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Sauro BORELLI- Klimt ‘denazificato’ (Woman in gold”, un film di Simon Curtis)

Il mestiere del critico

KLIMT ‘DENAZIFICATO’

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“Woman in gold” nuovo film di Simon Curtis

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Chissà perché, quando un film prospetta e dispiega in modo piano, accessibile una vicenda, una storia ispirata direttamente alla realtà, si trova subito chi, schifiltoso ed esigente al massimo, obietta, dissente, rampogna che le cose narrate sono banali, l’assunto generale è fiacco, e che, in buona sostanza, lo stesso film vale poco o niente.

È accaduto anche con il nuovo film di Simon Curtis (già autore di un dignitoso Marilyn) Woman in gold un’abile sceneggiatura di Alexi Kaye Campbell incentrata sulle vicissitudini vecchie e nuove di una anziana signora americana di ascendenza ebraica-austriaca. Questa è determinata a recuperare, costi quel che costi, il pregevole – e preziosissimo – quadro di Gustav Klimt (1862-1918) dal titolo originale Ritratto di Adele Bloch Bauer già zia della medesima signora. In ispecie, si è detto, scritto che la pellicola non si discosta da una piatta descrizione di tempi e personaggi troppo convenzionali e, in definitiva, di una “rappresentazione” al massimo risaputa, prevedibile.

In effetti, si tratta di ben altro che di un film malriuscito, ma di un dramma dipanato con sapiente misura ove il filo rosso di un lungo periodo tra gli anni Trenta e quelli contemporanei disegna figure e fatti intensamente allettanti. Dunque, Maria Altmann (Helen Mirren al meglio del suo sperimentato mestiere), da lungo tempo in America, si risolve ad affrontare decisamente il proprio tribolato passato (è fuggita in extremis dall’Austria invasa dai nazisti che le hanno spietatamente sterminato la famiglia) e, in particolare, a recuperare il quadro di Klimt raffigurante la zia Adele Bloch Bauer (anch’ella finita nei campi di sterminio) e ribattezzato surrettiziamente La donna in oro dagli hitleriani sopraffattori.

Il proposito della signora Altmann è certo arduo, ma da quella donna volitiva, anticonformista che è trova e (sorprendentemente) ottiene aiuto per la sua avventurosa impresa in un giovane pronipote di Arnold Schonberg (e anche suo parente) un avvocato alle prime armi presto resoluto quanto la zia ad immergersi nell’intrico davvero problematico di sottrarre il quadro conteso, da tempo al museo di Vienna, e di ripristinare la legittima proprietà all’anziana austro-ebrea-americana.

La cosa, per più di una ragione, si complica e si scioglie secondo gli alterni impedimenti frapposti da burocrazia e sordidi maneggi di individui senza scrupoli. Tanto che dopo la signora Altmann e il suo fido scudiero Schönberg – attraversato l’Atlantico a più riprese per risolvere in Austria l’ingarbugliato problema – si ritrovano a distanza di anni ancora alle prese con questioni causidiche tese ad impedire la restituzione del celebre quadro.

Ma l’azzardo del caso insieme all’irriducibile volontà di zia e nipote indirizzano la soluzione ultima della contesa davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti che – incredibili dictu – legifera inappellabilmente in favore della Altmann e dello Schönberg, sanando di un colpo l’odiosa disputa.
Quasi superfluo sottolineare che alle vicende tutte attuali dei duelli giudiziari fa da controcanto efficace l’irruzione continua degli scorci dislocati negli anni di ferro del nazismo imperante e di una Vienna e un’intera Austria contagiate a morte dalla peste nera.

Il contrasto e le commistioni di queste due componenti narrative contribuiscono così a sostanziare il racconto di una forza evocativa appassionante. Sì, c’è forse qualche digressione reiterata, ma la sapienza interpretativa e la dimensione drammatica della prova tanto della Mirren quanto del giovane Ryan Reynolds (Schönberg) danno a Woman in gold uno spessore senz’altro rimarchevole.