.

D’altronde questa è l’unica digressione, diciamo così, un po’ divagante dal complesso intrico che governa variamente un racconto continuamente frammentato da flash-back e da intrusioni narrative tanto sorprendenti quanto imprevedibili. A cominciare dalle prime avvisaglie di un dramma latente e quindi dispiegato con ermetiche rifrangenze. Dopo gli approcci iniziali tra economisti e politici pilotati dall’incombente Roché, deus ex machina del convegno, si fa presto vivo, tra lo stupore degli astanti, il biancovestito monaco certosino Salus (membro della sparuta comunità religiosa votata al silenzio e alla discrezione più assoluta) che pur sollecitato a manifestare la ragione della sua presenza, si astiene da ogni risposta e preferisce assistere a ciò che accade intorno.

A un determinato momento, peraltro, Daniel Roché formula al monaco una singolare richiesta: in tutta segretezza esprime il desiderio di confessarsi. Di primo acchitto il monaco resta un po’ perplesso, ma poi accede di buon grado all’intenzione di Roché. Intanto tutto all’intorno, nel lussuoso albergo, la vita si srotola secondo abituali, abusate, movenze: qualcuno pratica trasgressivi giochi erotici, altri fanno e brigano discettando di intrighi finanziari temerari e, nell’insieme, celebrano con irrazionale disinvoltura i fasti, i nefasti di un’esistenza fatta di soperchierie, di prevaricanti licenze morali in un “gioco al massacro” cinico, protervo.

In tale e tanto trepestare – tutto ordito tra reticenze e finzioni – piomba a ciel sereno il classico fulmine: dopo il primo giorno di incontri, il mattino seguente la confessione di Roché a Salus questi viene trovato morto suicida nel suo ufficio, senza che alcuno degli ospiti possa capire come e perché il potente Roché abbia voluto scegliere la morte in modo tanto precipitoso. I primi inquietanti interrogativi sorgono tra i presenti giusto riguardo al possibile peso della confessione dello scomparso al sempre discretissimo Salus, oltretutto vincolato al silenzio dal segreto confessionale. Ma Salus tace rivendica, serenamente, quella sua infrangibile facoltà.

Con inserti retroattivi nella progressione del racconto in cui per brani sparsi Roché conversa (più che confessarsi) con Salus sul problematico mondo della finanza, sulla precarissima moralità della politica, dell’economia e del tutto disperato senza prospettiva di alcun ravvedimento dalla propria esperienza umana tutta deficitaria, sceglie in modo resoluto di darsi la morte.

Di fronte a tanta insanabile solitudine, Salus continua a tacere, ben consapevole – nonostante sospetti, minacce nei suoi confronti per il suo ostinato silenzio da parte degli spietati ospiti dell’albergo intenti a occultare il segreto delle loro manovre speculative – che nell’insondabile mistero della vita, della morte soltanto una limpida coscienza può preservare la verità, la dignità di ogni uomo di fronte al potere corruttore. Così nel finale (un po’ francescano, col molosso ringhioso che lo segue del tutto rabbonito), insalutato ospite, Salus se ne va immergendosi ancor più nel silenzio dal quale era prima imprevedutamente sortito.

Film folto di un sostrato metaforico (e talora perfino metafisico) costante, Le confessioni si dispone sullo schermo in una sua astratta misura figurativa ove le sapienti intrusioni musicali di Nicola Piovani e la smagliante fotografia di Maurizio Calvesi risultano determinanti nel proporzionare una sorta di conte philosophique di strenuo spessore stilistico. Tanto da poter dire, nel caso particolare, che Andò e tutti i suoi collaboratori – oltre i superlativi interpreti – hanno superato brillantemente se stessi.