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Sauro BORELLI- Hollywood nuda e cruda (“Ave, Cesare”, un film dei fratelli Coen)

 

Il mestiere del critico



HOLLYWOOD NUDA E CRUDA

 

“Ave, Cesare”, un film  di Ethan e Joel Coen

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Molti cinefili e gran parte della critica vanno da anni incensando – spesso a ragione, talvolta a torto – l’opera creativa di Ethan e Joel Coen, fratelli inseparabili del Minnesota (come Bob Dylan) che del cinema e nel cinema hanno fatto il loro terreno di sperimentazioni e innovazioni trasgressive e, di quando in quando, argutamente sarcastiche. Non fa eccezione, in questo senso, il loro film più recente (già apparso al Festival di Berlino con riscontro tutto positivo) Ave, Cesare , un caleidoscopio di trovate, di spunti umoristici tutti disinibiti su una rivisitazione della Hollywood d’antan (pressappoco gli anni Cinquanta-Sessanta) ove alle gesta spesso eclatanti (ma del tutto corrive) dei grandi tycoon delle megaproduzioni faceva riscontro uno star system dispotico quanto volgare che tiranneggiava senza scrupoli attori, sceneggiatori, registi in un gioco delle parti certo lucroso ma privo di qualsiasi intento davvero artistico o perlomeno rappresentativo della realtà dei fatti.

Insomma, Ethan e Joel Coen, reclutati i soliti collaboratori e gli interpreti di grido del momento attuale, hanno imbastito, con bella spregiudicatezza, un canovaccio tutto divagante tra le vicende private di un potente faccendiere cattolico, infaticabile nel gestire, con la politica del “busso e striglia”, star e cineasti eternamente incastrati in imprese a dir poco demenziali destinate peraltro a imbonire, edificare un pubblico longanime e succubo anche delle più sbrindellate storie del presente e del passato. La chiave cui ricorrono, per l’occasione, gli scafati Ethan e Joel Coen risulta, a conti fatti, quella solita così definita a suo tempo da un giudizio critico incisivo quanto esplicito: “… fin dal loro primo lungometraggio, Sangue facile (1984) – un noir in rotta di collisione con gli stereotipi del genere – affondano le radici nel grande cinema americano contaminato con uno sguardo innovativo e obliquo che conferisce alle loro storie un sapore effervescente e spesso sulfureo, venato di sottile ironia e dissonante rispetto al panorama del cinema hollywodiano”.

Proprio così: Ave, Cesare snocciola in cento minuti le vicissitudini dell’astuto-naïf faccendiere degli ipotetici Capitol Studios, che nell’estate del 1955 lega e scioglie i giorni e i fatti privati di attori e attrici, sceneggiatori e registi con sbrigativo pragmatismo. Così, superando di slancio i suoi problemi personali (il bigotto cattolicesimo tirato in campo per il veniale “peccato” del fumo) Eddie Mannix, questo il suo nome, strapazza e blandisce, di volta in volta, un divo, protagonista di un peplum-kolossal su Gesù, una simil-Ester Williams di piccola virtù, un cowboy semideficiente (che balbetta anziché recitare) e via rovinando tra comparse infide e schiere di sceneggiatori riottosi ormai in rotta di collisione e che, assemblati in una cellula eversiva di comunisti capeggiati da Herbert Marcuse, complottano insieme a favore dell’Unione Sovietica.

A dirla così, per sommi capi, sembra una follia, ma per rifarci al vecchio Shakespeare, “c’è del metodo” in questa stessa follia. Infatti, i prolifici fratelli Coen hanno dichiarato, non senza una certa maliziosa nonchalance su una loro presunta nostalgia della Hollywood d’antan: “Non abbiamo vissuto quel periodo, quindi non possiamo averne nostalgia. Il film propone una visione romantica della Hollywood degli anni Cinquanta, una perfetta macchina per produrre film. Attori e registi lavoravano moltissimo, passando da un set all’altro, e questo suscita in noi molta ammirazione”. E, altresì, un velenoso gusto per la provocazione sarcastica.

Non è, senza infida doppiezza, che Ave, Cesare , oltre le vicenduole prima evocate ricorre anche alla più proterva satira allorché dipana episodi grotteschi come la convocazione dei quattro esponenti delle confessioni religiose maggiori per avallare la tesi di un Gesù decontratto, umanissimo (nell’esperienza del centurione tonto impersonato da un godibile George Clooney, prima rapito dai comunisti-sceneggiatori poi esultante nella scoperta della vera fede): convocazione che si risolve soltanto in un radicale contrasto tra i membri del mal assortito quartetto.

In definitiva, Ave, Cesare non viene ad essere esclusivamente un film atipico ma piuttosto un marchingegno disincantato e filosoficamente disinvolto nel mettere a nudo, e, se del caso, volgere in una ridicola luce le tante, troppe illusioni contrabbandate come oro colato dalla cinica, ipocrita Hollywood del passato. Non che, oggi, le cose vadano molto meglio, ma Ethan e Joel Coen sembrano suggerirci con acre piglio derisorio quanto e come le cose stiano ben altrimenti da quel che appaiono. Anche se in questo nuovo film hanno profuso tutta la sapienza cinefila che li contraddistingue con “citazioni” appena camuffate di divi, cineasti e peripezie della vecchia Hollywood: cosa, questa, che seduce ancora ampiamente cinefili e critici.