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Angelo PIZZUTO- Durante l’inverno. Focus Mamet al Teatro Eliseo di Roma

 

Durante l’inverno

 

 


FOCUS MAMET AL TEATRO ELISEO

Americani, Teatro Eliseo, Foto, di Bepi Caroli Foto di Bepi Caroli

Note su alcuni spettacoli che guardano al “cuore nero” degli States

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Pausa di riflessione in concomitanza con il passaggio da un anno all’altro e  dell’oggettivo “rilassamento” di programmazione,  dettato dalle ovvie necessità di sbigliettamento, più che comprensibili per quel lasso di “festività” che   cinema e teatro mirano a prolungare sino a metà gennaio. Occasione propizia per  dare a Mamet ciò che è di Mamet. Ovvero dare   merito all’ Eliseo di Roma del suo avere individuato nel poliedrico scrittore (sceneggiatore, drammaturgo) statunitense uno dei protagonisti  di questo primo arco (qualitativamente altalenante) di stagione di teatrale. Focus d’autore già iniziato verso la fine di quella passata e con l’eccellente messinscena (la prima volta in Italia) di “China Doll” che – proprio per merito del suo “scolpito” protagonista Eros Pagni e della fluida traduzione di Barbareschi, centrata sui ritmi alternati di cinismo e pragmatismo- fu, a nostro parere, tra gli spettacoli di maggior rilievo di tutto il 2016.

E proseguendo con altri due recenti allestimenti che fanno da apripista ad ulteriori opportunità di ampliamento-approfondimento che lo stesso Eliseo promette di proseguire, per gli anni futuri, nella   prismatica miniera dell’universo mametiano:  non limitata ai soli ambiti della “denuncia civile” e della “radioscopia in diretta”  (non inferiore a quella di Altman) delle più recondite sfaccettature della “liquida” – post.alienata- società yankee. Con due notevoli esempi che affiorano adesso alla mente quali  “Le cose cambiano” e “La casa dei giochi”, ove la disputa teatrale attiene ai temi dell’ambiguità e del seducente inganno delle apparenze tra effimeri  ruoli, funzioni e  “tradimenti dell’anima”.

Si inizia (idealmente) dagli Stati Uniti degli anni ’80. Un branco male.assortito di yuppie veri o improvvisati, rampanti dotati o a fine corsa, tutti  a bocca di squalo “nel ballare la pioggia del denaro facile, truffaldino e senza scrupoli” (dunque  residui di iene tristi, individualità incompatibili in natura o che fingono di esserlo solo se succubi o per tornaconto personale) è il vero  protagonista di “Glengarry Glen Ross”, con cui David Mamet, nel 1984, vinse il premio Pulitzer (trasposta in cinema nel 1992, con il titolo di “Americani”, regia di James Foley, e cast  del rango di Al Pacino, Jack Lemmon, Alec Caldwin, Kevin Spacey, Alan Arkin).

Testo in due atti di cui, in particolare, sono “campioni senza valore” alcuni (consociati?) agenti immobiliari, prima raggelati poi congestionati (finchè  la violenza non farà tutt’uno con un barlume di  umana pietas) nella  rappresentazione  di una nuova “corsa all’oro” ove situare l’arte del simulare e dissimulare- che di per sé è  già arte di  “un teatro inverecondo e involontario”. E ciò che resta (ancora una volta) del  “sogno americano”: spinto   alla  “massimizzazione mitologica del guadagno” che già allude ad un paradigma che snatura  (deformandone  la sostanza) il miasma delle relazioni umane, ossequienti al categorico imperativo della “mors tua…”.

All’ imperativo categorico del  Vendi o Muori, entrano  così  in ballo  le tresche, i tradimenti, la competizione alle  spietate “classifiche” dei contratti e rogiti, con   premi per i “più produttivi” e totale annullamento di “chi non riesce”. Nella totale mancanza di alternative morali e professionali, e nel famigerato ambito di  un  comune sentire esemplificato dagli sciagurati canoni del cosiddetto  e mai dissolto “edonismo reganiano” (Trump ne sarà il prossimo imbonitore).

L’America degli anni Ottanta è, nel nostro caso (e grazie alla spedita e spietata edizione-adattamento-regia di Sergio Rubini) l’Italia dei nostri giorni, la Roma dei “Cecati”, dei Buzzi(coni)  degli appalti prima truccati e poi assegnati. Una Bebele o Suburra di micro.corruzioni e infide viltà, i cui lotti e terreni  da smerciare si trovano a Pomezia, Colle Fiorito, Terminillo. E anche se non è più  tempo di  boom economico, i villini dell’Olgiata o gli appartamenti “prestigiosi” del centro storico fanno da status symbol alla nuova ordalia dei parvenu di seconda o terza repubblica (sicofanti o ballisti in ascesa poco conta)

Come nel testo  originale gran parte della rappresentazione mostra in scena i tre tavolini di un caffè ristorante dove siedono, intrallazzano discutono gli aspiranti tycoon, ciascuno caratterizzato ad meglio delle proprie debolezze, miserie, aspirazioni da un drappello di attori di prim’ordine. Emergendo come braccato (aria losca e rapace) dal rosso fuoco della scarna  scenografia firmata da Paolo Polli, lo stesso Rubini è l’ex Shelly Levene di Al Pacino ovvero il Daniele Sonnino nella versione italiana, faccendiere allo sbando con un passato da bruciare, “navigante a vista nella parte bassa della classifica degli avvoltoi”: penalizzato dalla negata  lista  dei   potenziali clienti facoltosi e, a loro volta, baciati in fronte dall’accesso facile ai “mutui di favore”.

Di qui, una sorta di umilianti do-ut-des, una “scalata agli inferi” coronati dal  post capitalismo di relazioni, combutte e malaffare. Ma che, fuor di moralismo (e come ebbi a notare recensendo “China doll”) ha tanto sedotto la nostra specie, allorchè gli spiriti animali del liberalismo ‘ponderato’ hanno mandato  al macero  ideologie e diritti basilari di  coesistenza e  resistenza  umana. All’urlo  dei “merca(n)ti” che regolano se stessi e del bene diffuso “a condizione che siano in pochi a detenere la planetaria ricchezza”.

Tocqueville, Marx, Fourier, Keynes?  “Non hanno mai arricchito nessuno”

Spettacolo, comunque, di immediata lettura e qualità  che trova la sua leva d’Archimede giusto a partire dai “caratteri” dei suoi interpreti (anche quando tendono a decantare il linguaggio volutamente cruento di Mamet, romanizzandolo, ma senza ‘confidenziali’ eccedenze). Consustanziali alla raffica dialogica della drammaturgia di Mamet, feroce ed empiamente ‘ridicola’, nell’inedita enclave capitolina, a mosaico di una condizione umana segnata da irreversibile, rassegnata precarietà- e pessimistica intuizione che, almeno per qualche secolo, non vi saranno alternative congrue a motivare (qualificare) la “dignità d’una vita” meritevole di essere vissuta.

 

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foto Bepi Caroli Foto Bepi Caroli

Più stringato e schematico il triangolo di sopraffazioni (sub.proletarie, marginali, nessun “dream” borghese) impresso da Mamet in “American Buffalo£ (che nel 1996 divenne un film di Michael Corrente, con Dustin Hoffman, Dennis Franz, Sean Nelson) Tre amici pianificano di rubare l’american buffalo, una moneta da mezzo dollaro che potrebbe valere molto più di quel che sembra. Istigato dal garzone”di  fiducia”, uno sgangherato rigattiere progetta con un amico di rapinare la casa di uno strano collezionista che, poco tempo prima e per pochi dollari, ha acquistato la moneta che da titolo alla pièce.  Si progetta, si discute, si litiga e ci si illude, ma a prevalere è l’ignavia.

A fine giornata non se ne farà più nulla. Così come, in fondo, nulla (di particolare) sembrerebbe affiorare da questo “laboratorio di drammaturgia domestica” di un David Mamet ancora giovane (era il 1975), ma già analitico e disincantato nel mettere in filigrana una società di perdenti, priva d’ogni sussulto morale, anzi “imbestialita” nel suo linguaggio di scarnificato naturalismo e dal  confronto impossibile con i “self made men” reali o sedicenti. Personaggi che “galleggiano” fra stereotipi (di retroguardia sociale ) e luoghi comuni (di riscatto velleitario, inavverabile), ma significativi di una regressione civile già iniziata con “Un uomo da marciapiede” e tutti gli anonimi, brutalizzati  reduci di un mito già infranto (la ‘nuova frontiera’) così come imparammo da John Boorman e da “Un tranquillo week end di paura”del 1972.

La versione rappresentata al Piccolo Eliseo nasce, gagliardamente, da una  traduzione -adattamento (di ambientazione partenopea) curata da Maurizio De Giovanni,  arguto, intuitivo, sostanzialmente vincente nel “traslocare” l’intrallazzo della Little City in una Spaccanapoli contemporanea, dove, ci ricorda D’Amore nelle note di regia, “gli junk shop” si chiamano puteche  e ospitano, notte e giorno un’umanità irreparabile, caotica, ma degna di certi capolavori di Eduardo”. Gli crediamo sulla parola

Poiché, entro una collocazione iper-realista stracolma di bizzarre cianfrusaglie (che molto ricorda, ci fanno notare, un’edizione a noi sconosciuta dello Steppenwolf Theatre di  Chicago),  naviga una regia asciutta, non folk lorica, suffragata da  interloquire spiccio, sconclusionato, ferrigno. Ove ogni attore, pur non evocando più nulla di frustrato pionierismo (come nella stesura americana)  riesce  a dar linfa, unoralità ad una variegata tipologia di casi umani- con tempi, atteggiamenti, espressioni e usanze già sintonizzate ad un auspicato linguaggio di trasposizione su grande schermo. Una scommessa che ha solide basi.


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AMERICANI

di David Mamet  Traduzione Luca Barbareschi  Adattamento di Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi  Con  Sergio Rubini  Gianmarco Tognazzi  Francesco Montanari  Roberto Ciufoli  Gianluca Gobbi  Giuseppe Manfridi  Federico Perrotta  Scene Paolo Polli  Costumi Silvia Bisconti  Luci Iuraj Saleri  Regista collaboratore Gisella Gobbi Regia Sergio Rubini  Teatro Eliseo di Roma


AMERICAN BUFFALO

di David Mamet  Adattamento Maurizio De Giovanni  Con Marco D’amore  Tonino Taiuti Vincenzo Nemolato  Scene Carmine Guarino Costumi Laurianne Scimemi  Luci Marco Ghidelli  Sound designer Raffaele Bassetti  Regia Marco D’Amore  Teatro Piccolo Eliseo, Roma


*Per la recensione di  “Americani” rimandiamo, tramite archivio, a quanto già scritto da Cinzia Baldazzi