Omaggio a Roman Polanski | La vittima di una ritualità barbara. ‘J’accuse’ e il caso Polanski

La vittima di una ritualità barbara. ‘J’accuse’ e il caso Polanski

@ Edoardo Fontana (02-12-2019)

 

 

Èmile Zola, il suo editore — nonché di Gustave Flaubert e di Guy de Maupassant per citarne solo alcuni — Georges Charpentier, e lo scrittore sionista Bernard Lazare siedono nella ricca abitazione della famiglia Dreyfus in compagnia dell’ufficiale dell’esercito francese Georges Picquart e con lui l’avvocato Fernand Labori detto «Il Vichingo». La scena, oltre a essere splendidamente girata e fotografata, in una ricostruzione impeccabile di ogni particolare, è il fulcro narrativo del film sceneggiato da Roman Polanski e tratto dal romanzo di Robert Harris, An Officer And a Spy (Hutchinson 2013). Pochi giorni dopo questo incontro Zola scriverà un testo, J’accuse…!, che tra l’altro dà il titolo al film del regista franco-polacco, di rara potenza polemica e impatto sociale, sulla rivista progressista «L’Aurore». A causa di questo articolo lo scrittore fu accusato di diffamazione e costretto a fuggire in Inghilterra per evitare un anno di carcere.

Analizzata con gli occhi di un contemporaneo la vicenda, il famoso ‘Affaire Dreyfus’, dovette sicuramente apparire pervasa da tinte fosche e, malgrado il tentativo del governo di semplificare l’accaduto, facendolo sembrare una manovra di spionaggio militare, suscitare non pochi dibattiti in ogni livello di classe sociale.

Il film si apre con una dura descrizione della degradazione di Dreyfus, un gesto di ritualità barbara e sconcertante, se letta con il senno di poi e la certezza dell’innocenza dell’ufficiale, umiliato sulla piazza d’armi di fronte alla rappresentanza dell’esercito francese.

La vicenda è vista attraverso gli occhi di un giovane tenente colonnello, Georges Picquart appunto, interpretato da un impeccabile Jean Dujardin, incaricato di dirigere gli uffici eufemisticamente denominati Sezione di Statistica, malgrado non fossero altro che il Bureau di controspionaggio del ministero della guerra francese. Il racconto è freddo e impersonale ritmato su un canovaccio che spesso rallenta per suggerire attenzione e quindi accelera con veloci accenni a vicende parallele che infine confluiscono nel plot principale senza mai lasciare nulla in sospeso. Louis Garrel, l’affascinante attore di Bertolucci per The dreamers, è qui invece trasformato in un convincente Dreyfus la cui somiglianza fisica e di portamento all’originale, se dobbiamo dar credito alle stampe dell’epoca almeno, è strabiliante. Con il consueto gusto per la scenografia, tra interni belle époque e strade parigine sovraffollate, tra uffici desolati e ricchissime stanze borghesi, tra cafè chantant e celle di prigione, il regista ci trasporta in una dimensione temporale la cui connotazione è parte integrante della vicenda.

Malgrado l’algida direzione del regista, la recitazione corale è straordinaria per capacità di introspezione psicologica a partire da Emmanuelle Seigner, l’amante di Picquart, fino a quella dell’ultima comparsa; esemplare è il personaggio di Bashir (l’attore e regista, non dimentichiamo, palma d’oro a Cannes, Mohammed Lakdhdar-Hamina) usciere del Bureau, che appare fulmineamente come dipinto in un quadro fiammingo di Jan Van Eyck. Le citazioni del regista si sovrappongono su innumerevoli piani e il suo cameo, un’apparizione di pochi secondi durante una scena di ballo, omaggia apertamente uno di suoi maestri, grande maestro in realtà della suspence. Ma Alfred Hitchcock è insieme a Orson Welles uno dei punti di riferimento di Polanski anche per i numerosi piani sequenza che contribuiscono a caratterizzare la sua direzione autoriale. Magistrale la scena del duello tra il protagonista e il pingue maggiore Henry (Grégory Gadebois), che si conclude con un cerimoniale anacronistico da Ancien Régime e la sconfitta di quest’ultimo a suggellare la vittoria della giustizia sull’ipocrisia priva di morale di chi non sa che eseguire senza riflettere ogni comando impartitogli.

Non vi è dubbio che nell’accanimento contro il giovane ufficiale di origine ebraica Polanski abbia in qualche modo voluto rimarcare la sua natura di fuggiasco, prima dai nazisti, quando in Francia e Polonia dovette nascondersi per non essere deportato e quindi di nuovo a causa di un episodio poco chiaro, nel quale parrebbe non essere del tutto vittima — ma il film è emblematico di come qualunque verità possa essere costruita attraverso la mistificazione — che prende il via nel lontano 1977 da un presunto o accertato stupro ai danni di una minorenne.

 

J’ACCUSE (L’UFFICIALE E LA SPIA)

Regia: Roman Polanski
Produzione: Legende Films (Alain Goldman), RP Productions, Eliseo Cinema, Rai Cinema, Gaumont, France 2 Cinéma, France 3 Cinéma, Kinoprime Foundation, Kenosis, Horus Movies
Durata: 132’
Lingua: francese
Paesi: Francia, Italia
Interpreti: Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois
Sceneggiatura: Robert Harris, Roman Polanski
Fotografia: Pawel Edelman
Montaggio: Hervé Deluze
Scenografia: Jean Rabasse
Costumi: Pascaline Chavanne
Musica: Alexandre Desplat
Suono: Lucien Balibar
Effetti visivi: CGEV