Vincenzo SANFILIPPO – Da Caravaggio a Bernini. Arte italiana alla Corte di Spagna

Arti figurative


 

DA BERNINI. CAPOLAVORI DELL’ARTE ITALIANA ALLA CORTE DI SPAGNA

Caravaggio – Salomè con la testa del Battista


In mostra a Roma, presso le Scuderie del Quirinale, sessanta capolavori del Seicento italiano provenienti dalle collezioni spagnole (fino al 30 luglio)

 

Roma. L’esposizione alle Scuderie del Quirinale “Da Caravaggio a Bernini”, costituita da sessanta capolavori del Seicento italiano del Patrimonio National di Spagna, realizzata con il sostegno del Gruppo spagnolo Albertis, racconta gli stretti contatti tra la Corte Asburgica più potente dell’epoca e l’arte italiana. Sono capolavori realizzati dagli artisti  italiani del Siglo de Oro che appartengono alle Collezioni Reali di Spagna, e testimoniano una tradizione di scambi e influenze  che hanno dato un contributo altissimo alla storia dell’arte e alla cultura europea. L’inaugurazione è avvenuta con la visita privata del presidente Sergio Mattarella, accompagnato dal ministro Dario Franceschini e alla presenza del presidente della Camera dei Deputati di Spagna Ana Pastor Julian.

L’importante dipinto di Caravaggio Salomè con la testa del battista (1607) consente di apprezzare la costruzione cromatico-compositiva immersa in un buio teatrale da cui fuoriescono le figure lumeggiate ad arte. La composizione dell’opera ruota intorno ad un’invisibile geometria ellissoidale che inizia dalla forma ovale del vassoio dov’è appoggiata la testa decapitata del Battista e continua nella torsione anatomica del busto del suo carnefice visto di scorcio; l’apice della linea circolare racchiude il viso della vecchia ancella e continua sull’impassibile Salomè, la cui figura emerge in maniera che definiamo plasticamente compiuta nell’umbratile incarnato caravaggesco. Il suo sguardo sembra sottrarsi al dettaglio abnorme della testa decapitata del martire; come se la barbarie appena avvenuta la disgusti, come se l’invisibile Desdemona (la regina mandante) le avesse messo in mano quel vassoio d’oro antico con la macabra pietanza da offrire all’altrettanto invisibile Tetrarca Erode Antipa. L’allegoria Caravaggesca è evidente: la seduzione non corrisposta ha generato la decapitazione del profeta, a riprova di conflitti interni al tema dell’eros, ancora più tormentato nel mito delle passioni nel quale si complica il tempo del vivere e il tempo del morire. Una decapitazione che visualizza una sensualità ambigua d’intriganti legami ombreggiati da metafore degradate.  In Caravaggio la decapitazione, come l’aspetto più crudo del martirio, diventa esuberanza e pathos pittorico.

Durante la visita, dove è d’obbligo soffermarsi estasiati innanzi a quei capolavori, riflettevo con alcuni colleghi come l’egemonia della “Corona spagnola” nel sistema socio-culturale-artistico delle Regioni-Stato italiane è stata  attuata solamente sul piano della potenza politico-militare, ma non sul primato delle personalità artistiche italiane riguardo l’avvento delle forme moderne del Barocco. La creatività degli italiani  pervase tutti i campi e tutte le arti (letteratura, musica, pittura, teatro, scienza, architettura); fu un secolo ricco di piccole/grandi rivoluzioni da parte di filosofi e artisti, i quali ne furono promotori e protagonisti malgrado le vicende e le sorti del nostro paese, sottoposto politicamente alla potenza egemone spagnola.

Ad arricchire le raccolte d’arte della dinastia asburgica contribuirono i frequenti doni diplomatici da parte dei governanti italiani, determinati a guadagnarsi il favore dei Sovrani di Spagna che con i loro possedimenti – il Viceregno di Napoli e lo Stato di Milano – condizionavano l’evoluzione della complessa e costosa situazione politica di sostegno sui territori italiani della Corona Spagnola. È questo il caso di due tra i dipinti più spettacolari in mostra, Lot e le figlie di Guercino e La conversione di Saulo di Guido Reni, donati a Filippo IV dal principe Ludovisi allo scopo di garantirsi la protezione spagnola.

Guercino – Lot e le figlie

Alla luce di un’aggiornata rilettura storica è da respingere la tesi, ormai superata, di una dominazione  spagnola intesa come cieco oppressore; mentre essa fu un potere a cui si deve quel po’ di struttura moderna delle regioni-stato che nacquero in molta parte d’Italia; come pure da respingere una egemonia spagnola rapinatrice delle risorse dei suoi territori italiani. Il peso della politica imperiale di Madrid fu per l’Italia spagnola una fonte d’impegni finanziari per soddisfare  contingenti opportunità riguardo la gestione dei territori che conservarono interamente la loro autonomia amministrativa, sotto l’affermazione della giurisdizione regia dei Sovrani di Spagna. Allora, come adesso, Italia e Spagna si trovarono insieme coinvolte nella crisi europea, apertasi verso il 1620, che continuò nella grave depressione successiva in cui ciascuno dei due paesi portava specifici motivi nazionali di difficoltà.

Per molteplici motivi storico-sociali sarebbe opportuno visitare questa eccellente mostra dalla quale potrebbe scaturire una riflessione storiografica su quella che si cominciò a definire “la crisi del Seicento”.

Personalità creative come Bernini, Caravaggio, Reni, Guercino, Stanzione, Giordano, e altri artisti spagnoli legati all’Italia come Velasquez e Ribeira, furono specchio di prestigio artistico culturale e servirono a legare la Corona Spagnola agli Stati-Regione italiane.

Il primo soggiorno di Velázquez in Italia, tra il 1629 e il 1630, si rivelò fondamentale per la sua pittura, come dimostra l’eccezionale dipinto Tunica di Giuseppe, tra i maggiori raggiungimenti della sua intera opera; mentre il suo trionfo come ritrattista presso la corte pontificia avvenne in occasione del suo secondo viaggio italiano tra il 1649 e il 1650.

Moltissime altre opere d’arte, tra le quali il magnifico Crocifisso del Bernini proveniente dal Monastero di San Lorenzo del Escorial, opera raramente accessibile al grande pubblico, vennero commissionate o acquistate da mandatari del re; altre ancora vennero ordinate o comprate dai rappresentanti della monarchia spagnola in Italia (ambasciatori e viceré) inviati presso la corte pontificia o a Napoli, alla morte dei quali le opere andarono ad accrescere le collezioni reali.

L’interesse per la cultura italiana da parte dei sovrani spagnoli si riflette inoltre negli inviti a lavorare a corte rivolti a maestri quali il napoletano Luca Giordano, attivo in Spagna per un decennio. Ed è testimoniato infine dai viaggi in Italia di alcuni artisti spagnoli, come José de Ribera, che giunse a Roma nel 1606 e trascorse la maggior parte della sua vita a Napoli. Di questo artista la mostra espone cinque capolavori tra cui il celebre Giacobbe e il gregge di Labano.

Nel 1819, per volere del re Ferdinando VII, venne creato il Museo Real – in seguito Museo del Prado – in cui furono raccolte opere provenienti per la maggior parte dalle Collezioni Reali. Quelle che non vennero trasferite nel museo rimasero presso le residenze a disposizione dei monarchi, i cosiddetti Reales Sitios. Nel 1865 la regina Isabella li trasferì alla proprietà personale dei beni ereditati dai propri antenati e ne cedette la gestione allo Stato, ponendo le basi di quello che oggi è Patrimonio Nacional. È da questo straordinario fondo collezionistico, a tutt’oggi sottoposto alla tutela di Patrimonio Nacional, che i capolavori oggi presentati a Roma sono stati selezionati sulla base del loro eccezionale valore artistico e storico.

La mostra rimane aperta fino al 30 luglio.

Guido Reni – La conversione di Saulo