Diario dell’anno della peste (6). Disavventure metropolitane

Diario dell’anno della peste (6). Disavventure metropolitane

@ Amelia Natalia Bulboaca & Lucia Tempestini

Milano, 25 marzo 2020

Più tardi esco dalla tana e striscio fino al deposito di viveri. Spero di non essere fermata da qualche energumeno dotato di mitra mentre mi trascino con grande circospezione, insieme alla mia discendente, in direzione della Sacra Montagna Gialla (anche detta Esselunga), dove sono custodite le preziose cibarie e bevande. Mi sento come una specie di animale femmina che va a caccia per nutrire la prole. Ormai l’esistenza si è ridotta a questo, e tra mille pericoli. Braccata.

Ho visto una coppia di genitori con mascherine rosa e la figlioletta, che avrà avuto due anni, con mascherina dello stesso colore.

All’entrata ci è stata misurata la febbre. Da domani non potrò più andare con la bambina, perché è ammessa una sola persona. E’ la Legge non posso farci niente, questa frase credo sia stata ripetuta all’infinito nel corso dei secoli e nelle più varie circostanze. Non esistono eccezioni per famiglie monogenitoriali con bambini piccoli che non possono essere lasciati da soli da casa. Gli ho chiesto: allora che facciamo? Dobbiamo morire di fame? Signora, è la Legge.

Che incubo, e poi la fatica di trascinare tutto fino alla tana. C’è tanta solitudine, e tanta vita che sgocciola via in maniera insensata.

Intossicazioni da disinfettanti aumentate del 65%. Ogni tanto una piccola soddisfazione.

(anb)

Firenze, 26 marzo 2020

Visto che il mouse ordinato su Amazon non arriva, cerco sul web qualche negozio di informatica aperto. Dopo ricerche capillari quanto infruttuose ne trovo uno, forse l’unico rimasto, non distante da casa mia. Affronto un po’ a malincuore il vento siberiano che oggi è il padrone assoluto delle strade, deserte come in un episodio di Ai confini della realtà, decisa a portare a termine la missione. Niente vigili, niente militari, niente polizia né carabinieri, ma ahimè la materia grigia, a causa dell’innaturale reclusione, si è trasformata in un brodo primordiale che mi induce a dirigermi non verso via Romana 7 rosso, bensì verso via Senese 7 rosso, ovvero in direzione opposta, dove mi sono persino chiesta come mai al posto di Import Technology vi fosse una bottega di gioielleria con la saracinesca rigorosamente abbassata. In questo modo, anziché 850 mt ne percorro 1.500, mutandomi in una stalattite.

Impadronitami infine dell’ambita preda, nonostante il disservizio neuronale e il principio di congelamento, cerco di raggiungere il più velocemente possibile piazza Tasso per acquistare le crocchine alla trota tanto attese dalla mia amata Pinina. Fila di circa mezz’ora mentre il vento percuote le orecchie, chiedendomi perché un governo così premuroso nei confronti della salute pubblica non si preoccupi dei malanni che i cittadini si possono prendere aspettando all’addiaccio il permesso di accedere al Sancta Sanctorum del più chic dei supermercati, ossia Carrefour (detentore esclusivo delle appena citate crocchine).

Ho nostalgia di tutto.

Niente gratta e vinci a causa del coronavirus, spara alla tabaccaia e si uccide. Ogni tanto una piccola soddisfazione.

(lt)