Quel rissoso, irascibile, carissimo Tonino Barbieri

Per ricordare l’amico Tonino Barbieri che ci ha lasciato anzitempo vi ripropongo il ritratto personalissimo che gli dedicai a suo tempo per Il Quotidiano della Calabria

 

Quel rissoso, irascibile, carissimo Tonino Barbieri

 

“Il più grande scrittore cosentino di tutti i tempi? Ma Franz Kafka, è ovvio!”. Non era affatto ovvio e lo sapeva benissimo Tonino Barbieri ma non poteva fare a meno di provocare i suoi perplessi interlocutori con affermazioni categoriche e ad effetto, dopo averli sfiancati con quel suo argomentare incalzante, sempre un po’ sopra le righe. Dietro però, si badi bene, c’era sempre un ragionamento originale e rigoroso, magari estremo ma lucido.

Aveva senza dubbio una sua cifra umana e intellettuale riconoscibilissima che lo rendeva inapparentabile a chiunque e che proprio per questo ce ne fa sentire la mancanza ancora oggi, a distanza di un anno dalla morte. Ci ha lasciato improvvisamente, di questi tempi, in un freddo pomeriggio d’inverno, sopraffatto da un diabete che guadagnava terreno inesorabilmente e a cui contrapponeva una resistenza sempre più flebile, trasgredendo spesso alle rigide prescrizioni mediche e alimentari. D’altronde, non faceva mistero, Tonino, di essere un uomo stanco. A lungo andare sentiva la fatica di rimanere sospeso nell’equilibrio precario tra la vita di tutti i giorni che lo svuotava e lo contrariava e la letteratura l’unico mondo in cui si sentiva a suo agio e trovava conforto. Mancherà molto a quei pochi che gli seppero stare vicini, nonostante le molte angolature temperamentali, ma non a tutti. Non a quei tanti che oggi sono prodighi di riconoscimenti tardivi e fanno sfoggio di attestazioni di amicizia contraffatte. Non era esattamente un tipo conciliante Tonino Barbieri. Franco, diretto, sanguigno, a tratti persino scontroso fino all’autolesionismo.

Aveva comunque delle qualità fuori dal comune, affinate e dissipate al tempo stesso lungo un percorso irregolare. Ragioniere per necessità, aveva lavorato a lungo come amministrativo nella scuola, spostandosi anche a Roma, in Veneto e in Emilia, prima di fare ritorno a Cosenza negli anni ottanta e pensionarsi anzitempo, disgustato dall’ambiente. Un matrimonio alle spalle, una figlia amatissima ma lontana, un fratello e una pletora di sorelle premurosissime con cui riusciva sempre a trovare piccoli motivi di frizione. Negli ultimi tempi si accompagnava spesso al nipote Fabrizio con cui condivideva la passione per la letteratura.

Autodidatta, aveva recuperato a grandi falcate studiando e penetrando in profondità scrittori importanti, da Kafka a Joyce, da Beckett a Pessoa, fino a Céline, Gadda e Canetti. Si era formato sull’esperienza del Gruppo ’63 e autori come Manganelli, Sanguineti e Malerba rappresentavano per lui dei capisaldi teorico-stilistici irrinunciabili. Trascorreva lunghe ore solitarie nel piccolo ma accogliente appartamento di via Zupi, immergendosi nella lettura delle tante riviste di critica letteraria cui era abbonato e scrivendo indefessamente come chi sente di non avere molto tempo davanti a sé. Barbieri poi era un vero poligrafo e aveva al suo attivo recensioni e saggi critici, ma anche fiabe (Tradimenti, 1983), raccolte di poesie (Artritici passi (in)poetici, 1987; Ballobeghebolle … del Bazar e Tracce, 1988-89; Intervalli ruminanti, 1995; Settimini anagrammi, 2000), romanzi (Lune fotografiche, 1982; Grigioblù, 1988), racconti (Implosioni, 1994) e testi teatrali (Scavi cavi, 1992). E ancora molto è il materiale rimasto inedito o incompiuto, da Carta moschicida a In cabina ad Arzigogoli mucidi, nella speranza che familiari e amici col sostegno di qualche istituzione pubblica, come sembrerebbe, riescano, magari attraverso un premio, a trasmetterne il ricordo e a non disperdere il patrimonio delle sue opere e della sua biblioteca. Barbieri comunque non si esauriva nella letteratura. Curioso e versatile, amava discorrere di filosofia (soprattutto i contemporanei francesi), si affacciava volentieri a cinema e a teatro, “sconfinava” nelle arti figurativa, dimostrando una buona conoscenza delle avanguardie del novecento, chiacchierava di calcio da agnostico e accoglieva gli ospiti nel suo studio con un plafond musicale che alternava ai classici, fados portoghesi o, sovente, Bruno Martino. In politica era curiosamente meno rigido e assiomatico che in ambito letterario, rivelandosi per un progressista disincantato e allergico alle ideologie.

Ma l’argomento che tornava ossessivamente era Cosenza cui era legato da un rapporto di odio-amore come molti cosentini. I toni rimandavano a certe canzoni di Georges Brassens sulla provincia francese degli anni cinquanta. Chiunque lo abbia frequentato serberà per sempre l’eco di quelle geremiadi contro una città gretta, piccolo-borghese, classista, di freschi inurbati, costituzionalmente incapace di slanci ideali e di espressioni culturali autentiche. Scomodava per la sua città la nozione di “non luogo” coniata dal sociologo francese Marc Augé e lamentava come ai vizi antichi si fossero sovrapposte nuove nequizie. Tonino era deluso dalla “stagione manciniana” e diffidava della fanfara che da più parti magnificava una Cosenza moderna ed europea. A lui, fondatamente, aggiungo io, la propria città appariva invece come narcotizzata, appiattita conformisticamente, vuoi per calcolo, vuoi per ingenuità, su un’idea finta e autocelebrativa di se stessa, nutrita a forza di opere pubbliche imponenti quanto inutili e di grandi eventi vacui e roboanti, ma priva di veri momenti di aggregazione e di confronto. Non sentiva motivi di comunanza con nessuno. Partecipò alla fase aurorale della galleria “Il graffio”, per uscirne poco dopo sbattendo la porta. Anche le sporadiche collaborazioni con l’Università della Calabria gli lasciarono l’amaro in bocca, confermandogli di avere a che fare con un ambiente chiuso e conventicolare. In particolare, gli stava sulle scatole quella ristretta cerchia di “sedicenti intellettuali” stimati e riveriti in ambito cittadino, scrittori e poeti, semiologi e critici cinematografici, drammaturghi e storici dell’arte con cui abitualmente incrociava le lame sui periodici locali, allo scopo di smascherarne l’impostura. Con lo stesso spirito partecipava a dibattiti e riunioni pubbliche dove gli riusciva particolarmente bene il ruolo di guastatore.

Giocava a fare l’anticosentino, ma al fondo, pochi erano più cosentini di lui. Certe sue abitudini, l’uso di espressioni dialettali colorite, la galanteria un po’ timida con le donne, il gusto per i piatti della tradizione (interrogava tutti su quale fosse il segreto per una buona “Zuppa alla Santé”), quel senso del decoro un po’ d’antan, insomma tutto lo tradiva per un arcicosentino, di quella generazione formatasi negli anni Cinquanta in un ambiente umoroso e caratteristico come il centro storico, la “Garrubba” nel suo caso. E difatti era difficile smuoverlo da Cosenza. Vani si rivelarono negli anni i miei reiterati inviti a Roma, in occasione di festival e manifestazioni letterarie. Nonostante soffrisse l’angustia dell’ambiente cosentino, Barbieri, pur possedendone i mezzi intellettuali, come altri, rifiutava di rimettersi in gioco in un contesto incerto o magari insidioso come quello di una grande città, percependo il concreto rischio di sradicarsi definitivamente. La verità è che Tonino incarnava pienamente e orgogliosamente una figura tipica della provincia italiana, quella dell’intellettuale da caffè, escluso dai salotti buoni e dalle occasioni ufficiali, sempre disposto a spendersi per strada con chi volesse ascoltare le sue trattazioni dotte, esposte con fervore ed ossessività.

In questo senso Tonino si colloca di diritto in quella schiatta che per quanto posso ricordare dall’adolescenza, annovera una serie di outsiders di talento, come l’agente librario e scrittore Romano Stefanizzi (studiato e rivalutato proprio da Barbieri), il critico d’arte e organizzatore Dante Volpintesta, dominatore assoluto del “Renzelli” di corso Umberto, il “libero pensatore” Franco Pisani, presenza totemica per decenni al vecchio “Bar del Corso” o il marxista irredento Totonno Lombardi, già animatore del circolo “Mondo Nuovo”, poi rincantucciatosi nel suo negozio di cordami e tendaggi con gli adepti superstiti. Bizarres come direbbero in Francia, “cattivi maestri” per diverse generazioni di cosentini inquieti e insofferenti del clima stagnante e perbenista in quei decenni passati e ormai rimossi. A differenza di quei maitres à penser, piuttosto routinari nella loro stanzialità, Tonino era un randagio e non trovava pace in nessun locale. Ciò lo rendeva più fantasmatico e imprevedibile. Potevi incontrarlo ovunque, da largo Parrasio a piazza Europa, seduto a un bar col suo aperitivo, oppure essere costretto a cercarlo a casa dopo lunga latitanza.

Una delle ultime volte che lo vidi, un pomeriggio a piazza Loreto, dopo tante esitazioni, trovai infine il coraggio di dirgli che quella sua idea di scrittura intesa come un’algida sperimentazione linguistica avvitata in sterili cerebralismi, nascondeva la sua difficoltà a parlare di sé, a rivelare i propri sentimenti, a comunicare senza cifrari. Era un’armatura, insomma, proprio come quel suo agire da lupo solitario. Mi aspettavo una reazione veemente, invece si schermì blandamente portando il discorso su un terreno più neutro e caro ad entrambi, l’ammirazione per Milan Kundera, salvo “vendicarsi”, poco dopo, minimizzando l’importanza del romanzo latino-americano. Stavo per replicare quando fummo interrotti dal tamponamento fra due auto. Ad un tratto notai che la gente seduta intorno a noi parlava di prezzi rincarati, di politica locale, di calcio mercato, di pomeriggi al centro commerciale. Mi sentii fuori posto e, forse, per la prima volta, vidi davvero la sua solitudine.

Da un anno a questa parte ho come un indolenzimento che non se ne va, anzi si acutizza tutte le volte che torno a Cosenza e giro per le strade. Non mi rassegno all’idea che svoltato l’angolo non mi appaia più all’improvviso quel “rissoso, irascibile, carissimo” Tonino Barbieri.