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Angelo PIZZUTO- Alla peggio, danzeremo (la moviola del tempo, “Pina” di W. Wenders)

 

 

La moviola del tempo

 

 

ALLA PEGGIO, DANZEREMO

“PIna” un film di Wim Wenders dedicato a Pina Bausch  (2011)

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Vorremmo.. continuiamo ad auguraci che quest’opera di Wim Wenders, al di là dei suoi meriti intrinseci, del suo lucido valore storico e documentaristico, possa rappresentare un nuovo capitolo della storia del cinema. Almeno quanto lo furono il primo film sonoro, il passaggio dal bianco e nero al colore, l’uso della ripresa elettronica esercitata sull’immagine in movimento (Antonioni, Peter Del Monte).

Perché, attraverso l’applicazione (perfettibile) del tridimensionale ad una concretezza iconografica che ha radici condivise, laboratoriali, in fieri -com’è appunto l’idea, la messa in prova, la tangibilità conclusiva d’un evento teatrale- si spalancano potenzialità incompiute dell’occhio cinematografico innestato al suo progenitore e referente: che è la dimensione del teatro concentrato –in questo caso- negli interrogativi posti da Walter Benjamin a proposito dell’ “Opera d’arte all’epoca della sua riproducibilità tecnica”.

Per meglio spiegarci: sarebbe bello se “Pina” di Wim Wenders potesse, tra qualche anno o decennio, essere ricordato come la prima opera -di progressione “cinetica”- che riuscì a “consustanziare” due linguaggi d’espressività corporea (cinema e teatro) in una sorta di “unicum” che, nel superarli, fu la quintessenza di ciò che, sui praticabili di scena, subisce la caducità della rappresentazione distillata per repliche diseguali e irripetibili. Da afferrare, dunque, nella loro quintessenza, attraverso l’uso del montaggio, della fotografia, della mutevolezza di ambienti e andamenti d’immagine.

Futuribili ed avvincenti sono le opportunità (didattiche, da tramandare) che “Pina” rivela, nell’ipotesi di quell'”ologramma in movimento”, di non deteriorabile dimensione dell’arte che è stato il travaglio e l’ambizione (almeno teorica) di Pirandello, Mejerchol’d’, Artaud, Brook: alla ricerca di una “perfezione” inesorabilmente avvinta (difficilmente trasferibile) alla sola fantasia del regista o dell’ensemble. Se poi, dallo schermo in fondo sala, la tridimensionalità dei corpi e dei luoghi (come in “Minority report” di Philip Dick) potesse “avverarsi” al centro di qualsiasi spazio occasionale, si andrebbe oltre il mito: dalla caverna platonica all’ “Invenzione di Morel” di Bioy Casares.

Nella suggestività del presente non resta quindi che godere dell’imprevedibile, lontana intesa che tanti anni fa nacque tra Wenders e la grande coreografa, sotto forma di “annotazioni” filmiche, dilatatesi nella breve-eternità del rito teatrale (e cinematografico) dopo l’improvvisa scomparsa della coreografa (estate del 2009) e della ricognizione di ogni frammento del suo repertorio sotto specie di reliquia, non da venerare inerti, ma da ridestare a nuova vita.

Che a noi sembra quella dei mille spazi urbani, architettonici, periferici che si dischiudono alla videoripresa di “Cafè Muller”, “La sacre du printemps”, “Vollmond”, nelle loro varie scansioni di tempo ed interpreti: quando l’utilizzo sublime ed elementare della moviola consente di affiancare ad ogni interprete il suo “calco” invecchiato in altro viso e postura.

O quando lo struggimento della danza, in catatonica o stravagante attesa di troppi Godot, si stempera al passaggio di un misterioso oggetto d’archeologia industriale (un metrò scolorito che avanza sospeso dall’alto) accompagnandolo sino alle monorotaie di un tunnel in disuso, che diventano inevitabili metafore del vicolo cieco (o nuovamente caverna) in cui si arenano quei figli d’un dio minore che sono protagonisti anonimi e bizzarri d’ogni ideazione del Tanztheater Wuppertal. Quando la fisicità della “danseuse” non è più l’eburnea armonia della silfide, ma il corpo dissugato nell’estenuante andirivieni di sogno e di incubo, di amore e disamore, di solitudine ed effimero “penare in due”.

Danziamo, danziamo, altrimenti siamo perduti- ripete Pina Bausch. Non fa niente in quali modi, se con grazia o impacciati, se aitanti o impietriti da dolore e malattia. Perché a danzare è, in fondo, quella materia oscura che chiamiamo anima o energia interiore, destinata a sopravviverci se catturata da una macchina del “tempo a venire”.