L’illusione dell’orizzonte. “Morte a Venezia” di Luchino Visconti
@ Lucia Tempestini, 5 settembre 2026

Presentato al Festival di Cannes nel 1971, dove si aggiudicò il Premio Speciale del 25° anniversario, “Morte a Venezia” di Visconti, per l’assoluta perfezione estetica e drammaturgica, per la profondità delle interpretazioni e per la costante tensione analitica, può essere considerato “il film dei film”.
Campi lunghi lagunari, con battelli e orizzonti e acque pressoché immobili dipinte di rosso Turner e grigioazzurro Monet, accolgono il compositore Gustav von Aschenbach, cui i medici, dopo un attacco cardiaco, hanno imposto una lunga vacanza.
Dal momento in cui ci viene mostrato per la prima volta seguiremo il dipanarsi del dramma attraverso i suoi occhi, o meglio scenderemo dentro le sue sensazioni, attraverso i minimi dettagli che lo annoieranno o lo turberanno.
Aschenbach alloggia al Lido, in un appartamento del Grand Hotel des Bains, simbolo esclusivo di una società e di un modo di vivere che, di lì a pochi anni, la prima guerra mondiale avrebbe spazzato via.
Nel 1912 le agiate e aristocratiche famiglie europee in villeggiatura possono ancora aggirarsi nei salotti dannunziani dell’Hotel fra tendaggi preziosi, lampade Fortuny e cachepot bombati in ceramica smaltata turchese, accompagnati dalle arie di Lehár e determinati a fingere di ignorare l’epidemia di colera che tutti, gondolieri, facchini, camerieri, saltimbanchi, bottegai, fino al compito direttore dell’Hotel (che l’indimenticato Romolo Valli trasforma in uno sgusciante Omino di Burro), si sforzano di tenere accuratamente nascosta ai turisti.

Aschenbach è oppresso dal clima di scirocco, e scivola rapidamente in una noia affaticata e insofferente, finché nel suo campo visivo non entra una famiglia polacca, con istitutrice al seguito, ospite del Grand Hotel. Il figlio più grande dell’elegante nobildonna polacca (bisogna ricordare i costumi/capolavoro di Piero Tosi), Tadziu, è un adolescente androgino di soprannaturale bellezza, la cui composta perfezione sconvolgerà dal primo istante l’anima di Gustav. Il coinvolgimento del musicista è di natura sensoriale, addirittura carnale, è puro desiderio, e va drammaticamente a confliggere con le teorie artistiche ed esistenziali che per tutta la vita hanno difeso Aschenbach dal mondo e dalle passioni. La sua musica è in realtà cerebrale, quindi gelida e inutile, e negli ultimi tempi il pubblico ha iniziato a contestarla. La bellezza non può nascere solo dall’intelletto, bisogna che vi scorra il sangue.

Per la prima volta schiavo dei sensi, Aschenbach non può impedirsi di seguire Tadziu e la sua famiglia attraverso i campielli, i piccoli ponti e i canali di una Venezia annerita, già corrosa dal male e invasa dall’odore pungente della creolina, dal sotoportego della Malvasia Vecchia al campiello dei Calegheri.
Come nel Faust goethiano, il protagonista invoca l’Attimo, bello e terribile, supplicandolo di fermarsi. Però l’Assoluto è per sua natura chimerico, inattingibile, e tende a produrre una lenta caduta verso l’alto, una nostalgia dell’impossibile così intensa e straziante da portare a una perdizione fatale.
I presagi della fine si susseguono, prendendo anche la forma di oscene figure psicopompe: la vecchia checca ripittata che blandisce Gustav sul traghetto, e ancor più l’oltraggioso, cadaverico cantante di strada napoletano che sbeffeggia con canzoni e motteggi i clienti dell’Hotel – in particolare Tadziu e Gustav – seduti nel loggiato aperto sul giardino, mentre avanza la notte.
Durante l’intera sequenza, sull’orlo del buio fitto che pare suggerire la palude acherusiade, gli sguardi d’impercettibile sostanza che legano il ragazzo al compositore formano via via un fuoco leggero, che prende a vibrare con forza creando fasci luminosi e suggerendo nello stesso tempo invito e allontanamento.

Tadziu non è l’Angelo inviato fra i mortali da qualche Entità superiore per rivelare un Verbo ignoto. O meglio lo è in modo indiretto, di riflesso, e ciò che rivela sembra più che altro un pensiero di Mefistofele. Il fanciullo è consapevole del suo potere, ossia di aver distrutto in pochi giorni le convinzioni e gli ideali di una vita. Sente il rovello che porta Aschenbach alla disperazione, la sua paura di avventurarsi per la prima volta in una terra ignota. E sa bene di potersi spingere fin dove vuole in questo gioco intrigante di vaghi segnali, sorrisi indefiniti e sguardi incendiari. Non corre alcun pericolo, Gustav non potrà mai trovare il coraggio di avvicinarlo realmente, di parlargli, di inverarlo accettandone l’umanità, con tutte le sue perfezioni e imperfezioni.

Così la fine non può che essere quella descritta da Mann e Visconti: Aschenbach che muore su una sedia da spiaggia, mentre la tintura per capelli da vecchia checca gli cola sul viso in un contrappasso dantesco e Tadziu, in acqua, indica l’orizzonte illusorio.
Scheda film
- Titolo originale: Morte a Venezia
- Paese/Anno: Francia, Italia, USA | 1971
- Regia: Luchino Visconti
- Sceneggiatura: Luchino Visconti, Nicola Badalucco
- Fotografia: Pasqualino De Santis
- Costumi: Piero Tosi
- Montaggio: Ruggero Mastroianni
- Interpreti: Björn Andrésen, Dirk Bogarde, Franco Fabrizi, Marisa Berenson, Nora Ricci, Romolo Valli, Silvana Mangano
- Produzione: Alfa Cinematografica, Production Editions Cinématographiques Françaises, Warner Bros.
- Durata: 130′

