Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde. L’arte come serio ludere e la banalità inartistica del male al Teatro Elfo Puccini di Milano

Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde. L’arte come serio ludere e la banalità inartistica del male al Teatro Elfo Puccini di Milano

@ Amelia Natalia Bulboaca (14-01-2020)

Milano Gross Indecency: The Three Trials of Oscar Wilde di Moisés Kaufman, ritorna al Teatro Elfo Puccini nella messinscena di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia come ultimo, fondamentale tassello (accanto a The Importance of Being Earnest) del progetto che i due registi hanno dedicato alla figura dello scrittore irlandese:

Dopo il Wilde sensuale e ‘trasgressivo’ della nostra Salomè al maschile e quello ironico e satirico de Il Fantasma di Canterville, Atti Osceni mette al centro della scena – un’aula di tribunale in cui, a tratti, nel serrato dibattito si aprono squarci poetici e incursioni commoventi nell’opera del poeta – la figura stessa di Wilde, artista e soave, impietoso fustigatore delle ipocrisie di una società come quella vittoriana, epitome di tutte le società ipocrite.[1]

Ciò che rivive sulla scena è la parte più dolorosa e meno conosciuta al grande pubblico della vicenda di Wilde: l’obbrobrioso iter giuridico a seguito del quale, l’apostolo della décadence fin-de-siècle, il raffinato esteta che parlò al mondo del Rinascimento inglese dell’arte, è messo alla gogna e condannato per crimini commessi sotto la sezione 2 della riforma penale del 1885: atti osceni con persone di sesso maschile.

La storia dei processi che videro coinvolto il poeta è scandita con nitore illustrativo grazie all’interpretazione corale dei nove bravissimi attori che si avvicendano nei passaggi scenici, facendosi carico dei numerosi personaggi e delle voci didascaliche, accompagnanti soprattutto la prima parte della pièce. Cospicue sono anche le fonti storiche a cui si è attinto per ricostruire ‘ascesa e rovina di Oscar Wilde’.

Lo spettacolo viaggia in perfetto equilibrio sul doppio binario della fedele ricostruzione storico-fattuale degli eventi e di una riflessione politico-filosofica quanto mai attuale sul ruolo dell’artista nella società e sul significato dell’arte, della bellezza, dell’amore – tematiche con le quali lo spettatore non può esimersi dal misurarsi.

Oscar Wilde è uno scrittore affermato nel momento in cui scoppia lo scandalo della sua relazione con Lord Alfred Douglas (Bosie) su istigazione del padre di questi, il mefitico Marchese di Queensberry, che lo accusa apertamente di essere un ‘sondomita’ [sic]. D’altronde, già durante gli anni di studio a Oxford, Wilde era diventato un poseur, un dandy, mentre la sensualità, il paradosso e il gusto della provocazione che ispiravano le sue opere non si allineavano certamente con il canone della rigida e bigotta società vittoriana. Lo scrittore che per sé aveva sognato fama e notorietà si lascia trascinare nelle corti dei tribunali, diventa il capro espiatorio, il pharmakós di un linciaggio che gli avrebbe distrutto la carriera e che finì con l’annichilirlo (Wilde sarebbe morto nel 1900, tre anni dopo la scarcerazione dal carcere di Reading Gaol). Il «sommo sacerdote dei decadenti»[2] decide di immolarsi come vittima sacrificale sull’altare del suo stesso ideale artistico: aveva capito bene che a essere messo sotto accusa non era tanto l’uomo quanto lo scrittore, l’esteta, l’artista – ovvero, l’arte stessa. Un creatore che si sacrifica per vivificare la sua creazione? Non sarebbe la prima volta che accade ma certamente questa fine tragica scagiona Wilde da ogni (ir)ragionevole dubbio sul suo cosiddetto ‘atteggiarsi’. Wilde faceva terribilmente sul serio, il suo ‘atteggiarsi’ era un serio ludere. Lo spettacolo è, non a caso, disseminato di citazioni che mettono al centro la concezione di arte del grande scrittore. A partire dal tagliente epigramma della prefazione che Wilde aveva fatto aggiungere alla versione ampliata di The Picture of Dorian Gray: «There is no suchthing as a moral or an immoral book. Books are well written, or badly written»[3]. Vediamo Oscar Wilde (nell’intensa interpretazione di Giovanni Franzoni) metamorfosarsi in oracolo di verità, annunciatore della lieta novella della bellezza e dell’arte per l’arte:

Wilde: L’arte ha una missione spirituale. Può elevare e santificare qualunque cosa tocchi, e la disapprovazione popolare non deve impedire il suo progresso. L’arte è ciò che rende la vita di ogni cittadino un sacramento. L’arte è ciò che rende immortale la vita di tutta l’umanità[4].

La pièce si traduce nell’affresco di una società ripiegata su se stessa, asfittica, gretta (i cui rappresentanti di spicco però commettono gli stessi ‘atti osceni’ nella segretezza dei loro boudoir) mentre la figura di Oscar Wilde si staglia gradualmente dal serrato e a tratti irriverente botta e risposta con i suoi accusatori nel Primo Atto fino a diventare martire, profeta, dio crocifisso nel Secondo Atto. La costruzione dei dialoghi non avrebbe potuto comunicare in maniera più netta questa abissale cesura, questa fatale incomunicabilità tra i due mondi: Wilde parla da vette filosofiche troppo lontane per essere udito da chi si aggira nell’opaco sottobosco della letteralità.

WILDE: Non ho mai incontrato una persona la cui caratteristica principale fosse il senso morale che non fosse spietata, crudele, vendicativa, terribilmente stupida e totalmente priva del più elementare senso di umanità. Le persone morali, come vengono chiamate, sono delle bestie. Il vero nemico della vita moderna, di tutto quello che rende la nostra vita bella, gioiosa e variopinta, è il puritanesimo e lo spirito puritano. Ecco il grande pericolo che ci minaccia in quest’epoca. Il puritanesimo non è una teoria della vita. Serve solo a spiegare la classe media inglese.

GILL Carson: Ma analizziamolo frase per frase. «Non ti nascondo che ti adoravo follemente»[5].

L’allestimento è solido, catartico, il cast è affiatato e il disegno registico risulta illuminante e del tutto coerente con l’impianto drammaturgico. La scenografia è sobria: sedie d’epoca e sbarre che portano il peso del simbolo (il potere che accusa, che ghermisce e schiaccia l’outsider). La partitura sonora riverbera nel profondo (i battiti del cuore, gli incalzanti tre colpi di martello ma anche Rule Britannia che viene da un carillon), mentre la cromatica gioca sui chiaroscuri anche nei costumi: nel Primo Atto Oscar Wilde dandy ironico e beffardo indossa colori chiari mentre nel Secondo Atto è vestito di nero a sottolineare la discesa agli inferi, la rovina che incombe.

WILDE: Le vere tragedie della vita accadono in una maniera così totalmente inartistica che ci feriscono per la rozzezza della loro violenza, la loro assoluta incoerenza, la loro assurda mancanza di significato…[6]

 

[1] F. Bruni, F.Frongia, Il nostro Wilde, in Ascesa e rovina di Oscar Wilde, Cue Press, Imola, 2017, p. 7.

[2] Ivi, p. 37.

[3]«Non esistono libri morali o immorali. I libri sono ben scritti o mal scritti», ivi p. 25.

[4]Ivi, p. 43.

[5]Ivi, p. 44.

[6]Ivi, p. 41.

 

ATTI OSCENI

I tre processi di Oscar Wilde

di Moisés Kaufman

Teatro Elfo Puccini

SALA SHAKESPEARE | 9 – 26 GENNAIO 2020

MAR-SAB: 20:30 / DOM: 16:00

traduzione Lucio De Capitani

regia, scene e costumi di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia

assistente alla regia Giovanna Guida

assistente ai costumi Saverio Assumma

luci Nando Frigerio

suono Giuseppe Marzoli

con Giovanni Franzoni, Ciro Masella, Nicola Stravalaci, Riccardo Buffonini, Giuseppe Lanino, Edoardo Chiabolotti, Giusto Cucchiarini, Ludovico D’Agostino, Filippo Quezel

produzione Teatro dell’Elfo

con il sostegno di Fondazione Cariplo

 

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MOISÉS KAUFMAN

Nel settembre del 2016 Moisés Kaufman viene insignito della National Medal of Arts dal Presidente Barack Obama, la più alta onoreficenza conferita ad un artista, e candidato al Tony e all’Emmy Award come Migliore Regia e Migliore Sceneggiatura. I suoi lavori Atti Osceni – i tre Processi di Oscar Wilde e The Laramie Project sono tra le commedie più rappresentate in America negli ultimi dieci anni. Scrive e dirige l’adattamento cinematografico di The Laramie Project per l’emittente televisiva HBO, che ha concorso a due Emmy Award come Migliore Regia e Migliore Sceneggiatura. Attualmente, sta scrivendo e dirigendo insieme al compositore Arturo O’Farrill (vincitore di un Grammy Award) un nuovo adattamento della Carmen di Bizet. Kaufman è direttore artistico del Tectonic Theater Project e beneficiario di una borsa di studio Guggenheim per la scrittura drammaturgica. Collabora a numerose commedie di successo rappresentate a Broadway, tra le quali: The Heiress con Jessica Chastain; 33 Variations (candidato a cinque Tony Award) con Jane Fonda di cui è anche autore; Bengal Tiger at the Baghdad Zoo del finalista Premio Pulitzer Rajiv Joseph, con Robin Williams e I Am My OwnWife, opera vincitrice di un Pulitzer e di un Tony Award. [/box]