Vincenzo SANFILIPPO- Memoria personale. Dario Fo e il “Ratto della Francesca”


Memoria personale*



DARIO FO E “IL RATTO DELLA FRANCESCA”


Omaggio a Dario Fo di Vincenzo Sanfilippo

 

Quasi una bagarre scenica.  Dario Fo e Franca Rame al Teatro Tenda di Piazza Mancini Roma.   27 gennaio 1987.

Dario Fo è morto ma l’artista poliedrico continuerà a vivere nella memoria collettiva. Nei “Piaceri della memoria” Vitaliano Brancati scriveva : “ Se noi non ricordassimo il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra priva di spessore, sul quale fulmineamente stampato un perpetuo presente attirerebbe su di sé i nostri sguardi stupiti e incantati. Ma per fortuna noi…ricordiamo!”

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Applauditissimo dal pubblico della prima, ma chiacchierato dagli addetti ai lavori e biasimato dai decani della critica, lo spettacolo “ Il ratto della Francesca” (in scena al Teatro Tenda di piazza mancini), di cui Dario Fo è autore, regista, scenografo e costumista. L’allestimento- una specie di elogio (si fa per dire) ai ricchi – tende al grottesco misto ad un iperrealismo da fumetto, filtrato dalla fantasia a briglia sciolta di Dario Fo. La storia è una ipotesi cronistica del rapimento di una nota signora dell’alta finanza, tale Francesca Bollini De Rill (ruolo interpretato da Franca Rame), prototipo di donna piena di iniziative imprenditoriali, soprattutto, erotiche, in quanto ha irretito nel suo appartamento un giovane, facendogli prima un prelievo di sangue per sapere se è siero positivo riguardo all’Aids. Mentre i due “tubano”, irrompono in casa a scopo di sequestro quattro banditi in veste di pompieri.

Più tardi nel covo questi si riveleranno una smandrappata banda di fumettistici gangster mascherati con i tratti di Craxi, Spadolini, Andreotti, De Mita, Reagan. La battuta- chiave che Franca Rame rivolge agli artefici del “ratto”: “ Ma dove sono, a Montecitorio? Vi siete messi a fare i sequestri di persona, adesso?”, ci da il senso di una commedia-farsa, ricucita alla buona – come ama fare l’attore, per poi costruire l’azione in diretta con il pubblico – ma pregna di salaci battute, tipiche della morfologia dell’autore. Come dire: anche se Fo non prende parte alla recita (è apparso solo per introdurre con le sue “sberlusciate” lo spettacolo e nell’intervallo ha intrattenuto ancora il pubblico, di cui l’attore analizzava la risata romanesca che “desnignent” le mascelle, si avverte  –  dicevamo – la sua pregnanza fisica. Franca Rame con bravura gestisce un suo personale successo.

Gli altri attori ( tra i quali Nicola De Buono, Narcisa Bonati, Giorgio Biavati) sono i banditi citrulli e truffaldini e il pubblico riscontra allusioni politiche nelle “Balle” pronunciate a tutto spiano. Ne viene fuori uno spettacolo dalla cifra stilistica che rasenta la bagarre scenica. Ma l’autore e consorte, ormai ai vertici di una loro immensa, inesausta arte del dire, non si curano eccessivamente dell’aspetto formale, anzi la voluta “sciatteria” entra nel contesto delle loro corali e astruse giullarate. Subito dopo lo spettacolo, Dario Fo e partito alla volta di Amsterdam per dirigere il suo “Barbiere di Siviglia”, mentre Franca Rame terrà al Teatro Ateneo (nelle ore del primo pomeriggio) un sommario su “tecnica della rappresentazione su personaggi Femminili”.

 

*Copia integrale dell’articolo pubblicato da Vincenzo Sanfilippo su “La Gazzetta del Sud”, quotidiano di cui è stato critico teatrale da Roma per quindici anni