La commedia umana di Suleiman alla ricerca del paradiso perduto

La commedia umana di Suleiman alla ricerca del paradiso perduto

@ Giuseppe Tumminello (10-12-2019)

Abbiamo aspettato dieci anni, dopo Il tempo che ci rimane (2009), per vedere finalmente il quarto lungometraggio del regista palestinese Elia Suleiman. Presentato al Festival di Cannes 2019 e vincitore di una Menzione speciale della Giuria, It Must Be Haeven (Il paradiso probabilmente, titolo dell’edizione italiana) è un diario di viaggio, una commedia umana, un’odissea dell’uomo contemporaneo.

Attraverso schizzi, bozzetti, vignette satirico-allegoriche o parabole di una nuova bibbia globalizzata, o storie di Instagram, Suleiman tratteggia, con lucidità e acutezza, le consonanze/dissonanze tra il Medio Oriente e l’Occidente, esplorando la valenza di essere nazionalista o cosmopolìta e chiedendosi quale sia l’autentico luogo/casa interiore di appartenenza (quando si è in uno status di pseudo-cittadinanza, come molti palestinesi).

Il protagonista della pellicola è lo stesso Suleiman che rappresenta l’alter ego di un uomo qualunque, un po’ naïf, invisibile ma riconoscibile dal suo aspetto raffinato, distintivo – occhiali da intellettuale, barba, cappello di canapa, giacca con colletto alla coreana, camicia eccentrica fuori dai pantaloni, tracolla di cuoio. Senza parole e con un’espressione disincantata, Suleiman è una maschera fissa, un Joker passivo: osserva come un voyeur, o una vittima rassegnata, i frammenti di vita quotidiana che gli scorrono davanti senza toccarlo.

Il cinema ‘assurdo’ di Suleiman – associato spesso al mondo surreale di Jacques Tati, Buster Keaton o del regista svedese Roy Andersson, o anche al teatro di Samuel Beckett –, punta sul ‘silenzio’ che per l’autore è “al cuore del linguaggio cinematografico”. Difatti, la sceneggiatura del film ha dialoghi essenziali combinati come un monologo “che ha lo scopo di infondere ritmo e musicalità” (le uniche battute di Suleiman sono: “Nazareth” e “I am Palestinian”). La struttura narrativa filmica si basa su molti piani-sequenza, girati spesso senza movimenti di macchina e assemblati da un montaggio subliminale.

Il fil rouge apparente della vicenda è il reperimento difficoltoso dei fondi per produrre il film in questione, per cui Suleiman peregrina avanti e indietro da Nazareth, passando per Parigi e New York – città emblematiche del mondo occidentale: Europa/USA –, dove il regista ha vissuto più a lungo.

La sequenza iniziale mostra una processione di fedeli che intonano salmi liturgici, con le candele accese, portando una croce enorme sulle spalle, guidati da un patriarca ortodosso (Næl Kanj). Davanti alla porta di ferro della chiesa che dovrebbe essere aperta al segnale “Alzatevi, porte eterne. Ed entri il Re della gloria”, il custode – che, trovandosi dalla parte opposta, non vediamo – si rifiuta inaspettatamente di aprirla. Dopo vane insistenze, il patriarca va verso un accesso secondario, lo sfonda con un calcio, percuote il custode brillo – si sentono solo le grida fuori campo! – e va ad aprire la porta santa. Questo primo segmento – già spiazzante e l’unico senza Suleiman– ci pone già davanti al problema principale del film e cioè l’esegesi o la decodificazione del possibile significato metaforico dei vari episodi. D’altro lato, questi segni polivalenti, stimolano l’immaginazione dello spettatore più fantasioso.

Facendo un ragionamento a posteriori, e azzardando anche un po’, si potrebbe dire che nella prima scena s’intuisce il messaggio dell’intera opera: quando si ha bisogno di qualcosa – o di entrare in chiesa come in questo caso, o di avere i finanziamenti del film, o di poter essere ‘cittadino’ nella propria terra –, ma si trovano tutte le porte sbarrate, una soluzione potrebbe essere quella, piuttosto rude e drastica, adottata dal patriarca. Tuttavia – limitandosi a farla immaginare – Suleiman la circoscrive nel perimetro disegnato da un giudizio di impraticabilità. Del resto, il regista si guarda bene dall’incitare a una nuova Intifada, preferendo affidare disappunto e frustrazione a un silenzio alla Bartleby, quasi una superiore forma di resilienza.

Tornando al materiale filmico, dopo la scena precedente, ritroviamo subito Suleiman nella sua casa a Nazareth. Qui vive da solo, fuma, beve limonata o caffè, innaffia le piante, sposta in avanti  le lancette dell’orologio a pendolo. Dal balcone adocchia il vicino che si appropria dei suoi limoni, giustificandosi con una sfumatura di acredine: «Non pensare che stia rubando… Ho bussato, ma non c’era nessuno». Tra sedute al bar e visite al cimitero – forse alla madre, la cui morte è suggerita dalla sedia a rotelle vuota –, Suleiman, sulle strade nazarene, s’imbatte in una corsa di teppisti con mazze e pistole; incontra un vecchio con il fucile da caccia e i suoi racconti di aquile e serpenti; segue due vigili che am-mirano, con dei binocoli, la minzione di un uomo ubriaco. E ogni tanto prende la macchina per fermarsi, tra gli uliveti e i fichidindia, a contemplare una bellissima donna che trasporta sul capo recipienti di rame o va verso il mare per perdersi nell’orizzonte infinito e annegarvi i pensieri.

Dopo un viaggio turbolento in aereo, Suleiman arriva a Parigi. E sulle note vocali di Nina Simone I Put a Spell on You, gusta il suo caffè, deliziandosi con la vista, in slow motion, di bellissime donne eleganti, sexy, mozzafiato che gli sfilano davanti. Dalla sua camera d’albergo continua a spiare le passerelle fashion, in loop video, dell’atelier di fronte. Svegliato da assordanti rumori di aerei, Suleiman scopre una Parigi mattutina con strade vuote, deserte e spazzate da netturbini neri. Accumuli di bottiglie di vetro, in cassonetti stracolmi, segnalano l’ebbrezza delle notti ubriache. Ma nella Parigi post-Bataclan, la sicurezza è estrema: poliziotti in segway o su pattini a rotelle, con perfette coreografie sincronizzate, rincorrono venditori abusivi di rose o pedinano clochard con buste nella metropolitana; la Banque de France è addirittura difesa da continui passaggi di carri armati. E nella rappresentazione dei meccanismi del welfare francese si avverte il surrealismo ironico e sconsolato de Le fantôme de la liberté: i poveri fanno la fila per avere un pasto caldo; le ambulanze soccorrono gli homeless per offrire loro menu à la carte completi, da ristorante chic. I ‘parigini’ poi fanno a gara per incollarsi alle sedie nei parchi pubblici e si bloccano a guardare alla tv il fumogeno sbagliato delle frecce tricolore, durante la parata della Presa della Bastiglia [successo il 14 luglio 2018, n.d.r.]. I rintocchi delle campane di una Notre-Dame da cartolina, non ancora bruciata, annunciano il rendez-vous più importante. Dopo un tallonamento, nei tragitti del sottosuolo metropolitano, di un tipo eccentrico, tatuato, che lo fissa arcigno (Grégoire Colin), Suleiman giunge finalmente alla sede della Wild Bunch, per incontrare il produttore Vincent Maraval [che nella realtà è il direttore delle vendite internazionali del film, n.d.r.]. La sua risposta negativa è chiara: «Non lo abbiamo trovato abbastanza palestinese, nel senso che… potrebbe essere ambientato anche qui».

Come l’uccellino ferito, che ha scacciato fuori perché saltellava sulla tastiera del suo laptop, Suleiman, tra cieli blu, strisciati da fumi bianchi, vola verso New York. Un tassista gli offre ‘gratis’ la corsa per l’albergo, scambiandolo per il nuovo Gesù di Nazareth, quando alla domanda da dove viene, Suleiman pronuncia quello che diventerà il suo mantra: «Nazareth… I am Palestinian». A New York la gente è ossessionata dall’autodifesa. Tutti vanno al supermercato col portafoglio ‘scortato’ da qualsiasi arma: fucili, kalashnikov, pistole, bazooka, mitragliatrici ecc. Al Central Park, madri come ballerine di fila, volteggiano con le carrozzine, e una donna/angelo, con la bandiera della Palestina dipinta sul petto, sulle note di Darkness di Leonard Cohen, viene catturata da sei agenti armati con bandiere ‘nere’, ma si eclissa sottoterra, lasciando al suolo le sue ali bianche in ricordo. Guest star, da grande regista ‘perfettamente sconosciuto’, in una scuola di cinema, e supereroe della sua amata patria, applaudito durante il 10th Annual Arab American Forum for Palestine, Suleiman si perde per strada in una festa mascherata tipo Halloween, dove rivede l’angelo bianco in bicicletta e incrocia lo sguardo feroce della Morte travestita che mangia un panino.

Ma finalmente, anche a New York, Suleiman si avvia speranzoso alla ricerca di finanziamenti per il suo film, confidando questa volta nell’appoggio del suo amico Gael García Bernal – nel ruolo di sé stesso. Nella sede della nota casa di produzione Metafilms, mentre Gael si lamenta al cellulare di essere costretto ad accettare un ruolo in un film sulla conquista del Messico, dove Cortés e Montezuma dovranno parlare in inglese, dalle scale spunta Nancy Grant [reale produttrice, anche di Xavier Dolan, n.d.r.] che liquida quasi subito Suleiman augurandogli buona fortuna per il suo film ‘divertente’.

Dopo un bizzarro controllo di sicurezza all’aeroporto, deluso dall’odissea della sua commedia umana, Suleiman ritorna a casa, atterrando in una disco Inferno ‘rigenerata’ dove, con rammarico e ammirazione, si meraviglia dei giovani palestinesi pieni di vita, liberi di amare, che assaporano con gusto il frutto proibito di un paradiso probabilmente… perduto.

SCHEDA DEL FILM

Titolo originale It Must Be Haeven
Titolo edizione italiana Il paradiso probabilmente
Lingua arabo palestinese, francese, inglese
Paese Francia, Qatar, Germania, Canada, Turchia e Palestina
Anno 2019
Genere Commedia
Durata 97 minuti

Scritto e diretto da Elia Suleiman
Montaggio Véronique Lange
Fotografia  Sofian El Fani
Fonico Johannes Doberenz
Consulente musicale Yasmine Hamdan
Montatori del suono Gwennolé Le Borgne, Olivier Touche, Laure Anne Darras
Missatore audio Lars Ginzel
Scenografie Caroline Adler
Costumi Alexia Crisp Jones, Éric Poirier
Trucco Grit Hildenbrand
Produzione Rectangle Productions, Nazira Films, Pallas Film, Possibles Media and Zeyno Film
In associazione con Doha Film Institute
In co-produzione con ZDF/ARTE, Turkish Radio Television Corporation (TRT), CN3 Productions
Vendite internazionali Wild Bunch
Distributore francese Le Pacte
Distribuzione italiana Academy Two
Data di uscita 5 dicembre 2019

CAST ARTISTICO

Elia Suleiman nel ruolo di sé stesso

NARAZETH
Patriarca ortodosso Næl Kanj
Vicini, padre e figlio Tarik Kopti e Kareem Ghneim
Cameriere al ristorante George Khleifi
Fratelli e sorella al ristorante Ali Suliman, Fares Muqabaa, Yasmine Haj
Uomo ubriaco Jack Deek
Poliziotti con binocoli Subhi Hussari, Amar Zidani
Venditore di binocoli Baher Agbariya
Donna beduina Asmaa Azaizy
Soldati in macchina che si scambiano gli occhiali da sole Yuval Oren, Hani Shaheen
Ragazza bendata in macchina Marah Khamis

 

PARIGI
Pilota aereo Mathieu Samaille
Venditore di rose Saqlain Zaka
Poliziotti in segway Mathieu Lavergne, Jerome Roze, Romain Candela
Donna sulla sedia a rotelle elettrica Brigitte Vallée
Prete alla mensa dei poveri Romain Jouffroy
Equipaggio ambulanza Claire Dumas e Antoine Cholet
Senzatetto Eric Cornet
Coppia giapponese Yumi Narita e Kengo Saito
Uomo in metropolitana Grégoire Colin
Barbona pedinata nella metropolitana Isabelle Trehet
Netturbini Christian Miegakanda, Albert Tjamag
Produttore Vincent Maraval (nel ruolo di sé stesso) 
Sassofonista Angelo Aybar

 

NEW YORK
Tassista Kwasi Songui
Donna angelo Raïa Haïdar
Insegnante di recitazione Guy Sprung
Uomo Morte Miro Lacasse
Maestro cerimonie al Forum arabo-americano e colui che balla da solo Fadi Sakr
Produttore Metafilms Nancy Grant (nel ruolo di sé stessa)
Cartomante Stephen McHattie
Agente di sicurezza all’aeroporto Alain Dahan

 

e Gael García Bernal nel ruolo di sé stesso