‘Amami o sposerò un millepiedi’: sulle tracce di un amore

Amami o sposerò un millepiedi: sulle tracce di un amore

La corrispondenza Antòn Čechov – Ol’ga Knipper all’Elfo Puccini di Milano

@ Amelia Natalia Bulboaca (26-12-2019)

Milano – Antòn Čechov si sposò soltanto tre anni prima di morire. Lo racconta anche Thomas Mann, nell’affettuoso ritratto che dedica al grande scrittore russo[1]. L’«eletta» fu l’attrice del Teatro dell’Arte di Mosca, Ol’ga Knipper, conosciuta nel 1898 in occasione delle prove de Il Gabbiano, nel quale lei interpreta Arkadina. Si dice sia stato un vero e proprio colpo di fulmine e non si fa fatica a crederlo: lo testimoniano le oltre quattrocento lettere che i due si scambiano in questi brevi, troppo brevi ma intensissimi anni di amore e di unione coniugale. Un amore d’altri tempi, certo, un amore che al giorno d’oggi (forse) non sarebbe nemmeno immaginabile, non solo per la purezza e l’impetuosità dei sentimenti condivisi, donati, naturalmente portati fino alle ultime conseguenze (purtroppo tragiche, per la scomparsa prematura dello scrittore, affetto da tubercolosi sin dall’adolescenza), ma anche a causa dell’esiguità pressoché assoluta, oggi, del medium che ne traghettò la testimonianza, rendendolo accessibile ai nostri occhi di lettori un po’ romantici, un po’ voyeur: la carta.

L’amore ai tempi di WhatsApp avrebbe fatto inorridire Ol’ga e Antòn: nessun backup dei dati potrà mai rivaleggiare con il corpo vivo di una lettera che si può toccare con mano, annusare, baciare, irrorare di lacrime, custodire con religiosa cura fino alla fine. Una fine, quella dell’esistenza terrena dei protagonisti, che non è necessariamente anche fine del loro legame, o almeno non del suo significato assurto a simbolo di un amore semplice, facile… ma non facile come lo intendiamo noi oggi (ormai, bisogna contestualizzare tutto perché i tempi sono cambiati e la semantica fa ammiccamenti maliziosi); un amore facile come lo intendeva Arletty in quella scena memorabile del film Les enfants du paradis: «C’est tellement simple, l’amour»… talmente semplice, talmente spontaneo, talmente tutto!

I due si amano tanto, si amano teneramente anche se per lo più sono costretti a vivere separati. Ma forse è proprio la distanza il combustibile più potente di Eros, mentre, chissà, forse un amore (troppo) a portata di mano degraderebbe nel balcanismo di una relazione qualsiasi. Scriveva Nazim Hikmet:

Chi sa, forse non ci ameremmo tanto

se le nostre anime non si vedessero da lontano

non saremmo così vicini, chi sa,

se la sorte non ci avesse divisi.[2]

Ol’ga è a Mosca dove interpreta le eroine dei drammi del suo amato Antòn: Elena, Maša, Ljuba (in Zio Vanja, Le tre sorelle e Il giardino dei ciliegi, rispettivamente). Čechov si annoia a morte a Jalta, dove è costretto a trasferirsi a causa della malattia. A Jalta il clima è mite però mancano gli stimoli e le visite inopportune disturbano il processo creativo del confinato che, per disperazione, minaccia l’amata di sposare una scolopendra in caso di amore non corrisposto. Le lettere di Antòn trasudano tutta la sua malinconica ironia, la tragica levità, la formidabile dolcezza. Ol’ga non è semplicemente Ol’ga ma: «attriciuzza, gioia mia, bambina cara, amore mio, tesoro, angelo mio, coccodrillo, colombella, sfruttatrice dell’anima mia, cane mio meraviglioso, mio insetto, mio pesce persico». Sono le parole di un uomo che, se dobbiamo credere ai suoi biografi, non ha «mai subìto le ebbrezze della passione erotica»[3]. O forse non prima di avere incontrato “la” donna, «ultima pagina della mia vita», Ol’ga:

All’inizio di maggio verrò a Mosca. Se mi dai la tua parola d’onore che nessuno saprà del nostro matrimonio prima della sua celebrazione, sono pronto il giorno stesso del mio arrivo. Non so perché, ma inorridisco all’idea della cerimonia, delle congratulazioni e del bicchiere di champagne che si deve tenere in mano mentre si sorride con aria vaga (26 aprile 1901).

Si sarebbero sposati a Mosca, con sobria cerimonia, presenti solo i quattro testimoni e il pope. Ol’ga si mostrerà ben presto preoccupata di non adempiere adeguatamente al suo nuovo ruolo di moglie, è scissa tra la passione e l’impegno per il teatro e l’amore per il grande uomo, ma lui la rassicura e la conforta:

Cara …. ti tormenti perché vivi a Mosca e non a Jalta con me … Ma che fare amore? Riflettici sopra: se tu abitassi con me a Jalta per tutto l’inverno la tua vita ne sarebbe danneggiata e io mi sentirei pieno di rimorsi. Sapevo di sposare un’attrice … Non mi sento minimamente offeso o trascurato … (Jalta, 20 gennaio 1903).

Lei si fa prendere dai sensi di colpa, soffre tutte le contraddizioni dell’artista e della donna innamorata:

Che moglie sono per te? Visto che ci tocca vivere separati …. E non pensare che sia solo l’umore del momento. Questo pensiero mi tormenta e mi rode in continuazione. Ora è soltanto venuto a galla. Mi sono comportata con molta leggerezza nei tuoi confronti, nei confronti della grande persona che tu sei. Visto che sono un’attrice, avrei dovuto rimanere sola e non tormentare nessuno” (Mosca, 13 marzo 1903).

Il loro carteggio non parla solo di amore, anzi, l’amore passionale è “solo” la “semplice”, naturale conseguenza di un matrimonio celebrato ancor prima di quello ufficiale, canonico e canonizzato, che troviamo nella scheda biografica: si tratta del matrimonio artistico tra l’autore e l’attrice («Caro scrittore – cara attrice»: è così che i due intestavano le loro lettere). Nelle lettere si scambiano, infatti, opinioni, idee, commenti sul mondo del teatro, sulla messa in scena e l’accoglienza delle pièces. Čechov non esitava a chiedere consigli alla moglie in merito alla stesura delle sue stesse opere.

Ol’ga – Allarme! Allarme atto terzo! La canzone che Veršinin e Mašha canticchiano come la dobbiamo fare? Nemirovič dice che dev’essere come uno squillo di tromba ‘Tram tam tam!’ Mi sembra un’idea orribile. E mancano dieci giorni al debutto! Aiutami Toto, senza di te sono perduta!

Antòn – Se Stanislavskij rovina il terzo atto, rovina tutta la commedia e rovina anche la mia reputazione! Effetti sonori? Oh mio dio, ma cosa sta facendo? Dev’esserci solo il suono dell’incendio, lontano, attutito, e sul palco silenzio assoluto. E poi, mia cara, il monologo di Maša non è una pubblica confessione, è solo una conversazione sincera. Recitalo con un po’ di tensione, ma non essere disperata, non alzare la voce, sorridi ogni tanto e soprattutto cerca di sentire la fatica di una notte come quella…

 

Le lettere prendono vita e riacquistano il timbro maschile e femminile attraverso le voci di Ferdinando Bruni e Ida Marinelli che ne leggono ampi brani. Il palco è spoglio salvo una poltrona, una cassa, un ritratto di Čechov, e alcuni teli bianchi che tutto avvolgono e sui quali saranno proiettate delle vecchie fotografie color seppia; tra queste, il bellissimo ritratto della coppia nel quale possiamo vedere un Ol’ga dal sorriso aperto, candido, felice e un Antòn dall’aria affabile, un po’ imbarazzata, la posa modesta, lo sguardo che scruta nel profondo dell’animo. Ferdinando Bruni è un Čechov molto convincente nella lettura: sbuffa, gesticola, si lascia dominare dalla presenza dello scrittore. Più posata appare Ida Marinelli che legge stralci delle lettere di Ol’ga ma anche alcune parti dei suoi monologhi tratti dalle pièces già menzionate. Di grande impatto emotivo è anche la lettura dei brani dal diario dell’attrice che descrivono gli ultimi giorni di Čechov, nella cittadina termale di Bedenweiler. I suoi ultimi istanti sono un misto di tragedia e commedia come tutta la sua arte, come la vita stessa. «Ich sterbe!» («Sto morendo!») dice tranquillamente al medico, prima di ricevere una iniezione di canfora e una coppa del migliore champagne dell’albergo. Svuotata la coppa, si addormenta per sempre, come un bambino: era il 15 luglio 1904. Ol’ga fa fatica ad accettarla questa fine che era stata sempre in agguato ma che, bisogna tuttavia ammetterlo, ogni volta ci coglie del tutto impreparati. Siamo sempre sorpresi e turbati dalla perseveranza della morte, sempre così ligia al dovere come un funzionario stachanovista dell’Implacabile. In fondo, neanche un uomo lucido e disilluso come Čechov, scrittore e medico, era riuscito ad accettarla completamente: appena un giorno prima di morire aveva insistito affinché la moglie andasse a Friburgo a comprargli un abito di flanella che ovviamente, non avrebbe indossato mai.

Antòn Pavlovič Čechov lascia in eredità un’opera importante, un’opera che lui ha sempre messo in dubbio poiché, non avendo saputo dare una risposta alle domande più importanti, al fatidico «Che fare?» temeva di ingannare il lettore. E invece stava tutta lì la sua grandezza, in «quella sua particolare, scettica e infinitamente attraente modestia che si presenta così discretamente e che continuò per tutta la vita a caratterizzare il suo atteggiamento spirituale e umano»[4]. Fu quella modestia a far innamorare Ol’ga che poteva chiamarlo indistintamente «grande persona» o «Toto» senza paura di sbagliare e con tutta la certezza di un amore delicatamente e allo stesso tempo ferocemente ricambiato.

Guardiamolo bene, Antòn:

Le immagini che abbiamo di lui ci mostrano un uomo slanciato vestito alla moda degli ultimi anni del secolo scorso, col colletto duro, un «pince-nez» legato ad un nastro, una barbetta a punta e tratti armoniosi, un poco sofferenti di una cordiale malinconia. Questi tratti rivelano una intelligente attenzione alle cose, modestia, scetticismo e bontà. È il volto, l’atteggiamento di un uomo che non mena vanto di se stesso. Nessuna traccia di pretenziosità.[5]

Come l’amore che lo unì a Ol’ga: nessuna traccia di pretenziosità, come in un amore semplice, come in un amore felice.

Note:

[1]«Saggio su Čechov», in A. Čechov, Racconti e teatro, Sansoni Editore, Firenze, 1966, p. XXXI.

[2]«Rubai», in Nazim Hikmet, Poesie d’amore, Milano, Mondadori 1963.

[3]A. Čechov, op. cit., Ibidem.

[4]A. Čechov, op. cit., p. XXIII.

[5] Thomas Mann in A. Čechov, op. cit., p. XXX.