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Sauro BORELLI- L’America, andata e ritorno (“Brooklin”, un film di John Crowley)

 

Il mestiere del critico

 


L’ AMERICA ANDATA E RITORNO

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“Brooklin” il nuovo film di John Crowley

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Da alcuni decenni a questa parte i cineasti che si occupano delle cose di Irlanda – per il passato e anche per vicende più attuali – puntano risolutamente su storie, personaggi dai risvolti drammaticamente desolanti – l’incombenza di una religiosità (cattolica) bigotta e prevaricatrice; gli episodi ricorrenti di una pedofilia diffusa tra il clero locale ecc. – che, pur noti e dibattuti, caratterizzano in negativo una società ancora attardata in riti e miti tutti regressivi.

Su questo terreno non si è mosso John Crowley, autore tutto irlandese, che basandosi su una scrittura plurima, altrettanto irlandese, desunta dallo scrittore Colm Toibin (suo il romanzo omonimo pubblicato da Bompiani) e dalla sperimentata sceneggiatura di Nick Hornby, ha congegnato una coproduzione irlandese-inglese-canadese, appunto intitolata Brooklin.

Il plot sapiente racconta, con linguaggio classicamente decontratto, la personalissima esperienza, dislocata nel lontano 1952, della giovane Eilis Lacey (Saoirse Ronan, bella e brava emula dell’indimenticata attrice compatriota Maureen O’Hara) che dapprima intrinseca alla mediocre realtà contadina di casa, poi sbalestrata a New York, appunto a Brooklin, percorre tra eventi minimi e momenti più significativi la sua vita tutta giocata sul lavoro, la dinamica degli affetti, e i lutti di una esistenzialità appassionata.

In particolare, la dolce remissiva Eilis inizialmente conduce una quotidianità semplice, un po’ noiosa e molto conformista tra la sua famiglia (la madre e la sorella affezionatissime) e le consuetudini di un piccolo centro provinciale governato grettamente da poche e dispotiche persone di una società pettegola. Poi, data la sua buona condotta e la disponibilità ad affrontare nuove esperienze, viene propiziato il trasferimento a New York (già meta di numerosi suoi compatrioti) per essere inserita, grazie ai buoni uffici di un prete amico e in forza della sua positiva attitudine ad affrontare nuovi compiti (prima commessa in un grande magazzino, poi contabile in una grossa azienda commerciale), fino a raggiungere – in concomitanza con una sorta di emancipazione progressiva dalla sua originaria naïveté – una condizione autonoma e matura anche nel contesto vitalistico di Brooklin.

Naturalmente, questa sua trasformazione, pur aldilà di una persistente nostalgia per la famiglia e la propria terra, orienta presto la timida ma determinata Eilis verso amicizie e affetti nuovi, tanto che di lì a poco trova un corrispondente legame sentimentale con il giovane idraulico di origine italiana Tony Fiorello onesto e generoso partner sollecitamente deciso a portarla all’altare. Cosa che puntualmente si verifica dopo un debito fidanzamento. Tutto, insomma, sembra procedere nel binario di una ricorrente vicenda tra giovani intenti a costruire, passo passo, la loro avventura umana con i sogni, le idealità tipici dell’America affluente degli anni Cinquanta.

Però, presto Eilis sarà chiamata ad affrontare situazioni ed eventi destabilizzanti quali la morte improvvisa dell’amatissima sorella e, di conseguenza, il forzato ritorno in patria, proprio quando sembrava che, per lei, tutto potesse andare per il meglio.

Il film Brooklin, fino a questa parte del racconto dipanato su toni e figure soft – secondo un metodo evocativo piano e coinvolgente –, subisce di riflesso un mutamento di rotta, e via via, nel divenire della storia si proporziona più precisamente sul cambiamento di destino della pur sempre sensibile Eilis. Infatti, tornata temporaneamente nella sua Irlanda, deve prima prestare soccorrevole aiuto alla madre rimasta sola, e poi, seppure titubante, sobbarcarsi (anche ambiguamente) alla nuova esperienza di un legame sentimentale di un suo compatriota facoltoso che vorrebbe sposarla.

Le cose si fanno di giorno in giorno più intricate, fino a che l’indiscrezione malevola di una pettegola compaesana indurrà Eilis ad espatriare di nuovo per raggiungere il marito Tony. Questo prevedibile happy end sublima, in certa misura, un po’ convenzionalmente un film teso, in trasparenza, ad esprimere il più sottile sentimento di una piccola odissea che, aldilà della prevedibilità del racconto, tira in campo, senza alcuna forzatura retorica, il dramma di un Paese, l’Irlanda, percorso ciclicamente da ondate migratorie conseguenti ai contraccolpi sociali (oltre che da una soggezione clericale disgregatrice). Tutte cose queste che, ad esempio, nel classico Un uomo tranquillo di John Ford si risolvono nelle picaresche rodomontate di John Wayne e Maureen O’Hara e che qui si prospettano in tutta la loro dolente, amara semplicità.