Teresa e Carolina smarrite nella foresta dei fratelli Grimm. “Sorelle Materassi” alla Pergola di Firenze 4-6 gennaio

Teresa e Carolina smarrite nella foresta dei fratelli Grimm

di Lucia Tempestini 10-01-2019

“Sorelle Materassi” libero adattamento di Ugo Chiti dal romanzo di Aldo Palazzeschi

Regia di Geppy Gleijeses,  scene di Roberto Crea,  luci di Luigi Ascione, costumi di Ilaria Salgarella, Clara Gonzales, Liz Ccahua coordinate da Andrea Viotti, musiche di Mario Incudine 

Con Lucia Poli, Milena Vukotic, Marilù Prati, Sandra Garuglieri, Gabriele Anagni, Gian Luca Mandarini, Roberta Lucca

Firenze, Teatro della Pergola

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FIRENZE – L’odore polveroso del romanzo di Palazzeschi, quel tanfo leggero di vestiti fagocitati dalle spore, di elaborati merletti vieux régime appena ingialliti e boccettine di profumo d’altri tempi (Violetta di Parma? Chissà), collide subito, e si dissolve all’istante, con le due visioni iniziali, all’interno delle quali si avvicendano la tragicomica, aspra consapevolezza del Nulla in cui si è consumata l’esistenza, e le coordinate figurative della fiaba nera, caratteristiche di certi racconti crudeli di Ugo Chiti (viene in mente Una mamma tutta d’oro).

Nel sogno di Carolina, che apre questa versione di Sorelle Materassi, proposto in un magico controluce, Teresa non riesce a controllare il risentimento amaro, pugnace nei confronti di un destino che ha murato le loro vite in un lavoro incessante, privo di svaghi, di amori, di leggerezza. Prima per rimediare al tracollo economico provocato dal padre dissipatore, poi per raggiungere una posizione nel mondo che potesse parzialmente giustificare e compensare il lento processo di essiccazione, le due sorelle si sono curvate per decenni sulla biancheria di aristocratiche, di facoltose borghesi, creando capolavori di finezza artigiana.

Ricamatrici di bianco, quasi artiste, depositarie di una tecnica straordinaria, hanno pagato la loro fama, il prestigio, la reputazione, con un progressivo rattrappirsi dell’orizzonte, con l’implosione dei desideri. I giorni sono diventati piccoli e rugosi come un guscio di noce, un perimetro sempre più soffocante e conflittuale che racchiude anche la bonarietà carnale della serva Niobe e l’acredine disincantata della sorella minore Giselda.

Fa da sfondo alla vicenda, alludendo all’Ombra maligna che non manca mai di insinuarsi nelle storie “a veglia” della tradizione contadina, un reticolo stilizzato di alberi secchi neri come la pece, così sottilmente spaventosi da ricordare le illustrazioni di Mattotti per Hansel e Gretel dei fratelli Grimm.

Ogni sera Teresa e Carolina coprono il tavolo da lavoro con un telo bianco che diventa simbolicamente il loro sudario. Sono due farfalle catturate e tenute troppo a lungo in una teca. Le ali a toccarle possono disfarsi in polvere, eppure il cuore continua a battere nei loro corpi magri, il sangue a scorrere e a produrre miraggi, falsificazioni della realtà necessarie per poter sopravvivere alle delusioni e talvolta ai maltrattamenti, ai ricatti e alle angherie del bellissimo nipote Remo, troppo amato (amato anche con una rimossa sensualità, che l’impietoso nipote percepisce e di cui si serve) e troppo viziato. Remo sa muovere in ogni occasione i pezzi giusti, rimanere in perfetto equilibrio fra lusinghe e manipolazioni anche violente, arte della seduzione e capacità di suscitare gelosia, per esempio nei confronti di una nobildonna russa con villa a Settignano, nota traviatrice di giovani indigeni.

Condotte alla rovina dal nipote e abbandonate per un’ereditiera americana, le sorelle si stringono ancora una volta l’una all’altra per sopravvivere, e al calore contagioso di Niobe (una brava, commovente Sandra Garuglieri, che qua e là mostra l’umiltà e il talento di trasformare la sua interpretazione in un omaggio all’immensa Ave Ninchi). E trovano la forza d’animo di accontentarsi. Accontentarsi di lavorare per le mogli e le figlie dei contadini, accontentarsi di ammirare le foto che riproducono l’avvenenza di Remo, con il progetto di commissionare un ingrandimento della più audace.

Bisogna accostarsi in punta di piedi e a bassa voce alle prove di Lucia Poli e Milena Vukotic, per rispetto verso due protagoniste che hanno reso indimenticabile questa versione di Chiti, essenziale e materica, luminescente e cupa, ilare e disperata. Non scorderemo la fragile scorza protettiva di Teresa, né i trepidi aneliti di Carolina. E neppure riusciremo a liberarci facilmente dei momenti in cui da “brave scimmiette ammaestrate” seguono Remo alle Follie d’estate o danzano insieme alle sue nozze.

 

luciatempestini@gmail.com