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Sauro BORELLI- Al di là del bene e del male (“Sicario”, un film di Denis Villeneuve)

 

Il mestiere del critico

 


AL DI LA’ DEL BENE E DEL MALE

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“Sicario”, un film  di Denis Villeneuve

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Al di là del bene e del male: è, questa, una asserzione piuttosto apodittica entro la quale si può argomentare all’infinito senza venire a capo di nulla. Ma è anche un’ipotesi arrischiata attraverso la quale dire e disdire qualsiasi cosa. Nel cinema – in inspecie, quello di robusto impianto e di spregiudicato effetto – risulta una pratica abusata rifarsi a quella pur opinabile asserzione. Tanto che truculenza, efferati scorci, esasperate disfide vengono prodigati a piene mani nel preciso intento di suscitare allarmate reazioni, febbrili trasalimenti. Ebbene, per quanto avvezzi da lungo tempo ad assistere a questi cosiddetti “spettacoli” – in effetti veri e propri “giochi al massacro” – non riusciamo ancora a evitare un senso di ripulsa, oltre che di attonito stupore, di fronte a tanta e tale drammaturgia da grand guignol.

Forse, siamo anime candide, forse pensiamo (anche in modo manicheo) che il bene è il bene e il male è il male così semplicemente irriducibilmente. E simile idea ci induce forzatamente a prediligere, al cinema e in qualsiasi altro campo, racconti, storie, vicende marcatamente plausibili – anche se convenzionali e risapute – anziché canovacci sanguinosi dipanati in luoghi orribili e personaggi abietti, intollerabilmente perfidi.

Per tutto quello che abbiamo scritto finora, è dunque con recalcitrante senso del dovere, nonostante ogni nostra renitenza, che cerchiamo di dare conto di un film dal titolo significativo come Sicario. Film che il cineasta canadese Denis Villeneuve, già in odore di specialista del filone violenza dissennata, ha allestito puntigliosamente badando a inzeppare una ingarbugliata avventura poliziesca di tipi patibolari, di agenti americani della CIA, di infidi mestatori impegnati costantemente a farsi la guerra e, ancor più, a procurare a tutto e a tutti il maggior male possibile.

In particolare, uno sbrindellato agente della CIA, Matt Graver (Josh Brolin) si dimostra presto un individuo privo di scrupoli determinato a perseguire con ogni mezzo i suoi avversari – i terribili “narcos” messicani – mentre al contempo un altro tipaccio pari suo, Alejandro (Benicio del Toro) anch’egli vocato alla violenza e alle scatenate gesta cerca di ridurre tutti alla ragione – la sua, ovviamente – , compresa l’impavida poliziotta americana Kate (Emily Blunt) sempre in amore e in guerra con l’universo mondo. Il tutto si svolge in zone territoriali tra la statunitense El Paso e la messicana Ciudad Juarez, due posti che per chi ama l’esistenza tollerabilmente quieta è meglio lasciare perdere.

Diciamo così che tutte queste amene situazioni e tanti garbati personaggi si misurano tra di loro senza alcuna esclusione di colpi. E che, anzi, tra di loro fanno accanitamente a gara per infliggersi i colpi, gli oltraggi più feroci, giungendo a conclusione a suggellare la cruenta disfida con un acme di brutalità, di violenza a suo modo “esemplare”. Perché, in effetti, tutto lo sviluppo narrativo di Sicario si risolve proprio in una sorta di campionario del male perseguito, praticato come se, per assurdo, fosse un episodio sostanzialmente logico, un approdo permeato del sentimento più nobile, appunto il bene. Di qui, dunque, l’asserzione cui facevamo cenno all’inizio: al di là del bene e del male. Pur se va detto il bravo Villeneuve ha profuso nel suo film un rigore e un nitore espressivi degni di miglior causa.