La corda tesa di Hideko e Sook-hee. “The Handmaiden” di Park Chan-wook, Premio Bafta 2018 Miglior Film Straniero

La corda tesa di Hideko e Sook-hee. “The Handmaiden” di Park Chan-wook

Premio BAFTA 2018 Miglior Film Straniero

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“The Handmaiden” (L’Ancella) si presenta come un trittico che, attraverso rivelazioni successive, ci conduce con ironia e trasporto, stordendoci con immagini di annichilente fascino figurativo, alla naturalezza di una realtà inattesa. La storia si ispira alla complessa trama neovittoriana del romanzo di Sarah Waters “Fingersmith” (di cui la BBC ha realizzato anche un bell’adattamento televisivo), ma immediatamente la trascende, facendola germinare entro la stilizzazione elegante dell’arte giapponese, in cui ombre e colori accesi – spesso legati alle stagioni, agli alberi, alla pioggia, alle nuvole -, linee essenziali, geometriche e interni elaborati si confrontano, riflettendosi in una sorta di ininterrotta, seduttiva dicotomia. L’occhio di Park Chan-wook segue questa vicenda di inganni, sentimenti, disperazione e avidità con movimenti lenti, insinuando sempre nelle sequenze un senso diverso che tuttavia sfugge alla presa. Indugia nelle stanze della villa del sadico bibliofilo Kozuki dalla lingua nera d’inchiostro, e nel parco dove un grande ciliegio dai fiori bianchi, ondeggianti nel vento, si dice abbia assorbito l’anima della moglie di questo laido individuo, impiccatasi a un ramo per orrore nei confronti della vita cui il marito la costringeva.

La luce non è gradita nella dimora di Kozuki, poiché potrebbe danneggiare i libri; nasce quindi dalle emozioni dei protagonisti, grazie alla fotografia di Chung Chung-hoon, in grado di dare vita a ogni dettaglio, ogni sguardo dissimulato o timido tocco. In quest’opera qualsiasi elemento e personaggio assume una natura duplice, dalla villa dotata di un’ala giapponese e una arredata all’occidentale alle due lingue parlate dai protagonisti (coreano e giapponese). Le frasi chiave rimbalzano come riflessi sull’acqua da una sezione all’altra, talvolta cambiando senso talvolta acquisendone uno ulteriore. I morti non muoiono mai per davvero, ma rimangono presenti e vagano senza pace nella mente turbata dei superstiti, sovrapponendosi alla loro forma interiore.

Quella che sembra all’inizio la lineare traccia narrativa, ossia il complotto che due truffatori – la giovane e graziosa Sook-hee e il vanitoso “Conte” Fujiwara – ordiscono ai danni di Lady Hideko, ricchissima nipote di Kozuki e sua promessa sposa, si rovescia progressivamente svelando un lato oscuro speculare e opposto, che a sua volta viene stravolto dall’irrompere della passione amorosa.

Hideko, nipote della moglie defunta di Kozuki e tormentata dal suicidio della zia, ha subìto fin da bambina dal bibliofilo malato di mente, o semplicemente malvagio e ossessionato, un’educazione degna del Marchese De Sade, fra percosse, limitazioni, moniti, terribili storie di orchi nascosti negli angoli della camera e pronti a soffocare la bimba con il loro corpo (narrate dalla sinistra governante Sasaki, prima moglie ripudiata di Kozuki), minacce di indescrivibili punizioni, lezioni di lettura su argomenti inadatti alla sua età. Tutto questo allo scopo di prepararla a sostituire la zia nelle “sedute di lettura” che periodicamente l’uomo organizza per intrattenere gli amici. Nella biblioteca in cui domina il nitore di un giardino zen, Hideko indossando un costume tradizionale, legge composta i rari testi pornografici collezionati dallo zio (che mira a impalmarla proprio per poter alimentare all’infinito la sua mania, grazie al patrimonio della ragazza, acquisendone di nuovi). Con pause e tonalità di perfetta eleganza riesce far vibrare come una musica pagine che di per sé sarebbero solo squallide.

Chiusa in un assoluto riserbo, staccata dal corpo e dalle pulsioni, fredda come un uccello d’acqua, Hideko aspira alla libertà. E Fujiwara racconta a Sook-hee il piano escogitato per sedurla, sposarla e, una volta arrivati in Giappone, farla dichiarare pazza e internarla in manicomio. Il ruolo di Sook-hee è quello di introdursi nella casa come ancella di Hideko e manipolarne la psiche per indurla a sposare Fujiwara. Questo ci viene fatto credere nella prima parte, mentre nella seconda si alzano i veli della storia e veniamo a sapere che l’accordo è fra Fujiwara e la stessa Hideko: contrarre un matrimonio “bianco” e far internare Sook-hee con l’identità di Hideko, in modo che Kozuki non abbia più motivo di cercarli.

Risuona anche l’eco di Rashomon nel raffinato montaggio di scene mostrate in momenti diversi da un’altra angolazione. E del Bergman di Fanny e Alexander nelle fiabe spaventose raccontate da Sasaki con intenti di vendetta e riscatto.

Il meccanismo assemblato da Fujiwara sembra perfetto, eppure succede qualcosa che, sottotraccia, a poco a poco, ne inceppa il movimento. Qualcosa di eversivo. Nella confidenza quotidiana dei corpi e dello spirito, durante gesti di cura ripetuti ogni giorno dall’ancella – il bagno profumato che sprigiona lieve vapore di essenze e di pelle diafana, luminosa, il vestire e lo spogliare la Signorina dalla bellezza quasi irreale – germina in entrambe la passione inducendo Hideko alla reciprocità, a cercare nell’altra fanciulla il doppio, il rifugio, la famiglia mai avuta e, durante una cerimonia in cui le ragazze sciolgono a vicenda, piano piano, i lacci dei corsetti ricamati – mostrati quasi al microscopio nel loro sinuoso abbandonarsi alle dita –, l’amante.

Si procede per slittamenti progressivi, che né ragione né volontà possono arrestare. Una caramella il cui succo passa da una bocca all’altra, diventando da amaro aspro, da aspro dolce, da dolce salato, salmastro. Poi i corpi cercano con delicatezza, ed ebbrezza elegante, i molti modi per unirsi, per cercare il piacere stupefatto, dissetato. Compongono forme perlacee simmetriche abbaglianti, ricadono in abbracci innamorati. Il Tempio di Giada dischiude i suoi petali. Le mani si uniscono tracciando la linea orizzontale di una corda, tesa fra le due ragazze sospese sulla corrente dell’eros, metafora di un’unione solidale salvifica.

Arriveranno presto a confidarsi i piani contrapposti, quello fittizio e quello reale, in cui Fujiwara le aveva imprigionate, per costruirne un terzo che avrà esito felice. Le due fanciulle riusciranno a espatriare – non senza aver distrutto i libri pornografici di Kozuki in una sequenza capolavoro -, fuggendo verso un’esistenza libera e (si presume e si auspica) felice, mentre Fujiwara, dopo essere stato seviziato e mutilato da Kozuki nel sotterraneo della villa, avvelenerà entrambi con il fumo freddo e blu di una sigaretta al mercurio.

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