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Lucia TEMPESTINI- Punto di (s)vista. Cool jazz ibseniano (Ibsen al Teatro di Roma)

 

Punto di (s)vista



COOL JAZZ IBSENIANO

Foto di Tommaso Le Pera

Foto:Tommaso Le Pera

Una casa di bambola di Henrik Ibsen  regia di Andrée Ruth Shammah  con Filippo Timi, Marina Rocco, Mariella Valentini  produzione Teatro Franco Parenti/Fondazione Teatro della Toscana

Roma, Teatro Argentina (sino al 19 febbraio)

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Il dottor Rank che si allontana lentamente, accennando sottovoce le note cool, rauche, bluastre di “Funny Valentine” (“your my funny Valentine/sweet comic Valentine/you make me smile with my heart), mentre l’oro delle candele si incupisce, è una delle immagini più geniali di questa particolarissima versione di “Casa di bambola”. L’ibridazione culturale creata da Shammah e Timi acuisce il distacco malinconico di Rank dalla vita e dalla passione, e contemporaneamente ne fa divampare la fiamma fredda. Divorato dalle devastazioni luetiche ereditarie – vero tòpos ibseniano –, sarcastico fantasma di se stesso, si muove verso il crepuscolo verde scuro, marcescente, gelido (“se a sera passiamo per sentieri oscuri,/appaiono le nostre pallide figure davanti a noi” scriveva Trakl all’inizio di ‘Abenlied’).

L’amarezza irridente della maschera che Rank oppone alla dissoluzione nel Nulla, assurge a simbolo della fine di un mondo, di un modo di essere. O, per meglio dire, dell’estensione di quella degenerazione a ogni classe sociale, in una sorta di comune, trasversale disfacimento antropologico. La monetizzazione compulsiva permea ogni azione, ogni pensiero, ogni movente, riduce qualunque universo a un asfittico cortile ingrigito, qualunque orizzonte a una finta casetta rosa edificata, in primo luogo con la mente, entro mura di cui i personaggi sembrano percepire soprattutto la minaccia; in quanto aperte sulle insidie e le lusinghe e i dubbi di un mondo ignoto, privo di confini e dove i pragmatici precetti luterani mostrano tutta la loro labilità. Si acquista e si vende qualsiasi cosa, persino la propria essenza umana, traducendo ciascuna frase pronunciata o gesto compiuto in finzione mirata al raggiungimento di scopi il più delle volte poco edificanti.

Eppure l’arte generata dalla classe che per consuetudine usiamo definire ‘borghese’ si rivela una supernova, un’esplosione stellare di sconvolgente luminosità (e la luce comprende in sé l’ombra), capace di emettere radiazioni superiori a quelle di un’intera galassia. Muore e rinasce di continuo attingendo alla propria morte, si riaccende collassando, venti volte più splendente della Via Lattea.

Si torna sempre in quel salotto, tragicomico e infernale, emblema della riproduzione in vitro del mito classico. Ogni manifestazione artistica significativa, qualunque sia la sua forma, dagli specchi di Bergman a quelli di Haynes, dal ‘tragico controvoglia’ di Cechov alla desolazione di Carver, dalle sigarette di Svevo all’Ade stile Impero di Sartre, trova il punto di fusione in un interno più o meno viscontiano.

Tornando a discettare di “Casa di bambola”, Andrée Ruth Shammah opta per un rovesciamento dell’approccio consolidato e scontato alla commedia di Ibsen, portando in superficie gli espedienti manipolatori di Nora. Operazione intrigante; tuttavia esiste un terzo livello di analisi che, al di là di ideologia e contro-ideologia (elementi di semplificazione purtroppo ineludibili in questo tempo refrattario alla complessità), potrebbe essere utilizzato per interpretare il testo: ossia porre in evidenza come l’incessante distorsione della realtà intrapresa da Nora sia in definitiva il canone relazionale di cui necessitano, con sfumature diverse, Helmer, Rank e Krogstad per poter alimentare l’assoluta autoreferenzialità, livorosa soddisfatta o querula che sia. I tre appaiono affini al notabile russo che in “Oci ciornie” di Mikhalkov mostra la sua galleria di ritratti all’imbarazzato Romano, precisando “c’est moi…c’est moi…c’est encore moi”.

L’identità fittizia di “lodoletta”, di “scoiattolina”, instillata giorno dopo giorno in Nora dal padre, implica già in origine la necessità della menzogna.

Bisogna riconoscere che Marina Rocco dimostra maggiore sensibilità della regista, riuscendo a esplorare, nonostante un controllo della voce ancora imperfetto, i vari gradi di ambiguità della protagonista, e persino dei tre interlocutori maschili, tratteggiati con grande intelligenza da Filippo Timi. Trascinante come suo solito, fino a un ragionato donchisciottismo, Timi elabora con finezza il disegno di tre caratteri distinti, toccando le corde di uno strazio gelido e grottesco alla Durrenmatt nel delineare in maniera indimenticabile la malattia fisica e interiore del dottor Rank.

luciatempestini0@gmail.com