Quando e come nasce la parola “Totalitarismo”

Quando e come nasce la parola Totalitarismo

@ Rinaldo Caddeo, 23 gennaio 2024

 

«Indaga le parole a partire dalle cose, non le cose a partire dalle parole».

È con questa massima di Misoneil Chenese (mitico sapiente greco, già citato da Platone), che esordisce il libro di Emilio Gentile. È un inizio che indica la scelta di un metodo. Il metodo che parte dal basso, dalle cose, il metodo induttivo.

Di quali cose si tratta?

Si tratta di un passaggio cruciale della storia italiana: gli anni dello sviluppo dello squadrismo e dell’instaurazione del regime fascista. Il periodo è quello situato tra il 1921 e il 1926, in particolare da quando Benito Mussolini, dopo la marcia su Roma del 28 ottobre 1922, ottiene dal re l’incarico di premier e fonda, nel giro di quattro anni, un regime dittatoriale nuovo: il totalitarismo. Che tipo di dittatura è?

La tesi di fondo del libro è che la parola totalitarismo non spunta, miracolosamente, chissà quanto tempo dopo i fatti, nella tranquillità di un corridoio accademico o nel silenzio di un’aula universitaria o di qualche altro pensatoio, magari per essere smentita o respinta in parte o in toto da qualche altro accademico, ma nasce nel fuoco delle controversie, nelle urgenze della battaglia politica e del bisogno di trovare una risposta agli interrogativi di chi è protagonista e si trova nella posizione non di chi infligge ma di chi subisce, di chi, insomma, è vittima, insieme a una parte non trascurabile della popolazione, del sopruso di una violenza che non viene né repressa né arginata dagli organi che sarebbero preposti a farlo. Violenza perpetrata da una minoranza che si ritiene eletta, superiore, dotata di un diritto speciale al dominio in nome di una rivoluzione che non formula una progettualità o un’ideologia che non si racchiudano in un convulso, palingenetico nazionalismo.

Perché? Che cosa è successo? Qual è la natura del fascismo?

Predominanti sono state l’incomprensione e la sottovalutazione, da parte di quasi tutti i contemporanei, (tranne rare eccezioni), del fascismo delle origini e dei primi anni ‘20, ritenuto, spesso, un epifenomeno del malessere borghese, anche vigoroso, ma passeggero e, in quanto tale, facile da distrarre altrove o da strumentalizzare ai propri fini. Questo, ad esempio, è stato il calcolo erroneo di una parte importante della classe politica liberale, in primis di Giolitti che pensa di poter usare il fascismo per fermare la crescita delle proteste esplose nel biennio rosso e per ricondurre a ragione le istanze massimaliste del movimento operaio e del partito socialista, per poi ritornare, costituzionalizzato il fascismo, dismessi il manganello e i suoi maneggiatori, al regime antecedente.

Le cose, però, prendono tutt’altra piega.

Ed è lì, nelle rare eccezioni, che si possono reperire le analisi più interessanti e innovative e la nascita della parola totalitarismo, prima ancora che essa venga cooptata, in un senso autocelebrativo, dallo stesso Mussolini.

«Il termine totalitario comparve, coniato forse per la prima volta, in un libro di Luigi Sturzo, Riforma statale e indirizzi politici, pubblicato all’inizio del 1923. […] L’accentramento statale, derivante da una “concezione totalitaria dello stato”, proseguiva Sturzo, aveva “pervaso tutte le energie etiche, culturali ed economiche, dandovi un aspetto quasi religioso verso una nuova deità”» (Emilio Gentile, Ibidem, p.43). Il totalitarismo consiste in una deificazione dello stato, che avrebbe, secondo Sturzo, impoverito la società e mortificato l’individuo. La concezione dello stato fascista più che “sistema era metodo”, basato sull’azione concreta contro la libertà e la democrazia, che rispondeva non a una teoresi o a una strategia ma a un istinto di dominio.

Emilio Gentile

Don Sturzo, ancora all’inizio del ’23, ritiene che la collaborazione del Partito Popolare, (di cui è stato fondatore e segretario), al governo di Mussolini, avrebbe potuto sospingere il fascismo ad accettare la democrazia.

Dopo il Congresso del Partito Popolare (12-13 aprile ’23), in cui difende l’autonomia del partito dallo stato fascista, Sturzo si rende conto dell’impossibilità di continuare questa collaborazione. Date le continue persecuzioni squadriste subite dagli esponenti sia locali sia nazionali del Partito Popolare e data la ferma opposizione alla legge Acerbo che introduce un sistema maggioritario con un premio di maggioranza esorbitante, Sturzo rinuncia a questo suo tentativo antitotalitario di conversione del fascismo alla democrazia. Il 10-7-1923, ritenuto dal Duce un nemico pericoloso, abbandonato dal Vaticano che briga per ottenere un accordo globale con il fascismo, don Sturzo si dimette da segretario del partito da lui fondato ed emigra a Londra.

Il liberale Giovanni Amendola, intransigente oppositore del fascismo, è stato uno dei pochi intellettuali in Italia a prendere sul serio le intenzioni dichiarate, da parte del fascismo, di distruggere lo Stato liberale e la democrazia.

Sistema totalitario è il titolo di un articolo di Amendola apparso il 13-5-1923 su Il Mondo. Con l’aggettivo totalitario, Amendola denuncia il metodo intimidatorio e fraudolento con cui i fascisti conquistano il potere nelle amministrazioni locali: «Predisposta così una sicura vittoria fascista, con la complicità delle autorità politiche, le votazioni si effettuavano “con il passaggio per le urne venti o trenta volte di seguito delle medesime persone, oppure la introduzione nelle urne – senza che nessuno debba disturbarsi – di tutte le schede che occorrono per passare dal 20 o 25 per cento dei votanti all’80, 90 e perfino cento per cento di un caso memorando (o gloriosi pastettari che con fascistica baldanza rischiaste di precipitare al 101 per cento)”. Quando la diffida rivolta agli oppositori di desistere dalle elezioni non aveva effetto, allora si costringevano “i pacifici cittadini ad uscire di casa, a recarsi forzatamente alle urne e a deporre nelle medesime l’unica scheda possibile e disponibile”.» (Gentile, Ibidem, p.63).

Oltre al sintagma sistema totalitario, nel ’23 entra in circolazione l’espressione Stato-partito. Il socialista riformista Claudio Treves lo spiega in un articolo intitolato Lo Stato-partito, pubblicato su Critica sociale il 16-8-1923, che delinea, con questa nuova formula, le caratteristiche totalitarie, già enunciate da Amendola, di identificazione dello Stato con il partito, che esclude, con tutti i mezzi e in tutti i modi, gli altri partiti o le altre organizzazioni che non siano fasciste dallo Stato. «Dall’argomentazione esposta dal socialista riformista, sarebbe stato tuttavia più appropriato definire il sistema di potere che il fascismo stava instaurando un “Partito-Stato” piuttosto che uno “Stato-Partito”, perché nei fatti era il partito fascista che si appropriava delle istituzioni e delle funzioni dello Stato, piuttosto che sottomettersi all’autorità dello Stato e al suo governo.» (Gentile, Ibidem, p.93).

Con l’assassinio di Matteotti e il rinvenimento, dopo due mesi, del suo cadavere, s’innesca, nell’estate del 1924, una crisi politica che molti contemporanei, da Amendola a Turati, a Salvemini e Gramsci, valutano come l’inizio della fine di Mussolini e del fascismo. Ma la secessione dell’Aventino non otterrà il tanto agognato intervento del re per costringere il premier a dare le dimissioni. Con il discorso del 3-1-1925 alla Camera, Mussolini si assume la responsabilità morale, politica, storica di quanto accaduto. Ha inizio la fascistizzazione dello Stato che in due anni, con l’instaurazione del Tribunale Speciale e la messa al bando dei partiti e delle organizzazioni anti-fasciste, porta all’instaurazione della dittatura totalitaria.

Benito Mussolini

Il 2-1-1925 il marxista Lelio Basso pubblica su La Rivoluzione Liberale, un articolo intitolato L’antistato, in cui sostiene che lo Stato fascista non si limita a tutelare l’ordine costituito ma sottomette e costringe «”la Corona, il Parlamento, la Magistratura, che nella teoria tradizionale incarnano i tre poteri, e la forza armata che ne attua la volontà,”» (Ibidem, p.171), a diventare strumenti di un solo partito, che si fa interprete dell’unanime volere, del totalitarismo indistinto. «”Il fascismo ha così posto tutti i suoi principi: soppressione di ogni contrasto per il bene superiore della Nazione identificata collo Stato, il quale si identifica a sua volta cogli uomini che detengono il potere (Stato fascista). Questo Stato è il Verbo, e il suo Capo è l’uomo mandato da Dio per salvare l’Italia; esso rappresenta l’Assoluto, l’Infallibile. Qui veramente la divinizzazione hegeliana dello Stato non poteva trovare migliore applicazione, e non fu mero caso che il filosofo del fascismo fosse per l’appunto hegeliano, come non fu mera ambizione o brama di potere che trasse Gentile dal liberalismo al fascismo.”[…] Il giovane marxista introduceva il nuovo termine “totalitarismo” come sostantivo derivato dall’aggettivo “totalitario”. Come l’aggettivo, così il sostantivo si riferiva alla realtà del fascismo, non alla sua ideologia, perché Basso, non diversamente da Amendola, Sturzo, Treves, Papafava, Gobetti, Monti, negava al fascismo un’ideologia e una concezione dello Stato che non fosse un mero riflesso della sua politica concreta, che mirava esclusivamente a conservare il potere conquistato, trasformandolo in un monopolio del governo, dello Stato e della politica.» (Gentile, Ibidem. p.172).

Il totalitarismo è stato, in ultima analisi, un metodo di conquista e instaurazione del potere prima ancora di farsi un sistema di controllo sociale e di dominio dello Stato da parte di un partito.

Nei due anni successivi alla crisi Matteotti, la repressione dello Stato e la violenza del partito agirono congiuntamente, smantellando tutto il sistema della monarchia costituzionale. L’annientamento delle opposizioni realizza quel sistema totalitario che era stato preconizzato dagli attori e dai pensatori antifascisti più acuti e consapevoli, spesso i più perseguitati e meno capiti dai contemporanei, che avevano compreso in che direzione stessero andando le cose.

 

Emilio Gentile, Totalitarismo 100, Salerno editrice, Roma 2023