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Angelo PIZZUTO- La moviola del tempo. “Habemus papam”, un film di Nanni Moretti

 

Il contributo critico di Angelo Pizzuto (per InScena e Cinemasessanta) risale alla prima visione del film di sei  anni fa. Non vi sono ripensamenti e rielaborazioni


La moviola del tempo

 

CON L’EGO IN MEZZO AL GUADO

Habemus Papam Moretti.png

Note a margine di “Habemus Papam” di Nanni Moretti (2011)

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[…] esondazione  di immagini (mediatiche) per un fine settimana trangugiato da beatificazioni oltretevere, nubendi e regal sacramenti (in quel di Westminster) dove, più ammirata della sposa, era la pimpante cognatina Filippa, detta Pippa,  sul cui nomignolo (più fondoschiena antistante uno stupendo rimbalzo ‘a mandolino’)  ebbero a sollazzarsi cronisti di colore e di buonumore. Prosit…

 

-La razione (settimanale) di cinema  non poteva che iniziare- anche per restare in tema- da una visita a colui che si considera una specie di lord o eminenza del cinema romano. Quindi  di Nanni Moretti che- come tutti i grossi calibri dell’autorialità italica- ciascuno ha il diritto di “leggere”, scandagliare, digerire come meglio crede.

Io che dei suoi film non ho mai fatto un precetto, mi ritrovo a considerarli una sorta di scarna (supervalutata) pietanza “insaporita dalle spezie che ciascun spettatore-commensale si porta da casa”. Essendomi invece accostato ad “Habemus Papam” privo di intingoli e aspettative, non posso  che annoverare il film per quel che mi sembra che sia. Ovvero un tentativo di apologo morale issato su palafitte molto  tarlate.

Che poi sono quelle di sempre: la necessità psico-fisiologica (che fa del regista “ex autarchico” un personaggio di culto) di egemonizzare – con il  proprio ego – tutto ciò che il Moretti tocca, interpreta e dirige. Lusso non da poco che in tutta la storia del cinema si sono “permessi” gente del calibro di Chaplin,  Welles, Tati – il cui confronto  è da crudeli proporre alla filmografia, stilisticamente modesta e convenzionale, di Moretti.  
Più che recensire, mi pongo infatti domande, consustanziali alla sceneggiatura, all’intelaiatura ironico- favolistica cui il film ambisce:

E’ mai possibile immaginare un conclave di cardinali già avvezzi, quindi smaliziati (se no che cardinali sarebbero?) alle esigenze di Santa Madre Chiesa che mandi allo sbaraglio, qual successore di Pietro, un collega che, per quanto emozionato e inizialmente frastornato,  non dia garanzie di affidabilità e di decorosa apparizione ai fedeli?

Non mi intendo di diritto canonico, né di discese dello Spirito Santo. Ma non credo sia “sacrilego” supporre un porporato che, non volendo fare il Papa (e da Papa) lo dica chiaro e tondo ai suoi pari grado, e non esponga l’istituzione- Ecclesia a quel “vuoto di potere” – scoramento d’anime, urbi et orbi- di cui il film da efficace metonimia nello sventolio dei sacri tendaggi, dietro la loggia di Sua Santità, al cui varco s’intravede il nero tunnel di una  certezza infranta, di un abbandono della condizione umana alla finitezza del dubbio e dell’angoscia (lo sapeva bene Blaise Pascal, ci ricamarono su i giansenisti)

E’ ipotizzabile un Papa se ne vada in giro per Roma, neanche fosse la Hepburn di “Vacanze romane” (anch’ella regnante immaginaria di secolarizzata virtude), eludendo sorveglianza, guardie svizzere e capo ufficio stampa (sempre eccellente Jerzy Sthur), disposti a “scortarlo” sino allo studio della psicanalista Margherita Buy, dopo che l’intervento a domicilio del “più bravo” Moretti s’è rivelato inutile?  Sbaglio o, in tema di salute e medicina, la Santa Sede fa affidamento solo alla sua succursale- che è  l’ospedale intitolato a Padre Gemelli?

Ammesso e non concesso che la “fuga” dopo il “gran rifiuto” sia avvenuta, possibile che tutto si risolva nella visita (eccentrica?) ad un negozio Coin, ad una sosta  (per un bicchier d’acqua) al baretto rionale, ad un brontolio sulla circolare tranviaria a fianco di qualche passeggero che annuisce? Concepibile che il bisogno di “aria fresca” non metta in moto altre escursioni, curiosità, circostanze inusitate? Cinque minuti del “Gianni e le donne” di Di Gregorio, disperatamente vagabondo in una città allucinata ed ostile, valgono più del dimesso frastorno  di Michel Piccoli in “Habemus Papam”.

Azzardo più azzardo meno, perchè non affidare al sostanziale “patriarcato” di Michel Piccoli l’aspirazione “concretizzata” di un papa “mancato attore” realmente aggregato-possibilmente in scena- ad un gruppo cechoviano (con Dario Cantarelli, sempre un gran cammeo) che recita “Il gabbiano” in un Teatro Argentina da  grandi occasioni? Dal cui palchetto il Celestino dei nostri tempi verrà prelevato da un plotone di guardie svizzere e dignitari del sacro soglio (sequenza però dotata di una sua grumosa forza drammatica ed espressiva).

Più plausibile, quindi, convenire sul principio che quel che preme a Moretti (che   segmenta il film  su due tronchi incompiuti: la commedia umana e quella delle sacre mura) non è  la ricerca di una spiritualità laica e post conciliare, e nemmeno il dubbio sul donde e sul dove degli umani destini. Piuttosto trasferire (le sue) nevrosi, ubbie, ossessioni all’interno di una narrazione (strampalata) che possa come dire?”consacrarle”, nobilitarle,  assegnarle  ai crismi di una buona volontà in stile  salesiano, di “giocosità” con ghigno un po’ sadico, lievemente luciferino (la partita a pallavolo che impone ai cardinali più giovani), in un’ambivalenza di memorie filmiche che rimandano persino al (non qui paragonabile) “Francesco giullare di Dio” di Rossellini.

A scanso di equivoci, “i poveri di spirito” non appaiono comunque  le creature più amate dal Moretti “raziocinante”, piuttosto dei decrepiti, derisibili prelati che fungono da mummie o da ambigui precettori (Renato Scarpa e Roberto Nobile: cardinali da antologia). La Chiesa di Roma come reclusorio di stupidotti  e “mondo a parte”? Sarebbe squinzio e da ingenui. La  politica, l’economia, la sottile intelligenza del clero “che conta” dimostrano che le loro commistioni sono di più indecifrabile (sopraffina) pervesività.

Resta invece, al centro di tutto, la concezione egolatriaca che Moretti ha del suo cinema e, forse, del suo stare al mondo. Che “esige” rigore, ubbia, irritazione, intransigenza. Non in merito alla “sostanza” delle cose, ma alla loro “forma” e significato epidermico. Mi viene in mente una battuta che Pirandello attribuisce al Padre dei “Sei personaggi”….”ho sempre avuto una maledetta ambizione ad una certa, solida sanità morale”.  Dove “certa” non sta per certezza, ma per “qualsivoglia”, per decoro borghese, per ordine mentale che, ove assenti, denotano disordine mentale ed anarchismo di comportamenti.

Del resto, preciserebbe il “pater familias” de “La Governante” di Brancati “un pò di religione non ha fatto mai male a nessuno” Problemi di fede? No, di conformismo, di formalismi festivi (santa messa, occhio-sociale e passeggiate con famiglia, come in “Sedotta e abbandonata” di Germi) che andrebbero in frantumi al solo profilarsi di quel “vuoto di potere” avvertito e temuto (sinceramente) da “Hanbemus Papam”.

E preceduto, con sincera coerenza, da tutti i film in cui Moretti fa elogio della “rettitudine” e del “buon costume”. Liddove l’eccentricità, la sregolatezza vanno sanzionati, anzi repressi. Ricordate chi era l’assassino di “Bianca” che mal sopportava le coppie in crisi, il gaudente anziano del piano di sopra, guardandosi bene dal relazionarsi con qualcuno ma ossessionato dal fascino indecifrabile di Laura Morante? E il prete de “La messa è finita” che prende a sberle il padre quando lo scopre adultero e sconosce il sentimento della “pietas” dinanzi alla madre suicida solo perché aveva infranto i suoi sogni, le sue certezze “da (di) bambino” che si beava di gelati e cioccolata? E l’allenatore di “Palombella Rossa” che bistratta Silvio Orlando perché è un arbitro imbranato e alle prime armi? Che schiaffeggia la giornalista timida Mariella Valentini solo  perché non gli piace il suo frasario lievemente “trendy”?

Lo stesso, profetico finale de “Il Caimano” che ha affibbiato a Moretti l’aura della lungimiranza sociologica va  (credo) riconsiderato per quello che è: la personale, stizzita indignazione di un pinco pallino, ripulito e sdegnoso, che si meraviglia dell’altrui ingratitudine. E che auspica, dopo la sua defezione, un “dopo di me il diluvio” che somiglia tanto all’autostima (ipertrofica) che Moretti ha di se stesso.  
Quanto alla recensione del film, chiedo la consulenza di un addetto ai lavori, di uno psicologo più spassionato  di quelli che  a Moretti piace spesso interpretare: reiterata proiezione del suo ego in mezzo al guado.