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Sauro BORELLI- L’epopea di Lampedusa (“Fuocoammare”, un film di Gianfranco Rosi)

 

Il mestiere del critico



L’ EPOPEA DI LAMPEDUSA

fuocammare

“Fuocoammare”, un film di Gianfranco Rosi, Orso d’oro a Berlino

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Gianfranco Rosi è un cineasta che ha realizzato quattro film – Below Sea Lovel, Sacro GRA (Leone d’oro a Venezia 2013), El sicario e Fuocoammare (Orso d’oro a Berlino 2016) – tutti formalmente di impianto documentario, ma in sostanza strutturati e realizzati al di fuori dei convenzionali canoni tipici dei film ispirati a fatti, vicende di contingente attualità.

Anzi, Fuocoammare (un’espressione desunta da una popolare canzone nata, in vernacolo lampedusano, ai tempi terribili della Seconda Guerra mondiale tra bombardamenti e inenarrabili privazioni) risulta giusto la testimonianza più refrattaria, più oggettiva – nessun pietismo né ancor meno patetiche lamentazioni – dell’ancor divampante tragedia della migrazione in massa: i fuggiaschi dall’Africa, dal Medio Oriente, dall’Asia in disperata ricerca di salvezza, di libertà, di una vita più degna sulle coste di Lampedusa (e di tant’altri approdi siciliani o greci), isola della speranza, del superstite rifugio di una qualche consolazione umana. E altresì, una tappa intermedia per raggiungere affannosamente l’Europa o qualsiasi altro posto ove nutrire speranza per l’avvenire.

C’è stato in questi giorni un clamore tutto giustificato sulla felice conclusione dell’Orso d’oro a Berlino per Fuocoammare, per Gianfranco Rosi e, in ispecie, per il dottor Pietro Bartolo, medico condotto di Lampedusa da lungo tempo, risultato, per il suo preciso contributo, il promotore dell’originario proposito del regista Rosi di dare corpo e senso ad un’indagine, al contempo meditata e tutta vera sul come, perché, quando e come Lampedusa è diventata un luogo di civilissima consuetudine all’accoglienza, alla solidarietà e, finanche, di fantastiche digressioni sulla vita, il lavoro, gli usi, le tradizioni di un piccolo popolo di marinai da sempre intenti a campare i loro giorni con rinnovato slancio verso l’esistenziale riscatto da ogni calamità e problema.

Samuele, il ragazzetto scafato e irrequieto di dodici anni sempre a passo di carica e curiosità, trascorre le sue giornate tra la caccia agli uccelli con la sua micidiale fionda e la sofferta iniziazione al mestiere familiare di marinaio, mischiando il suo andirivieni con mille e mille idee immaginarie, mentre all’intorno, sul mare e sulla terra si svolge il dramma angoscioso dei naufraghi approdati avventurosamente a riva; l’accorato compianto del medico Bartolo alle prese con i migranti malati e l’angosciato compito di constatare i morti tra i naufraghi che non ce l’hanno fatta. E ancora il bonario radiocronista occupato a riferire messaggi dai familiari ai marinai impegnati in mare nella pesca.

È tutto un mondo piccolo – la nonna che cucina per il figlioletto e per il marito, i soccorritori vestiti di bianco a bordo della nave San Marco (è il tempo della campagna Mare Nostrum), Samuele in corsa a perdifiato tra i campi – che prende vita e ritmo in un incalzarsi di immagini, di suoni, di gesti, compreso un mare cupo, incombente, furioso.

Sta proprio qui in questa commistione di eventi quotidiani, di desolati destini dei naufraghi spossessati di tutto, il vigoroso estro con cui Gianfranco Rosi dispiega tutta intera la propria solidale sensibilità verso non soltanto la disgraziata sorte dei migranti, ma ancor meglio verso la condizione umana semplice, stoica di Lampedusa, terra prodiga di passioni e fatti e sempre ammirevoli. Va detto che riecheggia nelle corde più intime di questa comunità lontana eppur vicinissima nei momenti più gravi il naturale assioma già espresso da Thomas Mann, ovvero senza alcuna affettazione o retorica “il latte dell’umana bontà”. Gianfranco Rosi non ha creato, quindi, un piccolo-grande film, ma un capolavoro tout court.