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Danilo AMIONE- Saggistica breve. Storia di una visione (il cinema e la Sicilia)


Saggistica breve



STORIA DI UNA VISIONE


Pietro Germi dietro la macchina da presa

 

Il cinema e la Sicilia

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“Il cinema coglie una realtà che si matura e si consuma e propone questo movimento, questo arrivare e proseguire, come nuova percezione”. Queste parole di Michelangelo Antonioni sintetizzano al meglio il rapporto cinema-realtà, e quasi fanno da viatico, anche, per capire la scelta che il maestro ferrarese fece di girare uno dei suoi massimi capolavori, “L’avventura”, in Sicilia, fra le isole Eolie e Noto, nel 1959. Quale realtà è più mutevole e cangiante di quella di un’isola?Quale luogo somma in sé le incognite dell’esistenza e i misteri della storia(Sciascia docet) meglio di un lembo di terra disperso in un mare al confine fra due continenti, lontano dalla terraferma piena di certezze e di appartenenze ataviche. Un’isola è terra di tutti e di nessuno e come tale, per dirla con Goethe, diventa “il luogo dove si capisce tutto all’improvviso”.

La luce e il lutto diceva Bufalino connotano l’essere della Sicilia. Quando nacque il cinema era fatto di bianco e nero, e lo rimase fino agli anni sessanta. Inevitabile che questi due mondi, l’uno artificiale e l’altro naturale, così lontani eppure così complementari si incontrassero, fino a fondersi nella realizzazione di alcuni capolavori della storia dell’arte contemporanea. E non è nemmeno un caso che i maggiori autori cinematografici ispirati dalla Sicilia siciliani non siano, ad eccezione di Tornatore e dei geniali Ciprì e Maresco. Chi vive un luogo fin dalla nascita non si accorge neanche della bellezza e del fascino che lo caratterizzano, si diventa tutt’uno con esso, non c’è quel distacco necessario che ti consente di pensare e poi di “usare” quella bellezza e quel fascino. Da Zampa a Germi, da Rossellini ad Antonioni, da Visconti a Lattuada, da Rosi ai Taviani, tutti questi “stranieri”,hanno colto, ognuno per proprio conto e secondo le proprie sensibilità, gli immensi tesori ispirativi che la Sicilia regalava generosamente. La Sicilia come luogo dai mille volti destinato a far innamorare tutti di essa, sintesi del mondo capace di contenere tutto, il bianco e il nero, la luce e il lutto.

La prima forma di attività cinematografica in Sicilia degna di tale nome fu attivata nel distretto sud-est dell’Isola, a Catania in particolare. Al punto tale che il capoluogo etneo fu definito la Hollywood del muto ai piedi del Vulcano, anticipando la ben più celebre definizione di Hollywood sul Tevere che sarebbe toccata negli anni Cinquanta alla capitale Roma. La strada fu aperta dalla “Etna Film”, società fondata nel 1913 da Alfredo Alonzo, un industriale siciliano dello zolfo, il quale, vista la crisi che investì il suo settore, decise di dedicarsi all’industria dell’immaginario, che tanta fortuna stava riscuotendo in quegli anni nel nostro paese. Ben presto tutta la Sicilia, da Palermo a Messina, si arricchì di case di produzione che hanno lasciato ai posteri preziose tracce di celluloide, testimonianze dirette di una terra impareggiabile. Tra l’altro, molti dei maggiori intellettuali isolani dell’epoca, a cominciare dagli scrittori Verga e Martoglio, l’uno come soggettista e sceneggiatore, l’altro come autore e regista, furono coinvolti in questa nuova avventura che sembrava aprire nuovi orizzonti alla cultura del nostro Paese.

La crisi del settore cinematografico, scoppiata insieme alla Prima guerra mondiale e proseguita con l’avvento del fascismo, travolse quanto di significativo era stato fatto.Bisognerà aspettare l’avvento del sonoro in Italia (1930) per “rivedere” qualcosa di interessante realizzato (prodotto o soltanto girato) anche in Sicilia. In primis, “1860”, l’ormai mitico film di Alessandro Blasetti del 1934, ispirato allo sbarco dei Mille in Sicilia, girato in provincia di Trapani, e prodotto in funzione propagandistica dal Ministero della cultura popolare e dall’Ente Cinematografico di Stato. Tranne accorgersi, in seguito, che la mano del maestro ne aveva fatto un film dal forte anelito libertario e pacifista, così come sarà per molti altri film realizzati da Blasetti durante il ventennio(“Ettore Fieramosca”, “La corona di ferro”). Un discorso a parte merita il cinema comico e popolaresco dell’attore catanese Angelo Musco, che negli anni Trenta furoreggiò in tutta Italia.

Stromboli Terra di Dio di Roberto Rossellini

Tra i suoi film si distinguono“L’eredità dello zio buonanima”, tratto dalla commedia di Russo Giusti e diretto da Amleto Palermi(1934), “L’aria del continente”, tratto dalla celebre pièce di Nino Martoglio, per la regia di Gennaro Righelli(1935), e sul versante drammatico, “Pensaci,Giacomino” da Pirandello,per la regia dello stesso Righelli(1936). A ridosso del secondo conflitto mondiale(1939), fu girato, a Paternò, “Cavalleria rusticana”, tratto dalla novella di Verga, con la regia di Amleto Palermi. Il film chiude degnamente, anche se con qualche accento folcloristico di troppo, un decennio che aveva visto la Sicilia nuovamente protagonista sugli schermi del cinema italiano. Tra l’altro, in un momento in cui era difficile girare o ambientare storie fortemente connotate in senso regionale, anche relativamente all’uso del dialetto, vista la politica accentratrice, in direzione della Capitale, messa in campo dal regime, cui diede un contributo definitivo la nascita di Cinecittà, nel 1937.

La grande rivoluzione contenutistica e formale postbellica del neorealismo interessò, seppure indirettamente, fin da subito, anche la Sicilia, protagonista del primo episodio del capolavoro di Roberto Rossellini “Paisà”(1946). Peccato che le riprese, ambientate in sceneggiatura fra la Piana di Catania e l’Etna, furono realizzate in realtà, per motivi strettamente economici, nella cittadina di Maiori, sulla Costiera Amalfitana, un luogo che sarebbe rimasto molto caro al regista romano, che vi avrebbe in seguito girato altri suoi capolavori. Il primo film di carattere neorealista ambientato e girato interamente in Sicilia, a Modica e con qualche incursione nel catanese e nel messinese, fu”Anni difficili”(1948), diretto da Luigi Zampa e sceneggiato anche dal grande scrittore siciliano Vitaliano Brancati, autore del soggetto, tratto dal suo racconto “Il vecchio con gli stivali”.

Il film appartiene già al cosiddetto genere del “neorealismo rosa”, di cui lo stesso Zampa sarà uno dei maggiori artefici, e si segnala per le controverse vicende realizzative pre produzione, quando si intervenne a livello ministeriale per modificare la sceneggiatura troppo accusatoria, a dire di alcuni, nei confronti di politici fascisti autoriciclatisi in senso democristiano. Il 1948 è anche l’anno di uscita di uno dei grandi film della storia del cinema italiano di tutti i tempi, “La terra trema”, capolavoro neorealista di uno dei massimi registi italiani si sempre, Luchino Visconti. Tratto dal romanzo di Giovanni Verga “I Malavoglia”, l’opera dell’artista milanese fu realizzata interamente nel paesino di Acitrezza, con protagonisti tutti attori non professionisti, pescatori di mestiere, che recitarono in stretto dialetto catanese, quasi a sottolineare, anche da un punto di vista stilistico oltre che narrativo, la distanza dall’ingessato e mistificatorio cinema fascista. La Sicilia sembra essere diventata la sede privilegiata del nuovo cinema italiano. L’anno dopo, 1949, arriva a Sciacca, la troupe di un regista genovese che si è già segnalato con un paio di film interessanti, Pietro Germi. Il film che si va girare si intitola “In nome della legge”, primo racconto cinematografico a parlare di mafia e paradigma di tanto cinema di denuncia che verrà.

Sempre del 1949 è “E’ primavera….”, commedia di carattere neorealista interamente ambientata a Catania, diretta da Renato Castellani, uno dei padri del cosiddetto cinema calligrafico e futuro regista di fortunati sceneggiati televisivi. Ma il 1949 è, soprattutto, l’anno di realizzazione di “Stromboli, terra di Dio”, capolavoro assoluto diretto dal maestro del neorealismo Roberto Rossellini, qui alla sua prima opera con protagonista la nuova compagna di vita, l’attrice Ingrid Bergman. Il film, interamente ambientato nell’isola eoliana, segna per Rossellini il cambio di passo rispetto al suo cinema precedente. Se l’ambientazione è sempre neorealista, i contenuti del film virano fortemente verso temi esistenziali che il grande artista romano approfondirà nelle opere seguenti e che lasceranno un segno forte in quanti si apprestano a raccontare le nuove urgenze dell’uomo contemporaneo, Antonioni per primo. Il film di Rossellini uscirà nelle sale l’anno dopo, lo stesso della prima de“Il cammino della speranza”, il film con cui Pietro Germi torna a girarein Sicilia,a Favara, per raccontare il dramma della disoccupazione e dell’emigrazione clandestina di un gruppo di minatori in Francia. Siamo negli anni ‘50 e, nonostante gli stenti e i drammi postbellici siano ancora presenti, il miracolo economico, il cosiddetto boom, è dietro la porta. Dal 1952 al 1963, il nostro paese viaggerà sul treno della ripresa produttiva, occupazionale e dei consumi ad un ritmo forsennato, forse troppo, a dire di un grande intellettuale come Pier Paolo Pasolini.

Il bell’Antonio di Mauro Bolognini

Il cinema non può non cogliere tutto ciò. La commedia all’italiana eredita dal neorealismo il compito di registrare e raccontare quanto di importante e definitivo sta accadendo. Anche la Sicilia vive pienamente questa fase cruciale della nostra economia, vedendo cambiare velocemente costumi e abitudini.Luigi Zampa, uno degli anticipatori della commedia all’italiana, torna nell’isola per raccontare fin da subito questi cambiamenti, prima nel 1953 con “Anni facili”, ambientato anche a Catania, e poi nel 1954 con “L’arte di arrangiarsi”, girato ancora su un set catanese, con cui chiude la trilogia aperta con “Anni difficili” e realizzata con il contributo fondamentale del già citato Vitaliano Brancati. Anche Pietro Germi tornerà in Sicilia, nel 1961, per sottolineare gli assurdi contrasti fra leggi ataviche e nuovi costumi, realizzando uno dei massimi esiti della commedia all’italiana più matura, “Divorzio all’italiana”, girato ad Ispica, Ragusa e Catania. Il motivo principe del film è l’ambiente paesano, visto come un grande teatro all’aperto dove Germi mette in scena i suoi protagonisti come un puparo le sue marionette.

Inoltre, l’atmosfera di cui è permeata la pellicola rimanda a molti riferimenti brancatiani, soprattutto nella figura annoiata del protagonista, interpretato da un inarrivabile Marcello Mastroianni. Il grande successo di questo film sarà replicato nel 1964, quando il regista genovese realizzerà “Sedotta e abbandonata”, girato questa volta nella Sicilia occidentale, a Sciacca. Ma la Sicilia degli anni ‘60 è anche luogo dove trova spazio il cinema italiano d’autore, che vi immerge, come in una sorta di grande metafora, tutte le contraddizioni della società italiana uscita dal boom. Michelangelo Antonioni racconterà ne “L’avventura”(1960), uno dei massimi esiti della cinematografia di tutti i tempi,girato fra le isole Eolie, l’Etna, Noto e Taormina, l’alienazione e l’incomunicabilità dell’uomo contemporaneo. E lo farà, non ambientando il film in una grande città, come ci si aspetterebbe, ma in un isolotto sperduto del Mediterraneo, in ambienti arcaici e ancora fuori dai grandi cambiamenti. Il tutto a sottolineare, innanzitutto, le modificazioni interiori dei due protagonisti, non a caso alto borghesi in Sicilia solo per vacanza.Mauro Bolognini, sempre nel 1960, ambienterà a Catania “Il bell’Antonio” tratto da Brancati, aggiungendo azzeccati toni esistenziali alle già notevoli motivazioni del romanzo dello scrittore di Pachino.

Francesco Rosi racconterà con “Salvatore Giuliano”(1962), girato fra Montelepre, Castelvetrano e Portella della Ginestra, non soltanto le vicende del noto bandito siciliano ma anche e soprattutto il contesto in cui egli visse e le motivazioni alla base della sua morte, con evidenti richiami ad un presente ancora più inquietante. Ermanno Olmi girerà a Gela, fra i fumi delle raffinerie, uno dei suoi film più delicati, “I fidanzati” (1963), quasi un controcanto all’esaltazione generalizzata dell’Italia del boom. Luchino Visconti, nello stesso anno, realizzerà uno dei suoi massimi capolavori, “Il Gattopardo”, tratto dal romanzo omonimo di Tomasi di Lampedusa. Girato a Palermo, Santa Margherita del Belice e Palma di Montechiaro, il film analizza la società siciliana ai tempi del Risorgimento per raccontare le illusioni e le disillusioni delle rivoluzioni mancate, non trascurando di soffermarsi sull’analisi esistenziale legata al concetto dell’Uomo immerso nella Storia.Pier Paolo Pasolini, per “Teorema”(1968) e “Porcile”(1969), girerà sull’Etna molte sequenze significative dello scarto fra la corruzione della società borghese e il mondo arcaico a cui anelare. Negli anni Settanta della crisi petrolifera e del sorgente terrorismo, della disillusione postsessantottina e delle lotte per i diritti civili, il cinema girato in Sicilia ci regala un film memorabile di Lina Wertmuller ambientato, in parte, a Catania, “Mimì metallurgico, ferito nell’onore”(1972).

La regista romana mette in scena, fra l’ilare ed il drammatico, i forti ritardi culturali di un operaio comunista meridionale immerso in una città oramai senza più punti di riferimento, quale era la Torino industriale dell’epoca. Da parte sua, Francesco Rosi, ritornerà in Siciliaper ambientarvi altri film legati anche al tema della mafia. Da “Il caso Mattei” (1972) a “Lucky Luciano”(1973) fino a “Cadaveri eccellenti”(1976), tratto da “Il contesto” di Leonardo Sciascia, il grande regista napoletano farà dell’isola un grande set oscillante fra documentazione e finzione, nel tentativo impossibile di trovare le ragioni che stanno alla base del potere visto in tutte le sue sfaccettature. Gli anni Ottanta, quelli del riflusso e dell’ennesimo tentativo mancato di modernizzazione del Paese, vedranno la Sicilia protagonista ancora di alcuni notevoli film. Uno è “Kaos”(1984) dei fratelli Taviani, tratto dalle “”Novelle per un anno” di Luigi Pirandello. Girato soprattutto fra le province di Ragusa e Siracusa, l’opera mette in scena le tematiche care a Pirandello fuse con il tono epico, mitico ed evocativo, caratteristico delle pellicole più riuscite dei fratelli toscani.

Salvatore Giuliano di Francesco Rosi

Del 1987 è “La gentilezza del tocco”, opera d’esordio di Francesco Calogero, giovane studioso di cinema e filmmaker indipendente messinese. Il film, girato interamente a Messina, si presenta come una raffinata incursione nei dolori sentimentali di un giovane di provincia, la cui vita sembra scandita da dubbi e perplessità. Ricca ed efficace la galleria di citazioni che Calogero mette in campo, da Pessoa a Rohmer. Un altro film di rilievo del decennio è “Nuovo Cinema Paradiso”(1988) di Giuseppe Tornatore, regista nativo di Bagheria. Girata fra Cefalù e Palazzo Adriano, l’opera si distingue per la capacità di mettere in scena la memoria come momento essenziale della nostra esistenza. Giocato fra citazioni cinematografiche e note malinconiche, il film sembra rendere omaggio al Fellini di “Amarcord” per la delicatezza con cui fonde l’entusiasmo per la vita che sarà e la consapevolezza della vita che finisce. Gli anni 90, segnati da Tangentopoli e dalle stragi mafiose, portano sugli schermi alcuni film realizzati in Sicilia di notevole interesse.

Uno è “Il ladro di bambini”(1992) di Gianni Amelio.L’opera è stata girata fra Messina, Noto, Gela e Ragusa, e mette in evidenza, ancora una volta, l’attenzione di Amelio verso il mondo degli adolescenti, vittime del mondo degli adulti ed in bilico fra la possibilità di darsi un proprio destino e la necessità di adeguarsi a quello che gli altri hanno già disegnato per loro. L’altro film degno di nota è “Caro diario” (1993) di Nanni Moretti, relativamente all’episodio ambientato nelle isole Eolie. Moretti torna nei luoghi che furono di Antonioni e vi ambienta una piccola storia fatta di ironia e di riflessione sul presente.Il tono dell’artista romano è sempre felicemente sospeso fra analisi sociale e rabbia repressa. Impossibile non segnalare anche “Lo zio di Brooklyn”(1995), girato nel palermitano, film d’esordio del geniale duo registico Ciprì e Maresco.

L’opera ripropone tutti i tipi umani già visti nei lavori per la  tv dei due registi palermitani,inseriti in una trama che ben presto si trascura, tanto la presenza fisica, la valenza dei corpi e degli ambienti si impone fino a diventare la cosa più interessante del film, sorta di saga pasoliniana apparentemente ironica ma ancora più disperata e definitiva delle prime opere “sottoproletarie” del grande regista friulano.Negli anni Duemila, il cinema siciliano sarà nuovamente caratterizzato da opere di forte impegno sociale. “Placido Rizzotto” (2000)  di Pasquale Scimeca, sul sindacalista siciliano assassinato dalla mafia nel 1948 e i cui resti sono stati rinvenuti in una foiba di Corleone nel 2009. Scimeca disegna il quadro storico-sociologico attorno a cui si sviluppa l’impegno di Rizzotto e il contesto degenerato che conduce al suo assassinio. Il tutto sottolineato da forti accenti poetici.“I cento passi”(2000) di Marco Tullio Giordana, sulla tragica vicenda di Peppino Impastato, il giovane di Cinisi, militante di Democrazia Proletaria, assassinato dalla mafia per il suo quotidiano impegno di denuncia dai microfoni di Radio Aut.

“Alla luce del sole”(2005) di Roberto Faenza, sull’omicidio del prete palermitano antimafia Don Pino Puglisi, impegnato a sottrarre i giovani del quartiere Brancaccio dalle grinfie della malavita organizzata.“Terraferma” (2011) di Emanuele Crialese, sul dramma degli sbarchi clandestini a Lampedusa. “Più buio di mezzanotte”(2014), sulla storia vera di Davide Cordova, il giovane gay catanese emarginato dalla famiglia e dalla società per aver dichiarato pubblicamente la sua condizione di “diverso”. Il film, girato interamente nel capoluogo etneo, è uno sguardo diretto su una realtà dolorosa in cui i confini fra pubblico e privato si perdono fino ad annullarsi. “Mauro c’ha da fare”(2015), singolare tragicommedia sulla piaga della disoccupazione intellettuale giovanile in Sicilia, girata a Sant’Agata li Battiati e diretta dal piemontese Alessandro di Robilant, già autore di un altro importante film siciliano, interamente girato fra Agrigento e Canicattì, “Il giudice ragazzino”(1994), sulla vita di Rosario Livatino, il giovane giudice assassinato dalla mafia.

Kaos di Paolo e Vittorio Taviani