Mara – Una donna del Novecento. Un racconto “sine ira et studio” di Ritanna Armeni, Ponte alle Grazie editore, 2020 mi

Mara. Una donna del Novecento. Un racconto sine ira et studio di Ritanna Armeni, Ponte alle Grazie editore, 2020

@ Loredana Pitino (08-06-2020)

 

“So, e ne sono convinta che esiste una storia delle donne che si incontra, si intreccia con quella generale dei popoli, che può essere dipendente ma non coincide mai con essa”.

Ritanna Armeni, scrittrice e giornalista, spiega nella prefazione al romanzo, cosa l’ha spinta a scrivere questa storia, la storia di Mara, una ragazza nata nel 1920 e che ha 13 anni all’inizio del racconto. Vive a Roma, vicino a largo di Torre Argentina. Ha un’amica del cuore, Nadia, coprotagonista del romanzo, fascista convinta, che la porta a sentire il Duce a piazza Venezia.

Ha tanti sogni e tante speranze ed è convinta che il fascismo le permetterà di realizzarli tutti. Vuole studiare letteratura latina, diventare bella e indipendente come l’elegante zia Luisa. Il futuro le sembra a portata di mano, sicuro sotto il ritratto del Duce.

Questo è quello che pensa Mara, e come lei molti altri italiani che accorrono sotto il  balcone in piazza Venezia. Fino a che il dubbio comincia a lavorare, a disegnare piccole crepe, ad aprire ferite, come quando una famiglia di amici carissimi decide di fuggire dall’Italia perché di origine ebraica, e lei non capisce, non vuole credere, non accetta l’idea che il suo paese abbia scelto le leggi razziali. O come quando diventa difficile fare la spesa, comprare il latte per il fratellino Antonio perché la guerra d’Etiopia comporta l’impiego di tutte le risorse possibili e le donne avevano dovuto donare l’oro alla Patria.

Questo romanzo ha una struttura narrativa originale; potrebbe essere definito un docu-romanzo perché l’Armeni affianca alla narrazione in prima persona, dove la stessa Mara si racconta, degli inserti, in corsivo, che fanno da controcanto saggistico e documentaristico: una serie di resoconti storiografici, dati statistici, testimonianze, si aggiungono alla storia che ha un sapore antico, vicino a grandi precedenti della letteratura italiana, come Moravia o Elsa Morante.

Lo scopo è quello di rendere verisimile il romanzo e di fare luce su un aspetto, ancora, poco noto della storia d’Italia.

Mara e la sua inseparabile amica Nadia vivono con grandissimo entusiasmo il fascismo, quello trionfante, quello altisonante, quello delle conquiste d’Etiopia. L’approfondimento sulle loro scelte, i loro innamoramenti, l’indagine sulle motivazioni che le hanno spinte, sono elementi preziosi nel libro che ci permette di fare luce su un aspetto che, istintivamente, rigettiamo. Così come l’Arendt ci ha spiegato “la banalità del male”, l’Armeni qui ci fa capire perché gli italiani, paradigmaticamente Mara, hanno amato il Duce, hanno aderito al fascismo e lo hanno permesso.

Mara e Nadia sono anche due ragazze che credono in se stesse, vogliono emanciparsi e vogliono essere protagoniste della loro vita. Mara non è un’eroina, né del male né del bene, è una ragazza normale, che dopo i dubbi e il fallimento di quella fede che le aveva acceso il cuore, diventerà, quasi inevitabilmente, democratica. Nel 1946 voterà per la Repubblica.

Accanto a lei, Nadia, l’amica monolitica, figura tragica che porterà avanti la sua fede fino alla morte.

Il capitolo dedicato alla scelta estrema e dolorosa di lei si intitola “femminismo nero”; una definizione che sembrerebbe paradossale ma non lo è perché negli anni che hanno accompagnato la caduta del fascismo è stata forte la lotta da una parte di donne partigiane (moltissime), dall’altra parte di donne fasciste. Una lotta che rappresentava una ricerca di libertà.

Quello che l’Armeni ci vuole dire è che il femminismo non è né nero né rosso ma è una ricerca di libertà e affrancamento della donna.

La storia delle donne non è la storia degli uomini. Si intreccia ma non coincide.

La vicenda di Mara e Nadia vuole dimostrare  che il fascismo non riuscì a ottenere quello che avrebbe voluto dalle donne. Per esempio, da alcuni dati sulla demografia si evince che, malgrado la propaganda del regime, il tasso di natalità durante quegli anni è decresciuto, non è cresciuto. Lo stesso Mussolini affermò in un articolo anonimo ma che gli si attribuisce, di avere “fallito molto”. Così come Gentile sosteneva che non potessero insegnare materie umanistiche e le iscrizioni all’Università in facoltà come Lettere o Filosofia aumentarono. Le donne non fecero ciò che si pretendeva da loro.

Questo aspetto non viene mai raccontato perché si adegua la storia degli uomini a quella delle donne e, soprattutto, la storia dei regimi a quella dei popoli.

Il romanzo di Ritanna Armeni ci restituisce una verità finora velata, costruendo un percorso che, “manzonianamente”, coniuga il vero per soggetto e l’interessante come mezzo.

Altro merito estetico: una ricostruzione architettonica e antropologica della Roma di quegli anni perfetta, le pagine dedicate ai percorsi di Mara per andare al suo ufficio, mentre attraversa i ponti sul Tevere, le strade squarciate dai bombardamenti, la bicicletta usata per andare fuori porta a cercare da mangiare, la radio che si ascoltava a casa dei vicini, i giornali di moda sfogliati di nascosto, i cappellini della zia… tutti particolari che colorano e profumano le sequenze narrative.

L’intento di guardare a quegli anni con precisa e lucida imparzialità – e sappiamo quanto sforzo abbia fatto la scrittrice da sempre schierata nettamente a sinistra – si evince subito da una citazione posta nella prima pagina del libro, dopo la dedica: una citazione da Tacito che dichiarava apertamente come intendeva procedere nella sua ricostruzione storica, “Sine ira et studio”.