Lo sguardo complice e dolente di Patroni Griffi. “Scende giù per Toledo” al Piccolo Eliseo, Roma

“Scende giù per Toledo”

 

Lo sguardo complice e dolente di Patroni Griffi torna Piccolo Eliseo di Roma

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Per capirci: il problema non è di gender, ma di anima: se decidere di averla o no, se poterne fare a meno o gettarla alle ortiche – o ai clienti rozzi, timidi o ‘meschinielli’ fa poca differenza.  E, a quanto pare, Rosalinda un’anima la ha, sensibile, vulnerabile, sognante quel tanto che basta a rendere trepidante e infelice la sua condizione di “femmeniello napoletano”. Peculiarità da non sottovalutare, poiché in terra partenope “questa perniciosa, patologica variante o devianza del genere femminile o maschile…chissà” beneficia di un certo rispetto, antropologicamente atavico, purtroppo vanificato dalle nuove insorgenze dello scherno, dell’intolleranza machista e codarda (i più occulti, morbosi frequentatori), del ‘decoro urbano’ che poi trascura il degrado dei ‘vasci’ e dei tuguri verso i quali non v’è “Gesù fate luce” che faccia miracoli.

Per capirci: non è nemmeno problema di sessualità inespressa, di strazio amoroso, di “sentirsi altro” rispetto all’anatomia del proprio corpo: in genere il “femmeniello” sta bene così com’è, non persegue (o perseguiva) cambiamenti di sesso imposti dalla omologazione estetica-genitale, e se viene  infastidito reagisce  (benissimo)  come quel ragazzo\a  siciliana che, durante una festa goliardica, sbattè in faccia agli imbecilli sarcastici “Io non sono né frocio, nè gay..e nepppure gaio: io sono Puppo! ” (variante dell’appellativo ‘oltre lo Stretto’).

Per capirci, quindi, diamo a  Patroni Griffi quel che gli è dovuto, annotando che, già nel 1974 (ovvero molto prima della sapienziale melanconia di Enzo Moscato, delle minacce criminal-metafisiche di Annibale Ruccello in “Le cinque rose di Jennifer”) aveva dato “dignità letteraria” e drammaturgica ad un personaggio che disturba i benpensanti, in cui Arturo Cirillo profonde (e poi effonde) se stesso e il suo altro da sé, in una sincronia-sintonia di movenze, tonalità, sprazzi di accensioni fantastiche (essere la Callas o Marlene) e di ‘amare evocazioni’ (incancellabili) che iniziano dalla cruenta adolescenza sui gradini di Chiatamone e si polverizzano fra le brutture umane di Gaetano e Giuseppe, i due ‘approfittatori’ che non meritano nemmeno una lacrima.

Citando il passaggio di una (recente) recensione che Fabio Ferzetti dedica ad altro spettacolo, Rosalinda (senza saperlo) non può che “disegnare la mappa di quell’eterna città barocca e senza fondo, che vive dentro ognuno di noi, e che, per convenzione, chiamiamo ‘desiderio’ “. Ad oggetto vago, transitorio, non identificabile. Come il crudele  tram di Williams o come (azzarderei) le “Città del mondo” (visibile e invisibile) che Elio Vittorini immaginava e idealizzava nel suo ultimo e incompiuto romanzo.

Quanto alla messinscena tutto ‘comme il faut’, cioè come deve essere: soffuse luci nel boudoir,  abiti da bancarella,  non sgargianti e non pacchiani, solo qualche lustrino, trucco del viso quel tanto che basta: E poi, tutto un pentagramma di  delicate musiche (d’ambiente)  che  fanno da nenia al soliloquio (solitudine non pietistica) della “coraggiosa”, avvincente Rosalinda. Pudicamente amabile, indelebile.

 

Di scena sino al 29 aprile

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Scende giù per Toledo

di Giuseppe Patroni Griffi

diretto e interpretato da Arturo Cirillo

Scene Dario Gessati

Costumi Gianluigi Falaschi