Hubert de Givenchy, l’innovatore aristocratico

Hubert de Givenchy, l’innovatore aristocratico

@ Antonella Falco (09-02-2020)

Hubert de Givenchy e Audrey Hepburn

Il suo nome è indissolubilmente legato all’idea di uno stile ricercato e aristocratico, fatto di raffinata eleganza e ineguagliabile buongusto: Hubert James Marcel Taffin de Givenchy nasce a Beauvois (nel dipartimento dell’Oise, nella regione dell’Alta Francia) il 21 febbraio 1927 da una famiglia di marchesi. All’età di tre anni rimane orfano del padre, morto d’influenza, e cresce affidato alle cure della madre e della nonna. A diciassette anni si trasferisce a Parigi per frequentare l’École nationale supérieure des Beaux-Art e, contro il parere della famiglia, inizia a lavorare nel mondo della moda. Tra il 1945 e il 1946 è al servizio di Lucien Lelong, dal ’46 al ’48 lavora per Piget, nel biennio ’48-’49 per Jacques Fat e dal ’49 al ’51 per Elsa Schiaparelli. «Apprendere il mestiere da grandi maestri è una grande opportunità – dichiara in un’intervista – non si finisce mai di imparare nella vita».

Blusa Bettina

Nel 1952, all’età di ventisette anni, Givenchy apre la sua casa di moda, nel quartiere di Plaine Monceau, riscuotendo un immediato successo. In particolare incontra grande favore la blusa Bettina, così chiamata in omaggio a Bettina Graziani, una celebre mannequin dell’epoca. La blusa, realizzata in lino bianco, si caratterizza per le vivaci maniche a balze.

Il periodo a cavallo tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Cinquanta vede affermarsi sulla scena parigina tre illustri nomi che lasceranno un’impronta indelebile nella storia dell’alta moda: nel 1937 vengono alla ribalta le esclusive creazioni dell’iberico Cristobal Balenciaga (che fu amico, mentore e nume tutelare di Givenchy, il quale alla sua morte, nel 1972, ne ereditò la clientela); a partire dal 1947 è attivo col suo New Look Christian Dior; nel 1952 debutta il marchese de Givenchy con una collezione il cui nome è già fortemente indicativo di uno stile: Les Séparables, che vede l’incontro fra gonne e morbide bluse, tutte liberamente mixabili fra loro. Mentre Dior rispolverava le linee del passato con abiti dalla vita strizzata che si aprivano in gonne amplissime, Hubert, che era a quel tempo il più giovane direttore creativo di Parigi, punta sull’innovazione, realizzando abiti dalla linea morbida e comoda che proprio in virtù di tali caratteristiche divengono il simbolo di una donna moderna, libera, ormai insofferente alle imposizioni. «Ho sognato una donna liberata – racconta Givenchy – non più fasciata e blindata nei tessuti. Tutte le mie linee permettono movimenti svelti e fluidi, i miei vestiti sono vestiti reali, ultraleggeri, senza imbottiture e corsetti, sono indumenti che aleggiano su un corpo libero da lacci».

Collezione 1952

L’anno successivo al suo esordio in passerella, nel 1953, avviene un incontro che si rivelerà determinante nella vita dello stilista: quello con Audrey Hepburn. È Givenchy stesso a raccontarlo: «Avevo capito di dover incontrare Katherine Hepburn. Mi ritrovai invece dinanzi non la nota diva ma una ragazzina [Audrey all’epoca aveva 24 anni] vestita da gondoliere: pantaloni Capri, maglietta a righe orizzontali e cappello a tesa larga in paglia. La trovavo tra il buffo e l’assurdo. L’attrice mi chiedeva di creare il suo nuovo guardaroba per il film Sabrina. Francamente non avevo tempo. Troppo imminenti le sfilate parigine. Però, è innegabile, il suo fascino era sconfinato. Mi conquistò. Dovetti cedere. Così accettai. Decisi di scegliere solo alcuni modelli della mia nuova collezione da utilizzare nel film. Da quel momento tra noi iniziò qualcosa che andò oltre la semplice amicizia».

Givenchy, abito da sera per il film ‘Sabrina’

Con il film Sabrina (1954) – di cui resta impresso nel ricordo l’abito da sera bianco, con ricami e strascico, indossato dalla Hepburn per la scena del ballo a casa dei Larrabee – ha inizio il proficuo sodalizio professionale tra Hubert de Givenchy e Audrey Hepburn che sarebbe proseguito nel 1957 con Arianna e Funny Face; nel 1961 col celeberrimo Colazione da Tiffany – che rese immortale il fascino iconico del little black dress (inventato, a onor del vero, da Coco Chanel e divenuto poi universalmente “l’abito risolvi problema” dei look femminili e, come tale, da non poter mancare in qualsiasi guardaroba che si rispetti) – ; nel 1963 con Sciarada; nel 1964 con Insieme a Parigi e nel 1966 con Come rubare un milione di dollari. Oltre a Colazione da Tiffany, l’altro titolo che meglio incarna l’“Hepburn Givenchy’s style” è sicuramente Fanny Face, che valse a monsieur Hubert una nomination all’Oscar. Tradotto in italiano col titolo di Cenerentola a Parigi, questo film (in realtà un musical, diretto da Stanley Donen, con Fred Astaire nel ruolo del protagonista maschile e una Hepburn che qui canta senza essere doppiata, come invece, di lì a poco, sarebbe accaduto in My Fair Lady) può di fatto considerarsi come l’antesignano de Il diavolo veste Prada, ne sono protagonisti la direttrice di una rivista di moda, un grande fotografo e un noto stilista, tutti in cerca di un nuovo talento per copertine e passerelle. Reali bersagli a cui si ispirano i personaggi del film sono la potente direttrice di Vogue Usa Diana Vreeland, il fotografo Robert Avedon e lo stesso Hubert de Givenchy.

AUDREY HEPBURN. “FUNNY FACE” [1957], directed by STANLEY DONEN.
Photograph by Bud Fraker

Nel 1957 lo stilista decide di avviare anche la produzione di fragranze esclusive: nascono così Le De e L’interdit. Il nome del primo è un’ironica presa in giro del predicato nobiliare di Givenchy, mentre l’altro ha origine dal perentorio diniego di Audrey Hepburn che all’idea di Givenchy di dedicare un profumo all’attrice, risponde: «Monsieur, je vous l’interdit». Ed ecco il profumo e il suo nome perfetto!

Fra gli anni Cinquanta e Sessanta, lo stilista, che fin dalle prime collezioni si era distinto per la ricercatezza dei tessuti (passione trasmessagli dal nonno materno che era a capo di un’azienda tessile), lancia nelle sue collezioni diverse creazioni iconiche: dall’abito a sacco del 1953 al mantello con collo ampio e avvolgente del 1958, agli abiti a palloncino e a bustino del 1959.

Abito a sacco

Tra le più famose clienti di Givenchy vanno ricordate, oltre a Audrey Hepburn, Ingrid Bergman, Jeanne Moreau, Maria Callas, Greta Garbo, Grace Kelly, Lauren Bacall, Marlene Dietrich, la regina Elisabetta II, Jacqueline Kennedy, Wallis Simpson e Marella Agnelli.

‘Colazione da Tiffany’, little black dress di Givenchy

Dopo quasi quattro decenni dal suo debutto sulle passerelle, Hubert de Givenchy decide di ritirarsi. È il 1988, la maison viene ceduta per 45 milioni di dollari al gruppo francese LVMH di Bernard Arnault, il marchese resta però a capo della griffe e continua a disegnarne le collezioni fino al 1995, quando ha luogo l’ultima grande sfilata parigina, davanti a un parterre plaudente e commosso che vede presenti oltre a Philippe Venet, il compagno di una vita, molti illustri colleghi fra i quali Saint Laurent, Valentino, De La Renta, Lacroix, Kenzo e altri ancora. Grande assente, l’amica Audrey Hepburn, scomparsa due anni prima, che disse, una volta, a proposito dei suoi abiti: «Mi danno sempre un senso di sicurezza e autostima, e mi riesce più facile lavorare sapendo che esteticamente sono a posto. Mi sento così anche nel privato. I vestiti di Givenchy mi offrono protezione contro situazioni e persone strane. Mi ci sento davvero a mio agio». A quell’ultima sfilata sono presenti i figli dell’attrice: Sean Ferrer e Luca Dotti, nati rispettivamente dai matrimoni con l’attore statunitense Mel Ferrer e con lo psichiatra italiano Andrea Dotti.

Hubert de Givenchy

Da quel momento la guida artistica della maison passa nelle mani di John Galliano, che l’anno successivo si trasferirà da Dior. Un ancora da scoprire Alexander McQueen prende le redini della griffe fino al 2001 quando, dopo forti contrasti, lascerà il posto a Julien MacDonald, che resta in carica fino al 2005, mentre nel frattempo la linea maschile è diretta da Ozwald Boateng. Dal 2005 al 2017 sarà l’italiano Riccardo Tisci ad avere il comando della maison. A lui succede la britannica Clare Waight Keller che, alla sua scomparsa, avvenuta nel sonno il 10 marzo 2018 all’età di novantuno anni, nel castello rinascimentale alle porte di Parigi, dove viveva col compagno Philippe Venet, ha ricordato l’altissimo (oltre 2 metri) e fine marchese come «uno degli uomini più seducenti e favolosi mai incontrati».