Ricordo di Gesualdo Bufalino aforista

Ricordo di Gesualdo Bufalino aforista

@ Amedeo Ansaldi (20-11-2020)

Gesualdo Bufalino

Ricorre in questi giorni il centenario della nascita di Gesualdo Bufalino (1920-1996), romanziere, poeta, saggista e traduttore, siciliano di Comiso, nella vita schivo insegnante, impostosi tardivamente, anche per propria scelta (e dietro impulso dell’amico Leonardo Sciascia), all’attenzione del mondo letterario nel 1981 con il romanzo-capolavoro Diceria dell’untore, ispirato a una sua vicissitudine giovanile (il ricovero in un sanatorio per la tisi), lungamente meditato e sottoposto per anni a un instancabile puntiglioso processo di revisione: un’opera fortemente ricercata e di non agevole lettura forse, ma che, attraverso il pudore irremovibile della memoria tipica dell’uomo, ripaga chiunque si inoltri fra le sue pagine, e che sarebbe stata seguita da diverse altre prestigiose prove narrative (fra cui Le menzogne della notte, per il quale gli fu attribuito il Premio Strega nel 1988).

Non va taciuto tuttavia che, nel secolo d’oro dell’aforisma italiano – il ‘900 -, Bufalino si illustrò anche in questo genere, solo apparentemente accessorio, e che gli riuscì non meno congeniale di altri, affermandosi come uno dei suoi rappresentanti più significativi nel nostro Paese. Le caratteristiche del Bufalino aforista sono decisamente quelle del ‘malpensante’: egli si ricollega infatti, sia pure in forme oltremodo originali, a una tradizione italiana che, inaugurata dal Leopardi (che nei Paralipomeni della Batracomiomachia si auto-definì tale), doveva passare attraverso nomi cruciali quali Carlo Dossi, Leo Longanesi, Ennio Flaiano: quella dell’intellettuale lucido e intransigente, espressione della profonda crisi esistenziale del proprio tempo, stilisticamente puntiglioso che, non senza afflato ludico, assume posizioni in netta e mordace controtendenza rispetto al mondo nel quale si ritrova – quasi inopinatamente – a vivere. Tra gli influssi stranieri, che pure non mancano, conviene annoverare almeno il polacco Stanislaw Jerzy Lec (Pensieri spettinati) e Franz Kafka (che fu anche aforista [Gli aforismi di Zürau, Adelphi 2004]), se non altro per certa inclinazione al dettaglio crudele, reso sempre con dolorosa provetta ironia.

Gli argomenti affrontati da Bufalino sono di fondamentale rilievo: lo sgomento di fronte al mistero della propria stessa vita e del suo ineluttabile epilogo, il destino finale dell’uomo, l’esistenza di Dio, la nostalgia struggente ma controllata di giorni migliori che si perdono in un mitico passato, lo strazio della Storia offesa e tradita, ed è curioso che un autore considerato a buon diritto audacemente ‘barocco’ affronti con tanta limpidezza di stile e meravigliosa semplicità temi così impegnativi: segno di rara, competente versatilità. Bufalino resterà per sempre non solo – con Verga, Pirandello, Sciascia e pochi altri – uno dei maggiori scrittori dell’amatissima isola, dalla quale non si distaccò mai né sentimentalmente né fisicamente ma, insieme, uno degli inarrivabili Maestri del genere aforistico nel nostro Paese:

  • da Diceria dell’untore [l’appendice aforistica ‘Pensieri di padre Vittorio’] (1981)

Abituarsi a guardare la vita come cosa d’altri, rubata per scherzo, da restituire domani. Convincersi ch’è uno sbaraglio per temerari, che la precauzione suprema è morire…

Pena di doversi lasciare a metà, dopo aver fatto con se stessi così poca strada, curiosità di conoscere il seguito (seppure esista altrove un copione completo…)

  • Da Il malpensante (1987)

Solo negli empi sopravvive oggigiorno la passione per il divino. Nessun altro si salverà.

Morire sarà, su per giù, come quando su una vetrina una saracinesca si abbassa.

Un tuffo al cuore mi avvisa, timido fattorino, che la scadenza è vicina.

Se Dio esiste, chi è? Se non esiste, chi siamo?

L’impazienza di Dio nel pubblicare il mondo non finisce di sbalordirmi. Cose così si tengono nel cassetto per sempre.

Rimuginare il male senza osare mai compierlo… È così che si formano le vocazioni poetiche.

Lo scrupolo di pagare ogni minimo debito: segno certissimo in me di animo gretto.

Diffidate degli ottimisti, sono la claque di Dio.

  • Da Calende greche (1992)

Fotografie, lettere, dediche, nascoste come dai nonni le monete del materasso. Finché scadono, vanno fuori corso.

Vivere in incognito, come Dio.

  • Da Bluff di parole (1994)

Peccato che i delitti meglio eseguiti, i delitti perfetti, insomma, siano rimasti privi di firma; e che gli autori in cambio d’una banale impunità abbiano perso la gloria.

Le Pasque, i Ferragosti, i Natali… I Natali, le Pasque, i Ferragosti… Così se ne va la nostra vita.

L’attesa della morte come veglia d’arme, preparazione notturna a un rito d’investitura. Il moribondo come catecumeno del nulla.

Colma di troppi ricordi, rimorsi, libri, viste, visioni, ormai la mia vita è una valigia che non si chiude. Qualcuno mi dà una mano?

Nobiltà delle brutte copie, tatuate di cicatrici; bandiere vecchie, onore di capitani sfregiati… Ogni vittoria, prima di trovarsi, quanto sanguinosamente si cerca!

In provincia si vive a piccole dosi, è una forma di risparmio, come mettere il tempo sotto il materasso…

 

Citazioni tratte da Scrittori italiani di aforismi (II vol.: Il Novecento) a cura di Gino Ruozzi, Meridiani Mondadori 1996 (Capitolo: Gesualdo Bufalino, pagg. 1315-1340)