“Chi come me”: metateatro che entra e scandaglia il nostro vissuto tramite il vissuto drammatico dei personaggi

Chi come me: metateatro che entra e scandaglia il nostro vissuto tramite il vissuto drammatico dei personaggi

@ Rinaldo Caddeo, 1 maggio 2024

Come in Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, lo spettacolo consiste nell’allestimento di uno spettacolo. I personaggi sono chiamati a creare e diventare i personaggi di una rappresentazione teatrale. È quello che si chiama meta-teatro: teatro nel teatro. Non un’opera definitiva ma il cantiere di un teatro.
Inutile complicazione della scena che allontana il teatro da se stesso e dal pubblico, rovesciando il canone naturalistico, normale, e facendolo ruotare su se stesso, senza arrivare da nessuna parte?
Certamente non in questo caso. Con la sua anomalia, con la sua provvisorietà, questo particolare tipo di meta-teatro, questo spettacolo nello spettacolo, ottiene il risultato uguale e contrario, cioè di accrescere la tensione drammatica, di potenziare l’espressività, di unire il pubblico ai personaggi, avvicinandolo a sé, innestando le loro situazioni nel vissuto di ciascuno dei presenti.

In Pirandello i personaggi, abbandonati a se stessi dal loro autore, entrano di loro iniziativa in un teatro e chiedono a un capocomico-regista di essere ascoltati e rappresentati da attori professionisti poiché i loro casi possono risultare interessantissimi. Poi saranno loro stessi, data l’inadeguatezza degli attori, a recitare se stessi.
In Roy Chen è una maestra di teatro, (Dorit), che entra in un Centro di salute mentale e, assistita dal direttore del reparto giovanile (Dott. Bauman), parla con i ragazzi e cerca di imbastire con loro uno spettacolo teatrale.
Qual è la situazione specifica dei personaggi di Chi come me di Roy Chen, rappresentato al Teatro Franco Parenti con la regia di Andrée Ruth Shammah?
È il disagio psichico giovanile. Si tratta di un gruppo di cinque adolescenti, tra i 12 e 18 anni, (Barak, Emanuel, Alma, Tamara/Tom, Ester), affetti da malattie mentali che vanno dall’autismo alla schizofrenia, passando per la disforia di genere, attacchi di rabbia, disturbo bipolare.

Dopo un’avversione iniziale, Dorit, grazie alla collaborazione del dottor Bauman, il medico curante, e grazie all’adozione di tecniche suasive sia di ascolto sia di comunicazione, di giochi aggregativi come la recitazione di filastrocche dirompenti o come quello che dà il titolo alla pièce: Chi come me, riesce a farsi accettare. Grazie anche a giochi di ruolo adatti alla condizione dei giocatori, riesce a ottenere delle risposte positive da parte dei ragazzi e a instaurare, non senza intoppi e regressioni, una complicità che attiva una relazione di crescita biunivoca tra sé e gli altri, tra la propria storia e la storia di ciascuno di loro.
Con l’adozione della maschera/travestimento da leone Ester, per esempio, che si sente uno zero, ruggendo come un leone si sente in grado di reagire, di dire la sua. Interiorizzandone il ruolo, la forza, diventa, poi, capace di accogliere le richieste, la lingua e la postura degli uomini, le umane vesti e calzature come il gatto con gli stivali.
Il colpo da maestra di Dorit è la proposta di scrivere una lettera indirizzata alla propria malattia come se fosse una persona. Ne vengono fuori capolavori di narrazione breve (con un processo di personificazione allegorica medievale tipo Virtù/Vizi) come la lettera che Alma scrive a zia Mania che le porta una corona in regalo. All’inizio sembra splendida ma poi si scopre essere di cartone, gettando la destinataria del regalo tra le braccia di Zio Depressione o la lettera di Barak a Rabbia che termina con l’invito dolce/amaro, rivolto a Rabbia, a darsi una calmata.

Ci sono anche i genitori, rappresentati in modo caricaturale ma efficace dalla medesima coppia di attori, con le loro vesti emblematiche, con le loro preoccupazioni (per sé e per i figli), reciproche incomprensioni (dei figli e del rispettivo coniuge), i loro tic, i pregiudizi, la diffidenza, che, poco a poco, non senza ricadute, si ammorbidisce, e, sedotta dalla magia del teatro, cambia, abbassa le paratie del sospetto e della sfiducia, apre le porte all’ascolto e alla partecipazione.

Nel corso del trattamento emergono resistenze, conflitti multipli tra i ragazzi, tra ragazzi e adulti, persino tra la maestra e il dottore, ma anche ricettività impreviste, trasformazioni graduali, repentini mutamenti che testimoniano non solo l’efficacia del teatro come terapia ma anche l’acuirsi di una sensibilità e duttilità dei ragazzi, come quando Barak, spesso ostile e aggressivo, si rivolge a Tamara/Tom dicendole poche ma risolutive parole: sei un maschio, che problema c’è?

Spiccano gli aforismi. Aforismi potenti che non sono solo battute brillanti o ironiche, tanto meno citazioni di proverbi o di massime, ma nascono spontanei dalle situazioni rappresentate.
Dott. Bauman: gli adulti sono come gli adolescenti ma senza la speranza; o: “loro” sono come noi ma su di un’altra frequenza; o: non è una diagnosi a definire una persona, ma la persona la diagnosi; o: ogni essere umano è un reparto psichiatrico o: combattono contro il nemico più tenace del mondo: se stessi.
Tamara/Tom: non ho voglia di essere normale, io che c’entro? o: odio la mia voce, dentro ne sento un’altra.

C’è il tema del rapporto con la realtà e di uno sdoppiamento alienante che nella malattia è un vissuto di perdita, dissociazione, scissione fatale, allontanamento da sé e tracollo. Nel teatro, invece, è una regola costruttiva, perché, come dichiara Dorit, quando si entra in un personaggio si esce da se stessi. Quindi si può cominciare a uscire dalle proprie angosce e ossessioni esprimendole, guardandole senza paura. È una necessità e in quanto tale è una conquista, un ampliamento di sé, fonte di appagamento e liberazione, dalle proprie incertezze, dalle proprie fragilità e manie, dove la mancanza diventa un vantaggio. E come nota il dottore, a teatro, una persona può discutere a voce alta con se stessa senza essere considerata pazza.

Il principe Amleto, in Shakespeare, indossa la maschera della follia (ma fino a che punto è una finzione?) per sopravvivere alle trame del patrigno usurpatore, fino a sbattergli in faccia la verità del delitto con una messa in scena teatrale (uno dei primi esempi di meta-teatro).
In Pirandello la verità va in pezzi e si moltiplica come l’immagine di uno specchio andato in frantumi. Il personaggio, però, ha un’ancora di salvezza, la sua forma definitiva e ripetitiva, che la persona, in balia di relazioni volubili, frammentarie e sottomessa alla fluttuazione delle circostanze imprevedibili, non può possedere.
In Chi come me le maschere cadono, le forme si trasformano in continuazione verso una meta che si sposta e ci interroga da una riflessione dentro e oltre lo spettacolo teatrale.

È inevitabilmente decisivo, oltre alla relazione con i coetanei, il tema del legame con i genitori (problema di tanti adolescenti) che qui diventa tossico dato che sono i genitori a risultare inadeguati, a volte grotteschi, spesso affetti dalle stesse patologie dei figli o che si comportano in modo tale da incutere o aggravare le patologie di cui sono affetti i figli. E alla fine sono proprio i genitori a sbriciolare la propria identità in una fantasmagoria di travestimenti, caleidoscopica, esilarante.

I cinque attori, giovani o giovanissimi, su cui s’impernia la storia, si dimostrano capaci, istruiti, consumati a tutti i trucchi e le acribie della recitazione, entrano nei loro ruoli con fierezza, arguzia, vigore, ritmo, con una mobilità, calibrata sulla frequenza espressiva giusta, del corpo, dei volti, per esprimere e lasciare il segno del personaggio che impersonano nell’ascoltatore/spettatore.
Non meno bravi gli attori adulti che impersonano il dottore, l’insegnante di teatro, i genitori (due attori fanno i genitori di tutti e cinque i ragazzi: stupefacente! Un tourbillon attoriale. Solo per vedere e sentire loro, vale la pena di andare a teatro).
Della regista non c’è bisogno di dire niente, perché la conosciamo bene, perché anche questa volta conferma una prova di amore, di predestinazione, di irriducibile messa-a-disposizione e apertura alle prerogative del teatro.

Questo spettacolo del Parenti oltre ad aver messo in scena attori giovani, forze fresche, vitali, energie nuove, che spesso latitano nella società e nel teatro italiani recenti, (non perché manchino le capacità dei giovani ma perché queste capacità sono inutilizzate o sottoutilizzate o utilizzate male), oltre ad aver messo in azione uno spettacolo nuovo, dinamico, divertente, coinvolgente, è una riflessione concreta sul teatro che fa un passo oltre Pirandello e la disgregazione del teatro dell’assurdo del ‘900.
In che senso? In molti sensi. I personaggi non sono chiusi, paralizzati dalla loro forma. In vari modi, a vari livelli, a partire dalla gestualità e dalle formule della vita e della lingua quotidiane, è la magia del teatro a trasformare la costrizione fisica e linguistica, le ecolalie, i deliri verbali e gestuali, il muto dolore, a volte la disperazione, l’invocazione leopardiana della morte, in una processualità, tanto intensa quanto drammatica, di trasformazione e, tendenzialmente, di liberazione. È un teatro che rovesciando i canoni naturalistici rigidi non dissolve il senso della vita, come nel teatro dell’assurdo, ma cerca di ritrovarlo, ricostruendo percorsi di consapevolezza anche attraverso una mobilitazione emotiva dello spettatore, a differenza del teatro epico di Brecht che ne richiedeva l’obliterazione. Il corpo e la voce degli attori riescono a diventare, con una leggerezza, un’ironia e una precisione calviniane, un pianeta che ci parla di altri pianeti. Ogni attore in questa pièce diventa un testimone e un tramite, ma un tramite particolare. Indossando le vesti di un personaggio di cui si è imbevuto, chiede e ottiene dal pubblico un salvacondotto speciale: vedere, ascoltare, sentirsi un altro e capirsi in un altro, in apparenza lontano nel tempo e nello spazio e diverso da noi, in realtà (nella finzione teatrale della realtà) vicinissimo. La sua forza comunica la forza e la ricchezza emblematici dei personaggi e della loro storia.

Infine, la nuova sala, inaugurata da questo spettacolo, dispone il pubblico, senza posti numerati, in due tribune frontali e in sezioni laterali o sovrastanti, e il palcoscenico non tanto davanti quanto al centro e di fianco, distribuendo i bianchi lettini dei pazienti, (insieme letti di contenzione, gogne, palchi di recita o di gioco, sedie gestatorie), a vari livelli, crea un’atmosfera di tensione, di attesa, di complicità. Un languore prima e dopo lo spettacolo, di cui ci parla Ungaretti ne I fiumi, favorisce l’ascolto, la vicinanza, la prossimità.
Alla fine, un pubblico misto e partecipe, sia di anziani sia di giovani e giovanissimi, come gli attori, ha tributato una meritatissima e prolungata ovazione allo spettacolo e agli attori.

 

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CHI COME ME di Roy Chen
adattamento, regia e costumi di Andrée Ruth Shammah
traduzione dall’ebraico Shulim Vogelmann
con in o.a. Sara Bertelà, Paolo Briguglia, Elena Lietti, Pietro Micci
e con Amy Boda, Federico De Giacomo, Chiara Ferrara, Samuele Poma, Alia Stegani
allestimento scenico Polina Adamov
luci Oscar Frosio
musiche di Brahms, Debussy, Vivaldi, Saint-Saëns, Schubert … e Michele Tadini
assistente alla regia Diletta Ferruzzi
assistente allo spettacolo Beatrice Cazzaro
consulenza vocale Francesca Della Monica
direttore dell’allestimento Alberto Accalai
direttore di scena Paolo Roda
elettricista Domenico Ferrari
fonico Marco Introini
sarta Marta Merico
scene costruite da Riccardo Scanarotti – laboratorio del Teatro Franco Parenti
costumi realizzati da Simona Dondoni – sartoria del Teatro Franco Parenti
gradinate costruite da Pietro Molinaro – Scena4
Si ringrazia Bianca Ambrosio per averci fatto conoscere Roy Chen
produzione Teatro Franco Parenti