Script & Books

Sauro BORELLI- Un mito da sfatare (“Steve Jobs”, un film di Danny Boyle)

 

Il mestiere del critico

 


UN MITO DA SFATARE

Steve Jobs film.jpg

“Steve Jobs” il nuovo film di Danny Boyle- Caratterizato da una sceneggiatura (Aaron Sorkin) di solido impianto teatrale

****

“Siate affamati, siate folli” è stato l’estremo messaggio di Steve Jobs a suggello di una esistenza fatta tutta di corsa con successi eclatanti e altrettanti fallimenti clamorosi. È quasi proverbiale, infatti, il faticato percorso che, da una idea, nata e perseguita nel garage di casa – insieme al coetaneo Steve Wozniak – germinassero poi tutte le novità che si concretizzarono presto nell’invenzione del personal computer e dell’apparato industriale della Apple I e Apple II, oltre il più problematico avvento dell’ordinatore elettronico Machintosc, stentatamente sopravvissuto al vaglio del mercato.

Tutto ciò, comunque, non è che l’innesco esteriore del nuovo film omonimo di Danny Boyle che, istigato dal geniale sceneggiatore Aaron Sorkin (suo il drammatico Codice d’onore con Jack Nicholson, Tom Cruise, Demi Moore), ha posto mano ad un intrico quasi teatrale ove le iperboliche virtù conclamate di Jobs in occasione della sua prematura scomparsa da parte di aficionados improvvisati e longanimi vengono passo passo contestate per tracciare, ben altrimenti, un’immagine certo importante ma venata di scompensi, ombre gravemente pregiudizievoli.

La vicenda umana di Steve Jobs, benché indagata in altre occasioni sullo schermo e nei libri, non ha definitivamente disegnato l’autentica indole di un individuo dal carattere volitivo, ma altresì dalle avventurose connotazioni del suo operare, dagli inizi tutti artigianali alle sue intuizioni nel campo dei computer e degli azzardati progressi della sua visione (e pratica) aziendale, sociale.

In occasione dei suoi momenti creativi più felici Jobs – specie dall’84 all’88 con la presentazione di Machintosc del computer Next e dell’iMac – si dimostrò di “una feroce determinazione” e di un atteggiamento dispotico verso il suo “cerchio magico” che il film di Boyle individua nell’amico e socio Wozniak (Seth Rogen), la devota assistente Joanna Hoffman (Kate Winslet), l’amministratore delegato della Apple John Sculley (Jeff Daniels).

In dettaglio, il film Steve Jobs si articola, anche sorretto da dialoghi fittissimi e intensamente rivelatori, in tre fasi che precipitosamente, vorticosamente si dipanano prospettando all’inizio la premessa dell’ultima apparizione in pubblico – con apparato spettacolare dinanzi ad una folla esultante – dell’eroe trionfante; poi i richiami attraverso ripetuti, intrecciati flashback dei trascorsi contraddittori e temerari di una ossessione sempre sotterranea, incombente (l’oltraggiosa esperienza subita nell’infanzia e nell’adolescenza da Jobs stesso, abbandonato dalla madre naturale e a fatica adottato da una dubbia famiglia).

È inoltrandosi progressivamente in questi labirinti psicologici ed esistenziali che prende corpo così la figura di uno Steve Jobs che ben lontano da qualsiasi aura mitica, si consolida in un personaggio tormentato e diviso ora tra le sue “folli” ambizioni e arditi progetti creativi; ora angosciato e irresoluto nell’affrontare soltanto con irati colpi di testa l’intimo dissidio tra la sua smodata ansia di successo e le privatissime vicende che lo tengono ostaggio di desolanti meschinità verso la famiglia ormai dissolta (in particolare il disconoscimento della figlia Lisa e il ripudio di ogni responsabilità verso l’indocile ex-moglie).

Si tratta, nell’insieme, di un’opera marcatamente basata sull’abile sceneggiatura di Aaron Sorkin che dalle sue prestigiose prove teatrali ha mutuato qui modi e toni che un team di magistrali interpreti – in primis Michael Fassbender, Kate Winslet, Seth Rogen – sorregge e consolida in una prova drammaturgica incalzante, compiutamente riuscita.