Scultoreo Malaparte

@ Antonio Castronuovo, 16 febbraio 2026

Adelphi recupera il Journal redatto da Curzio Malaparte a Parigi nel 1947-1948, già pubblicato da Vallecchi nel 1966, ma ora in superba edizione con testo francese originale ed esaurienti apparati. Un “giornale” – precisa l’autore – è «un’opera teatrale portata sulla scena della pagina», è cronaca e racconto, ricordo e storia al contempo: il suo argomento, dice ancora, «è il mio ritorno a Parigi dopo quattordici anni d’assenza, è la scoperta di una Francia nuova», anche dell’inattesa atmosfera respirata là dove s’era illuso di trovare una patria («Torno finalmente a Parigi, in Francia, in un paese in cui ho diritto di cittadinanza»), e invece eccolo squadrato come simpatizzante dei tedeschi e dunque fascista e collaborazionista. Con questi presupposti, il Giornale di uno straniero a Parigi si tinge inevitabilmente di meditazioni e diventa un interessante collettore di provocazioni intellettuali.

Lo prova anche solo la narrazione dell’incontro con Camus nel giugno del 1948: giunto Malaparte in un salotto, il pur ammirato scrittore dello Straniero cominciò a guardarlo con odio, fino alla rude dichiarazione che molti italiani meritassero la fucilazione, e il nostro si chiese «che diavolo abbia mai fatto Camus, per avere il diritto di fucilare gli altri». Immagine asperrima che compromette l’idea “liberal” di un Camus avverso alla giustizia sommaria.
Entrare in queste pagine è come farlo tra quinte coinvolgenti. Una nota spiega come durante il fascismo la letteratura italiana non si fece “ingaggiare”, e si deve pensare che Malaparte la scrivesse in seguito all’uscita – proprio nel 1947 – del pamphlet Qu’est ce que la littérature, in cui Sartre lanciava il concetto di engagement. In Italia, la questione non era sorta con la Liberazione, ma era apparsa fin dai primi anni Venti: «Durante venticinque anni, gli scrittori italiani si sono rifiutati di s’engager, con una resistenza sorda, continua, intelligente, abile». In pratica gli scrittori avevano resistito «alle lusinghe, alla corruzione, alla paura». Una pagina capace di rovesciare radicate idee e al cui cospetto si resta sbigottiti.

E poi le note su Parigi, «la città dove più forte si respira il tedio della vita […] perché Parigi non dà il senso della eternità che dà la natura, o che danno alcune città, come Atene, o Roma». Una città in cui, di conseguenza, la letteratura «è sottilissima, è il contrario di quella italiana o spagnola, che son sensuali e piuttosto grossolane, poiché si accontentano di quel che l’occhio vede, e il senso tocca, e non si preoccupano di penetrare dentro le cose e i senti­menti».

Uno sguardo alla città che infine svela la vena conservatrice di Malaparte, quando vi osserva il degrado morale della folla. Non una sporcizia da abbietta miseria come per Napoli, ma quella generata «dalla decadenza del capitalismo, dalla corruzione della democrazia, dal sabotaggio sociale comunista, dalla contaminazione dei costumi». La responsabilità era stata dell’occupazione tedesca? si chiede Malaparte: piuttosto di «una sorta di masochismo, di autoumiliazione prima ignota ai francesi», come se a Parigi ci fosse un muro del pianto. C’era anche in Italia, «ma gli italiani non vanno a piangere davanti al loro muro del pianto: ci vanno a pisciare».

Acida stoccata, come se Malaparte si vendicasse di una città di cui era arrivato con l’idea di un luogo nobile e gentile e che invece lo rifiutò: unita alle tante altre sferzate, è facile capire quale brouillon di conflitti stiamo leggendo. Pagine asprigne, anche irriverenti, e che per questo non deludono e fanno del libro qualcosa di scultoreo e intransigente. È il suo stile, certo, ma sembra anche una risposta emotiva a come in quei mesi la Francia gli si contrapponeva.

Curzio Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, Milano, Adelphi, 2025.