Il volo doloroso della mente (“La Danseuse”, un film di Stéphanie Di Giusto)

Note su “La Danseuse”
regia di Stéphanie Di Giusto
con Soko, Mélanie Thierry, Lily-Rose Depp, Gaspard Ulliel

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Era forse un processo endogeno inevitabile, si potrebbe definirlo epirogenetico, che una figura ex-centrica e artisticamente profetica come Loïe Fuller emergesse proprio alla fine dell’Ottocento, quando la luce elettrica – con le sue infinite possibilità – diventava di colpo il totem e il propellente della civiltà occidentale, favorendo lo sviluppo di grandi città come New York e Washington e portando all’esaltazione mentale intellettuali e masse, in un propagarsi inarrestabile di sortilegi. Da Parigi a San Pietroburgo, da Berlino a Melbourne, non c’era angolo del pianeta che restasse indifferente alla suggestioni della Luce.

Stéphanie Di Giusto sembra a disagio nello sviluppare la prima parte del film, ambientata nel Midwest del 1887, cadendo in una implausibile, e in definitiva goffa, ricerca estetizzante da francese in America. La Danseuse comincia a prendere quota nel momento in cui Loïe si trasferisce a New York, dopo la morte del padre cercatore d’oro. Per necessità va ad abitare dalla madre, pericolosa fanatica, in una sede della Lega della Temperanza, sopportando a stento le regole penitenziali della comunità e la presenza ossessiva di donne torve e represse, imprigionate in vestitacci cupi e impenetrabili. Nello stesso tempo, si avvicina all’arte, percepita come bisogno di reinvenzione di sé e ricerca incessante di nuove forme e applicazioni sublimate della scienza.

La regista, durante la conferenza stampa di presentazione al Festival di Cannes 2016, ha dichiarato:

Mi ha colpito che non possedesse nessuno degli ideali di bellezza tipici del suo tempo. Fisicamente, era anche poco attraente. Aveva la tipica costituzione da ragazza di campagna e per tale motivo si sentiva prigioniera di un corpo che avrebbe voluto dimenticare. Eppure, istintivamente, quel corpo l’ha portata a inventare una danza che avrebbe fatto il giro del mondo. Quella grazia naturale che le mancava veniva compensata dalle sue coreografie: era un po’ come se si liberasse del suo corpo attraverso l’arte. Ha finito dunque con il reinventarsi su un palco: un concetto per me fondamentale. Mentre alcune persone usano le parole per comunicare, Loïe ha fatto ricorso al corpo e lo ha reinventato, prendendo così in mano il suo destino. Ha trasformato le inibizioni in movimenti, l’inquietudine in energia e sfida alla vita. Mi interessava catturare l’emozione della sua battaglia interiore, un misto di forza, volontà e fragilità.

In un primo momento, Loïe avrebbe voluto fare l’attrice. Non amando se stessa, vedeva nell’arte in genere una via di fuga. Non era interessata alla recitazione per mettere in mostra se stessa: recitava perché amava declamare i bei testi. Per ironia del destino, il suo primo ruolo è stato muto. Questo l’ha spinta a scegliere di tacere e agire, dedicandosi alla danza. Per la danza nutriva una passione che non conosceva limiti e per la quale era disposta a ricorrere a un gran numero di competenze anche scientifiche, dalla matematica alla chimica alla scenotecnica. Basti pensare che per il suo costume di ballo, fatto con 350 metri di seta, occorrevano ottime conoscenze matematiche e fisiche oltre che sartoriali: dopo la prima danza a livello quasi amatoriale in America, si era accorta che necessitava di più luce, volume ed effetti. Non è un mistero che divorasse tutti i libri che poteva e che amasse incontrare menti geniali, tra cui Edison e l’astronomo Flammarion. Oltre al costume, ha inventato anche i sali fosforescenti da applicarvi, per esempio. Era una donna all’avanguardia, tanto da depositare una decina di brevetti a suo nome.

Stanca di ostracismi e diffidenze di impresari (delle Smirne) pusillanimi e poco inclini a valorizzare il talento femminile,  Loïe fa vela verso la Ville Lumière (appunto), e le sue ardite sperimentazioni deflagrano in piena Belle Époque, incantando pubblico e intellettuali, da Rodin a Toulouse Lautrec. Le sequenze fantasmagoriche delle esibizioni di danza suscitano emozioni incontrollabili: grandi veli di seta bianca mossi dalle braccia di  Loïe per mezzo di bastoni di legno creano velocemente, attraversati da potenti luci colorate, farfalle in volo, ninfee, anemoni, orchidee lussuriose, morbide linee astratte in incessante metamorfosi.

Ma l’originalità del film sta anche nel mostrare la preparazione fisica durissima, la fatica terribile, il dolore del corpo che danno origine all’apparentemente incorporeo, lieve, volo della mente.  Dopo ogni esibizione Loïe è stremata e costretta a tenere le braccia nel ghiaccio per attenuare la sofferenza. Le è sempre accanto, discreta e pragmatica, la collaboratrice e amica Gabrielle – tratteggiata con grande misura da Mélanie Thierry, già ammirata nella scorsa stagione nella black comedy bellica Perfect day -. Ci sarebbe forse piaciuto che la regista approfondisse maggiormente questo rapporto, anziché dare uno spazio incomprensibile alla figura inventata di Louis Dorsay, giovane aristocratico impotente innamorato di  Loïe.

Loïe vive avvolta nei colori e nella luce, corre sotto la pioggia – incurante del fango e del freddo – affinché ossa e muscoli non cedano alla fatica innaturale, fino a quando non si imbatte nella giovanissima Isadora Duncan e qualcosa comincia a liquefarsi dentro di lei. La fanciulla ha movimenti dolci ed espressivi, si ispira all’ellenismo, danza a piedi nudi vestendo pepli trasparenti. Le sue interpretazioni impressionistiche, antiaccademiche, affascinano e scandalizzano. E’ appassionata ed elusiva, sfuggente e opportunista. Si serve di Loïe e del suo amore per raggiungere il successo ed eliminarla artisticamente. Arriva a umiliare i suoi sentimenti con la leggiadria perfida che spesso possiedono i giovani: in un parco, lascia che  Loïe la baci e si spogli davanti a lei per abbandonarla con sorridente noncuranza, avvolgendole un lungo foulard intorno al collo, con quella che sarà l’ultima frase rivolta alla Fuller: penso che abbiamo molto tempo.