Lucia TEMPESTINI- Punto di (s)vista. Un crepuscolo dorato (note su “Cafè Society”)

 

Punto di (s)vista

 


UN CREPUSCOLO DORATO


“Cafe’ Society” – Evento d’apertura Festival di Cannes 2016

Regia di Woody Allen

Con Kristen Stewart, Jesse Eisenberg, Steve Carrell, Blake Lively, Jeannie Berlin, Stephen Kunken, Sari Lennick, Ken Stott, Corey Stoll-   Produz. USA 2016

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In questo bildungsroman al contrario, dove il giovane Bobby Dorfman si inaridisce progressivamente anziché sviluppare un’identità morale, si ha la sensazione di assistere a una storia a bandes dessinées. Piccoli sketch a volte folgoranti, a volte un po’ appannati o scontati, abitati da figurine spesso unidimensionali che tendono pericolosamente allo stereotipo.

Nella narrazione ben articolata fra episodi paralleli e flashback, cattura l’attenzione soprattutto la parte newyorkese della vicenda, per il ritmo veloce, i dialoghi aciduli, gli umori da black comedy (godibile l’interramento di vari cadaveri), e l’irresistibile famiglia ebrea di Bobby: il fratello gangster, ghiotto di frittelle di patate, che prima di essere giustiziato si converte al cristianesimo perché la religione ebraica non contempla un aldilà  ma solo lo sheòl, mondo sotterraneo senza luce, né vita, né Dio, e nessuno desidera che tutto finisca con la morte; la madre e la sorella ortodosse ma estremamente pragmatiche e vendicative; il padre abulico e asservito al figlio maggiore; il cognato comunista e pacifista.

Un compendio di caratteri, inseriti in una cornice di finti contrasti e riappacificazioni consumate al desco familiare, già visti in vari film di Allen, a cominciare da Annie Hall.

Più stanco appare il racconto dell’ascesa sociale di Bobby, “un cervo abbagliato dai fari”, nella Hollywood del 1930. Allen costruisce una lanterna magica; suscita, attraverso lo sguardo della senescenza, il fantasma di un’infanzia dell’immaginario volta al crepuscolo e immersa nella luce dorata, immutabile di Storaro, che evoca “l’intensa leggiadria del technicolor” d’antan.

Muovendosi sulla schiuma dei giorni inondati di sole, Bobby, un po’ annoiato e un po’ affascinato, scopre una città fondata sull’Ego e viene introdotto dallo zio Phil, agente astuto e millantatore come tutti gli altri, in un demi-monde ansioso, futile e parassitario.


L’incontro con Vonnie, collaboratrice e amante di Phil, sembra che possa deviare il corso delle cose, e anche condurre il film fuori da una pericolosa bonaccia. Si percepisce per qualche istante il profumo del Caso benevolo, degli equivoci d’amore di As you like di Shakespeare (uno dei numi tutelari di Allen), dei sorrisi d’estate. Ma si tratta di un breve interludio; le intenzioni si ripiegano su se stesse, gli elementi narrativi appaiono devitalizzati. Allen si rannicchia in un’involuzione amniotica che si spera temporanea. Il suo sguardo prende le distanze e rinuncia a colpire.

Si rimpiange (tanto) il Woody Allen di Blue Jasmine, implacabile e pietoso, capace di incrinarci il cuore con una reale cognizione del dolore. E ancor più si rimpiange l’entomologo sconcertato dall’assenza di ordine e giustizia nelle relazioni umane dell’insuperabile Match Point.   Persino l’acido, sublime illusionista dell’onirico Midnight in Paris, e il crudele, inquieto sezionatore di vanità e illusioni umane di You will meet a tall dark stranger appaiono lontani.

Cafè Society non affonda in un senso di aridità e rassegnazione solo grazie a quell’elemento di meraviglia e trasfigurazione rappresentato da Kristen Stewart. Con essenzialità di mezzi e una tavolozza di sfumature sorprendente considerata la giovane età, la Stewart dà senso e profondità a Vonnie e all’intero film.

Traccia da vera artifex il progressivo, impercettibile passaggio dal romanticismo paradossalmente lucido e diretto della prima parte, con momenti di appena accennata malinconia, alla recita della fatuità che dilaga nella seconda. In quell’euforica terra desolata dove i protagonisti abdicano a se stessi, preferendo alla vita (un avamposto che si trova sempre oltre il confine estremo) l’abbandono al superficiale accadere delle cose, alla successione liquida di avvenimenti e atteggiamenti vuoti, mutandosi così in rotori mossi dalla forza d’inerzia, senza una precisa direzione, senza reali desideri.

Avendo parlato di Kristen Stewart, mi prendo la libertà di rivolgere alla Good Films l’invito pressante a far uscire prima possibile nelle sale italiane lo straordinario Personal shopper di Assayas, Palma migliore regia all’ultimo Festival di Cannes. In questa insolita storia di spettri digitali e ossessioni ipermoderne, la Stewart trascina la protagonista Maureen in abissi di smarrimento davvero dostoevskijani.


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